La multinazionalità: qualche nodo viene al pettine

Dic 12 • L'editoriale, Prima Pagina • 2135 Visite • Commenti disabilitati su La multinazionalità: qualche nodo viene al pettine

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

Recentemente è emerso il problema di giovani (e non) – di solito di doppia nazionalità – che partono per combattere nel loro paese d’origine con gli insorti delle varie primavere arabe o, ultimamente, con le forze del Califfato islamico ISIS.

Il fenomeno preoccupa Berna, che vorrebbe mettere in atto delle misure atte a impedire a queste persone di partire. Di fatto, questa trovata è una delle molte assurdità che di tanto in tanto ci sforna la Berna federale: infatti, non è di partire che dobbiamo impedire loro, bensì di tornare. Fintanto che sono a combattere in Siria o in Iraq o in qualche altra sede di focolai bellici, non sono qui da noi quali potenziali autori di atti di terrorismo.

Il problema è che, fintanto che dispongono della nazionalità elvetica, non può essere loro vietato il rientro.

E, rispondendo a una mozione del consigliere nazionale ticinese Marco Romano, volta a togliere il passaporto svizzero agli djihadisti di doppia nazionalità che combattono per un esercito straniero o un gruppo paramilitare ideologicamente motivato, è stata respinta dal Consiglio federale con la motivazione che sarebbe “sproporzionata e contraria all’ordinamento”. Secondo il Consiglio federale, “le norme in vigore, che prevedono la possibilità di revocare il passaporto a chi ha commesso atrocità in simili contesti, sono sufficienti”. Saranno anche sufficienti, ma inutili se non c’è la volontà di applicarle.

In altre parole, in nome del solito insano buonismo, rinunciamo a proteggere la popolazione all’interno del nostro paese da gente che, andando a combattere volontariamente – da come se ne parla, sembrerebbe che ammazzare, purché nel contesto di un conflitto bellico, non sia un’atrocità particolare – ha chiaramente dimostrato di non avere alcun freno inibitorio nel tentare d’imporre anche in Svizzera il suo fanatico credo a suon di bombe.

Siamo di fronte a dei casi limite – ma di cui avremmo fatto volentieri a meno – delle conseguenze dell’abolizione del divieto della cittadinanza multipla, avvenuto con la revisione della Legge sulla cittadinanza (LCit) del 1992. Una revisione che non passò attraverso la votazione popolare, non sappiamo se perché non referendabile o se perché, malauguratamente, nessuno si avvalse del diritto di referendum.

Questa revisione portò immediatamente a un aumento esponenziale delle naturalizzazioni che, dalle circa 8’000 negli anni precedenti il 1992 passò alle oltre 36’000 del 2013. Perché? Semplicemente perché per molti la cittadinanza svizzera offriva opportunità maggiori della propria, alla quale però fino al 1992 dovevano rinunciare. E la cittadinanza porta o dovrebbe portare con sé un’integrazione che significa adattamento alla cultura e ai costumi del paese ospitante. Il che, se è insignificante o quasi per persone di ceppo analogo al nostro – Italia, Francia, Germania, eccetera – più l’origine del naturalizzando è lontana dall’Occidente e tanto più il cambiamento di marcia diventa difficile, fina a risultare impossibile. Il passaporto svizzero diventa così un puro strumento per accedere opportunisticamente ai vantaggi della nostra società, ma che, di fatto, non fa acquisire né la mentalità né le abitudini che rimangono quelle del paese d’origine.  Risultato: violenze, stupri, nessun valore dato alla vita umana, e altre amenità del genere, commesse da “Svizzeri” per la felicità di chi vuole manipolare le statistiche per poter dire “siamo anche noi come gli altri”.

Ora, già il semplice opportunismo non è piacevole, ma se ad esso si aggiunge la pericolosità potenziale insita in questi fanatici dal cervello (ammesso che lo abbiano) completamente lavato, è chiaro che anche la Svizzera è esposta al pari degli altri paesi cui costoro hanno dichiarato la guerra santa, la djihad appunto. Ma la Berna federale si fa degli scrupoli, non vuole adottare misure “sproporzionate e contrarie all’ordinamento”! Dopo il 2001 gli USA hanno dichiarato la sicurezza nazionale superiore ai diritti costituzionali e mandano a Guantanamo senza processo chiunque sia sospettato di terrorismo islamico. Noi non vogliamo togliere il passaporto – misura peraltro molto più blanda – a persone che, andando a combattere per un esercito straniero, fino a qualche decennio fa sarebbero state considerate disertori e condannate con un veloce processo militare. A persone che, oltre ad essere schierate apertamente a favore di movimenti islamici fondamentalisti e violenti, se ne fanno indottrinare al punto di costituire in Svizzera un reale pericolo per la nostra sicurezza.

E noi giù a naturalizzarli a quantitativi industriali, perché se rifiutiamo loro la cittadinanza, il Tribunale federale ne accetta i ricorsi affermando che non ci sono ragioni valide per non concedere loro il passaporto rosso. E con questo, possono tornare in Svizzera quando vogliono, anche se durante il loro soggiorno all’estero hanno tagliato qualche testa o – egoisticamente molto peggio per noi – imparato a costruire bombe artigianali da far esplodere in qualche stazione. Siamo veramente in mano a degli irresponsabili!

 

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