La prostituzione non è “un mestiere come un altro”

Apr 3 • L'editoriale, Prima Pagina • 2736 Visite • Commenti disabilitati su La prostituzione non è “un mestiere come un altro”

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

La modifica della Legge sull’esercizio della prostituzione ha occupato un’apposita sottocommissione della Commissione della legislazione del Gran Consiglio per oltre un anno, con una discussione approfondita e numerose audizioni. È un problema di difficilissima soluzione – ammesso ce ne sia veramente una – per alcuni motivi di principio e per parecchie difficoltà tecniche d’applicabilità.

Fra le difficoltà di principio, indubbiamente, la maggiore è data dal fatto che la legge federale considera perfettamente lecita e legale una professione che, fino a relativamente pochi decenni fa era – ed è tuttora in non pochi paesi – considerata un reato. La sua legalità ne dovrebbe fare – di fatto – un “mestiere come un altro”. Ma tale non è. Scrivevo nel luglio 2013, e un anno e mezzo di sottocommissione non mi ha fatto minimamente cambiare idea: “E allora arriviamo alla prostituzione “mestiere come un altro”. Io vorrei che a tutti coloro che la pensano così arrivasse un giorno a casa il figlioletto e, alla classica domanda ”cosa farai da grande?” rispondesse “il prostituto!”. Sarebbe ancora un “mestiere come un altro”? I genitori fieri della scelta si darebbero da fare per trovargli la miglior strada per una carriera professionale brillante? Innanzitutto la maturità. Che classica, tecnica o professionale: al liceo bisogna creare un ciclo di studio per la maturità sessuale! Poi una facoltà all’USI con licenza anzi, scusate, “Bachelor” dopo una tesi sul Kamasutra. Infine un “Master” (suona meglio di dottorato) all’università di Tokyo, per specializzarsi nell’arte unica al mondo della “geisha” (oggi anche del “geisho”, naturalmente, sennò dove va a finire la parità dei sessi?). Ti insegnano anche a fare il thè. Non c’entra nulla con la professione, ma la tradizione vuole che in Giappone i bordelli d’alto livello – non si sa bene se per fornire un alibi ai frequentatori o per cos’altro – si chiamavano “sale da thè”. Io credo piuttosto che qualsiasi genitore, non particolarmente moralista ma dotato di buonsenso cercherà con tutte le sue forze di fargli cambiare idea, i più sensibili accarezzeranno addirittura insani propositi suicidari chiedendosi dove hanno sbagliato.

E, tutto sommato, credo che il mio pensiero sia condiviso anche da chi nel 2001 elaborò la legge attualmente in vigore il cui scopo dichiarato è quello di “arginare” il fenomeno.

Personalmente, viste le oggettive difficoltà di applicazione, non è che scalpiti per modificare l’attuale legge ma, se proprio lo si deve fare, vedrei la divisione in due leggi: una che disciplini l’esercizio della prostituzione, definendone i requisiti della persona per essere autorizzata a operare in questo settore. L’altra che regoli i locali nei quali si esercita la prostituzione (locali erotici). E l’esercizio della prostituzione va limitato logisticamente in questi locali, in tutti gli altri è fuori legge. E dimentichiamoci di un eventuale diritto a ricevere professionalmente i propri clienti nel proprio alloggio privato. Un cameriere è obbligato a esercitare la sua professione in un locale pubblico, non può servire a pagamento bibite e/o cibi a casa sua. E allora perché le prostitute e i prostituti non potrebbero essere obbligati a servire i loro “prodotti” unicamente in bordelli riconosciuti? E quest’ultimi sarebbero regolati in una legge sui locali erotici, per ciò che riguarda i requisiti tecnici, la localizzazione, gli orari d’apertura, la pubblicità e quant’altro.

Un altro punto che mi lascia perplesso – anzi, che mi vede decisamente contrario – è il fatto di prevedere fra i requisiti per esercitare la prostituzione una visita medica, il cui eventuale risultato che metta in evidenza una malattia venerea non permetta però una revoca dell’autorizzazione a esercitare. Al di là delle ragioni presentate in commissione – verrebbe presa erroneamente come una  garanzia da parte dello Stato che il soggetto in possesso di un’autorizzazione è sano, che il periodo d’incubazione non dà alcuna certezza in questo senso, eccetera – resta il fatto che se lo Stato, sapendo che è infetta/o, permette a una prostituta o a un prostituto di contagiare un cliente – e non ritirando loro l’abilitazione lo fa – si rende complice di un reato!

Come si può vedere, sono parecchie le zone d’ombra in cui si muove questa legge. Lo dimostra un anno e mezzo di discussioni in sottocommissione e in commissione, nonché il congelamento del messaggio aggiuntivo del Consiglio di Stato che, di fatto, sta a significare che una soluzione soddisfacente è ancora lontana.

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