“La Fanciulla del West” diretta da Chailly alla Scala

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Spazio musicale

 

“La Fanciulla del West” diretta da Chailly alla Scala

L’ambiente nel quale si svolge “La Fanciulla del West”, quello dei minatori che si sono precipitati in California a partire dal 1848 per cercare oro, è rozzo, duro e violento ma pervaso da una immensa tristezza per la lontananza dal luogo di origine e dai familiari, i quali di quando in quando fanno giungere notizie quasi sempre brutte. I canti, i balli, il gioco e le bevute di whisky fomentano una allegria esteriore e forzata. Qui si trovano, dopo un lontano e fugace incontro precedente, due personaggi singolari. Uno è Minnie, una ragazza bella e vivace che lavora nella locanda frequentata dai minatori e che nella sua grande bontà li aiuta, li consola nei momenti di scoraggiamento e cerca perfino di insegnar loro, sia pure con scarso successo, qualche elemento di religione. L’altro è Johnson, un bandito per eredità (il padre, morendo, gli lasciò una banda di malviventi), ma aspirante sempre più a una onesta vita di lavoro e amore. La donna, che ha sempre respinto decisamente ogni proposta di matrimonio, non da ultimo quella del rude sceriffo Rance, scopre in Johnson l’uomo del suo cuore e questi, dal canto suo, vede nell’amore per lei la via che potrebbe liberarlo da una vita ormai odiata. Ci sono vicissitudini e momenti drammatici incandescenti ma alla fine gli innamorati possono attuare il loro sogno e si allontanano verso nuovi lidi per condurre una nuova esistenza.

Il libretto, dovuto a Guelfo Civinini e Carlo Zangarini, i quali lo derivarono da un dramma di David Belasco, tratta l’argomento con abilità e senza risparmiare i grandi effetti teatrali, come quello della protagonista che fa la sua sortita proprio mentre sta per scatenarsi una sparatoria e  con la sua autorità riporta subito l’ordine. Farei due appunti agli autori del libretto. Da un lato il primo atto, dedicato alla descrizione dell’ambiente, contiene alcune lungaggini, ad esempio l’inutile episodio di Sid, il quale cerca di barare al gioco, attirandosi ira e minacce dai presenti. Dall’altro lato appare un certo compiacimento nell’idealizzare Minnie e farne una fanciulla dolce e innocente, “oscura e buona a nulla” per usare le parole messe in bocca a lei stessa.

Questi difetti – ora vengo alla musica – Puccini non si è preoccupato di ridurli, anzi parrebbe che a sua volta vi si sia compiaciuto. Ma per il resto ha creato una partitura di grande bellezza. Nella sua produzione precedente il compositore si è sempre distinto sia per le ampie e trascinanti onde melodiche sia per l’accuratezza degli impasti timbrici e le armonie. Nella “Fanciulla” però il primo pregio si è attenuato e il canto spianato è diventato più raro e meno spontaneo, a vantaggio di un recitativo-arioso aderentissimo al testo. Detto questo in linea generale va subito precisato che non mancano alcuni motivi assai belli, cominciando dal tema attribuito alla protagonista, che grazie al largo intervallo discendente con cui si apre costituisce un gesto musicale di grande ampiezza e respiro: verrà ripreso numerose volte nel corso dell’opera, spesso iterato con insistenza e sottilmente variato, una risorsa che pochi musicisti hanno saputo usare come Puccini. Non dimentichiamo poi il breve pezzo di Johnson “Ch’ella mi creda”, l’unico dell’opera qualificabile come aria ed estraibile per una esecuzione in concerto, che coglie genialmente l’essenza del momento drammatico e della psicologia del personaggio. Il secondo pregio di cui dicevo, quello delle preziosità timbriche ed armoniche, viene invece sviluppato fino a raggiungere vette altissime nelle circostanze più diverse. Penso alle prime battute dell’introduzione, con quella discesa di accordi che mentre riflette il mondo rude dei minatori contiene d’altra parte un aspetto di dolore se non di strazio. Di un genere opposto sono le finezze con cui prende avvio il secondo atto, dove un seguito di spunti piacevolmente coloriti e ritmati, apparentemente in disordine eppure così coerenti nel loro insieme, precedono l’episodio di Wowkle e Billy. Tuttavia i risultati più rilevanti il compositore li raggiunge nel creare con pochi tocchi atmosfere intense, specialmente nelle espressioni di tristezza. Valgano come esempi la scena che inizia con la canzone del cantastorie, tutta intrisa di cocente nostalgia, e poi il finale, che dovrebbe essere lieto ma non lo è, perché Minnie e Johnson si allontanano dicendo accoratamente addio alla California mentre i minatori, ormai privati di quell’unica fonte di luce morale che per loro era Minnie, sentono che d’ora innanzi la loro vita sarà ancora più cupa: un richiamo al motivo della canzone di Wallace, un lungo pedale dei violini divisi in zona acuta, pochi tocchi degli altri strumenti, la voce degli innamorati ormai fuori scena, il lamento dei minatori, la musica che si perde nel silenzio, il sipario che si chiude lentamente, molto lentamente.

Spesso mi sono domandato per quale ragione “La Fanciulla del West”, nonostante il trionfo della prima assoluta al Metropolitan di New York sotto la direzione di Arturo Toscanini, peraltro americanamente preparato con dovizia di mezzi, non sia diventata popolare, pur presentando meriti notevoli, come le consorelle di Puccini. Forse la spiegazione è ricavabile da quanto detto sopra, ossia dalla riduzione dei pregi che solitamente incantano il pubblico (le ondate melodiche) e dall’estendersi di quelli che, pur validissimi, richiedono invece più sensibilità e capacità di concentrazione (i timbri e le armonie). Mi ha fatto particolarmente piacere che la Scala abbia interrotto l’oblio, sia pure relativo, nel quale è caduta ingiustamente quest’opera (l’ultima rappresentazione nel teatro milanese risale al 1995) mettendola in scena nella stagione corrente. La direzione è stata affidata a Riccardo Chailly, che ha voluto utilizzare la partitura originale, quella inviata da Puccini al Metropolitan. Toscanini vi aveva introdotto cambiamenti, da un lato effettuando qualche taglio e dall’altro operando dei rinforzi per adattare l’orchestrazione alla sala del teatro newyorkese di allora, che aveva una acustica secca. Le modifiche si sono tramandate, rimanendo nelle successive edizioni dell’opera. Ora alla Scala i tagli sono stati riaperti e i rinforzi eliminati, portando, come Chailly ha dichiarato in una intervista contenuta nel programma di sala, “a una ‘Fanciulla’ più tenera e sfumata, con le passioni sanguigne di Puccini che pulsano con maggiore morbidezza.” È stata una operazione interessante e perfino doverosa nei confronti del compositore. Ma mi pongo la domanda se i tagli non si giustificassero per ridurre certe lungaggini e se il conferimento alla partitura di uno spessore maggiore non fosse opportuno, oltre che per il vecchio Metropolitan, anche per tutti i teatri molto grandi, pur con acustica migliore. In ogni caso l’interpretazione dello Chailly ha raggiunto la perfezione. Nulla da eccepire, tutto da elogiare. Nessun pregio della partitura, neppure la più minuta sottigliezza, è andato perso. Dall’orchestra della Scala, in gran forma, il direttore ha avuto una collaborazione splendida. In palcoscenico ha cantato un terzetto di voci non eccezionali, però buone ed equilibrate: Barbara Haveman (in sostituzione Eva-Maria Westbroek, ammalata), Roberto Aronica e Claudio Sgura come Minnie, Johnson rispettivamente Rance. Ottimi i numerosissimi comprimari e ottimo il coro, istruito da Bruno Casoni.

Sul piano visivo il regista Robert Carsen è partito dall’idea che nella “Fanciulla del West” sono presenti elementi che sarebbero poi passati al cinematografo. Tale presenza è innegabile, però il Carsen, come fanno quasi tutti i registi d’oggi, i quali non posseggono le virtù della moderazione e del buon senso, ha portato ogni cosa all’estremo. Così, all’alzarsi del   sipario, sulle note del preludio, vediamo una folla che assiste a un film proiettato sul fondale; gli spettatori poi diventano gli avventori della taverna “Polka” (si sa che Carsen ha una predilezione per il teatro nel teatro, qui l’ha adattata a cinematografo nel teatro). Nel terzo atto, durante la caccia a Johnson, la scena è dominata da grandi e invadenti filmati di scorribande a cavallo (ma il regista stesso, nella sua nota per il programma di sala, non aveva affermato che “bisogna interpretare con misura il West di ‘Fanciulla’”?). Il massimo giunge nel finale, quando Rance e i minatori sono sul punto di impiccare Johnson ma, appena appena in tempo, arriva Minnie, bloccando l’esecuzione e convincendo i minatori a graziare l’ex-bandito. È un momento cruciale e rivelatore di quanto coraggiosa sia la ragazza. Ma che cosa succede nella “Fanciulla” di Carsen? Con un improvviso cambiamento a vista appare l’edifico di un cinematografo, con file di lampadinette colorate e l’annuncio luminoso che è in programma “The Girl of the Golden West”. Minnie non irrompe trafelata ma posa tranquilla e immobile davanti all’ingresso. Poi i minatori-spettatori entrano a vedere il film pagando l’ingresso alle biglietterie. Di colpo lo spettacolo si svuota di tutti i suoi contenuti drammatici e morali. Giudichi il lettore.

 

Carlo Rezzonico

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