La politica dell’invidia

Nov 15 • L'editoriale • 1395 Views • Commenti disabilitati su La politica dell’invidia

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

Assistendo agli atti politici, parlamentari e popolari, che si susseguono ormai da qualche decennio da parte dell’estrema sinistra (per la cronaca comunisti, socialisti e verdi) volti a limitare le possibilità di guadagno – peraltro legali – della classe dirigente, non si può fare a meno di pensare che all’origine di questa ideologia comunista sotto ogni aspetto non ci sia alcun principio etico, morale o di giustizia sociale, bensì una corrosiva invidia per chi nella vita ha raggiunto un benessere, o anche una ricchezza smisurata, non importa se per meriti suoi o ereditata da parenti fra i quali, in un momento o l’altro dell’ascendenza, ce ne sarà pure stato qualcuno che ha lavorato duramente a questo scopo.

Da questo discorso si salva parzialmente l’iniziativa Minder, laddove la motivazione era dettata dall’immunità praticamente garantita ai super-manager quando causavano disastri. Sono infatti perfettamente d’accordo che se uno gode di un salario enorme – trovo del tutto arbitrario definirlo esagerato o addirittura abusivo, in un regime di libero mercato – quando le cose vanno bene (verosimilmente anche grazie al suo contributo), sia anche chiamato a rispondere concretamente quando le cose vanno male (anche qui, verosimilmente grazie anche alle sue incapacità). I casi tipo Swissair o UBS, dai quali i responsabili sono usciti indenni o addirittura con delle buonuscite milionarie sono scandalosi, e posso quindi capire la parte dell’iniziativa Minder che li voleva chiamare alla cassa. Ma la mia comprensione si ferma qui.

Oggi, la politica iniziata un tempo come sociale, si è vieppiù trasformata in esageratamente assistenziale, e si ripercuote su tutti i settori, in particolare su quello economico, che si vuole indebolire. Paradossalmente, dico io, perché è quello che più alimenta le casse pubbliche permettendone le sempre maggiori elargizioni alle fasce meno abbienti, e che poco – a volte perfino per nulla – contribuiscono a coprire il fabbisogno dello Stato.

È etico che qualcuno guadagni in un giorno più di quanto un altro fa in un anno? La domanda può essere benissimo capovolta: è etico che chi svolge un lavoro modesto, e quindi altrettanto modestamente pagato, pretenda, senza fornire il benché minimo valore aggiunto rispetto alla sua attuale prestazione, di guadagnare almeno un dodicesimo di quanto percepisce il suo datore di lavoro che, oltre a pagare lui e i suoi colleghi, si assume tutti i rischi del mercato – come vuole l’assurda iniziativa 1:12 in votazione il prossimo 24 novembre? Perché questa è l’utopia che gli iniziativisti danno da bere ai cittadini. In realtà, l’accettazione dell’iniziativa non aumenterebbe di un centesimo i salari bassi attuali, limiterebbe soltanto – ripeto, del tutto arbitrariamente – le possibilità di remunerazione di dirigenti ma, soprattutto, dei piccoli e medi imprenditori che costituiscono l’ossatura di tutta l’economia svizzera. Questi, infatti, aggirerebbero l’ostacolo senza eccessive difficoltà, prendendosi il mancato guadagno sotto forma di dividendi sull’utile o, e sarebbe l’alternativa peggiore, delocalizzerebbero la loro azienda all’estero con conseguente perdita secca di posti di lavoro e di introiti fiscali per lo Stato.

Ma queste conseguenze non sembrano toccare minimamente la parassitaria estrema sinistra che, nella sua viscerale invidia, non rifugge ad alcun mezzo pur di papparsi quote del denaro prodotto dagli altri. Prendendo spunto dalla Bibbia, scuotono i pilastri di tutta la struttura economica svizzera al grido “Muoia Sansone…” – “e giò colonn” aggiungeva allegramente in dialetto un mio commilitone a scuola reclute. Un atteggiamento che ha la stessa logica del tagliarsi gli attributi per far dispetto alla moglie, senza considerare che, mentre quest’ultima ha sul mercato uno stuolo di surrogati per soddisfare i suoi normali appetiti sessuali, a te rimarrà soltanto una voce da soprano a ricordarti l’irreversibilità dell’insana operazione.

Come detto prima, questa invidia si osserva anche in altre sparate dell’estrema sinistra. Vedi il salario minimo di 2’500 franchi a tutti, per il solo fatto di esistere, indipendentemente dal fatto che si svolga un’attività lavorativa o no. E chi sarebbe chiamato a pagare questi soldi? Ma naturalmente quelli che guadagnano abbastanza da pagare le imposte perché lavorano – loro – quegli stessi cui si vuole impedire qualsiasi deduzione fiscale perché “sarebbe un regalo ai ricchi”. Cornuti e mazziati da quella che una volta era la classe dei lavoratori, ma nella quale quest’ultimi cominciano ad essere messi in minoranza da una continua infiltrazione fra i suoi ranghi di elementi lazzaroni e parassiti miranti a sfruttare ogni minima possibilità di spendere a proprio vantaggio del denaro che non hanno mai contribuito a produrre.

È il classico principio del comunismo: una ridistribuzione della ricchezza a tutti, in modo che l’eventuale progresso sociale ed economico sia altrettanto per tutti. E abbiamo visto come è andata a finire: nei paesi comunisti, l’unica cosa per quasi tutti era la miseria, mentre i pochissimi furbi della nomenklatura sono sempre stati bene alle spalle dei gonzi. Da quando la Russia s’è svegliata e ha adottato il libero mercato, indubbiamente non s’è liberata della miseria causata da tre quarti di secolo di comunismo, ma una cosa è fuori di dubbio: i ricchi oggi sono molti di più, e continuano ad aumentare. I poveri sono poveri come prima, ma nel regime attuale hanno almeno qualcosa che prima non avevano: la realistica speranza di migliorare le loro condizioni di vita e – perché no, anche se pochi la realizzeranno – di diventare un giorno ricchi anche loro.

Personalmente sono tutt’altro che ricco, ma non vorrei mai privarmi di questa speranza (altrimenti non investirei ogni settimana qualche franco al lotto). Per questo sono di destra e me ne vanto.

E raccomando a tutti di respingere l’iniziativa dell’invidia (1:12) il prossimo 24 novembre.

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