La fine di un incubo

Nov 6 • L'editoriale, Prima Pagina • 1827 Visite • Commenti disabilitati su La fine di un incubo

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

Eveline Widmer-Schlumpf se ne va, evviva, osanna, urrà (fa anche rima). È la fine di un incubo iniziato il 13 dicembre 2007, nato da un tradimento e proseguito – checché ne dica la stampa servile e codina – da otto anni di una politica disastrosa che ha portato allo smantellamento del segreto bancario e caratterizzata dal sistematico calo di brache nei confronti delle pressioni dall’estero, politica peraltro condivisa da 6/7 del Consiglio federale e da una maggioranza del Parlamento che – sotto, sotto, zitti, zitti – aspira ad aderire totalmente all’UE.

Nato da un tradimento, dicevamo, da parte della stessa ministra nei confronti del suo partito, quell’UDC al cui presidente Ueli Maurer aveva fino alla sera prima dell’elezione assicurato che non avrebbe comunque accettato la nomina. La malafede di questa affermazione è stata dimostrata dal fatto che la mattina del 13 dicembre, la signora in questione era già sul treno per Berna dove, da buona “uregiatta” (questo termine spregiativo non è più prerogativa unicamente del PPD, con diverse percentuali è purtroppo diffuso in tutti i partiti) recitò la farsa della richiesta di un giorno di tempo per pensarci, salvo poi puntualmente procedere il giorno dopo al giuramento che l’avrebbe insediata ufficialmente nel governo nazionale.

È forse utile ricordare in questa sede le vergognose manovre di PPD e PS coadiuvati da Verdi e da franchi tiratori degli altri partiti, volte all’estromissione dal Consiglio federale di Christoph Blocher che, nei precedenti quattro anni aveva dimostrato un’efficienza con cui i sei colleghi di governo, ma anche in generale gli altri partiti, dovevano confrontarsi ogni mattina al risveglio rendendosi conto della loro inferiore capacità politica. Un collega scomodo in quanto esempio con cui era difficile tenere il passo.

Chi non ricorda le espressioni di giubilo fra i banchi del Parlamento, in particolare nell’area PS e PPD, autori della subdola manovra che però, ricordiamolo, senza la complicità della diretta interessata non sarebbe riuscita.

Detto questo, nel 2007 gli altri partiti avevano l’alibi della casacca UDC, ancora indossata da Eveline Widmer-Schlumpf al momento dell’elezione – un alibi peraltro traballante, visto che il partito s’era ben guardato dal proporla. Tutt’altro discorso è invece la sua rielezione nel 2011 quando, avendola l’UDC espulsa assieme a tutta la sezione grigionese, il suo consenso elettorale era quello di un PBD fondato a suo esclusivo uso e consumo, il cui 5,4% alle elezioni nazionali, a Palazzo federale le avrebbe tutt’al più potuto dare delle legittime aspirazioni a un modesto impiego nell’amministrazione, ma certamente non un’arbitraria rielezione fatta solo in funzione anti-UDC.

Ma tant’è, l’elezione del Consiglio federale è purtroppo competenza di un Parlamento che, negli ultimi anni, ha ampiamente dimostrato di non rispettare la volontà del popolo (vedi ostruzionismo nei confronti dell’applicazione delle iniziative popolari), e quindi simili pastette dietro le quinte sono non solo possibili, bensì adottate troppo spesso e volentieri.

La stampa politicamente corretta s’è data da fare – dopo l’annuncio delle dimissioni di Eveline Widmer-Schlumpf – a tesserne le lodi quale ministra capace ed efficientissima il cui ritiro costituisce una grande perdita per il paese.

Noi, al contrario, siamo dell’opinione che il bilancio della sua attività ministeriale dei passati otto anni si situi fra il cattivo e il catastrofico.

Cattivo perché, quale danno collaterale di cui nessuno parla, ha tolto di mezzo Christoph Blocher, unico consigliere federale a capo del Dipartimento di giustizia e polizia che aveva dimostrato di tenere sotto controllo la situazione dell’asilo, ponendo un freno alle domande (dalle 22’000 del 2003, sotto il ministro UDC erano scese a 15’000 nel 2004, per poi stabilizzarsi attorno alle 11’000 nei tre anni successivi. Nei quasi tre anni di Widmer-Schlumpf al DFGP, erano di nuovo aumentate a ca. 16’000, per poi continuare a crescere disastrosamente sotto Simonetta Sommaruga). Una situazione di cui oggi s’è perso totalmente il controllo.

Catastrofico perché, prese in mano le finanze, con Widmer-Schlumpf la politica di fermezza nel cedimento (espressione presa a prestito dal nostro presidente onorario, Dr. Gianfranco Soldati) della Confederazione nei confronti delle pressioni internazionali già adottata dal Consiglio federale, ha ottenuto un sostegno in più. Segreto bancario, scambio automatico d’informazioni e altre amenità del genere ad essi connesse, non diciamo che si sarebbero tutti potuti salvare, ma sicuramente meritavano di essere difesi ben più strenuamente da un ministro elvetico delle finanze che si rispetti.

Non parliamo poi degli accordi con l’Italia, sull’altare dei quali la nostra deputazione alle Camere e il nostro governo cantonale avevano più di un anno fa sacrificato ogni velleità per dare – e dire ingenuamente è un eufemismo – fiducia alle fasulle promesse della consigliera federale. I ristorni vengono pagati, l’adeguamento dell’imposta alla fonte è lungi dall’essere risolto, in compenso il nostro paese figura sempre ancora nelle “black list” italiane.

Quindi, a nostro avviso, nessun rimpianto per l’uscita di scena – comunque tardiva – e neppure l’ingiustificato panegirico per esaltare dei meriti di fatto inesistenti. Semmai un peana per ringraziare gli Dei o, per i cattolici, un Te Deum laudamus.

 

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