“La donna serpente” di Alfredo Casella a Torino

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Spazio musicale

 

Il libretto della “Donna serpente”, scritto da Cesare Vico Lodovici, che lo ha tratto da una favola teatrale di Carlo Gozzi, è un lungo e ingarbugliato seguito di avvenimenti assurdi riguardanti una fata desiderosa di vivere tra gli uomini e un re pazzamente innamorato di lei, fino al punto da trascurare, in un momento drammatico, i doveri verso il suo popolo. Benchè sia la fata-donna a dare il titolo all’opera, vero protagonista della vicenda è il re, il quale, abbandonato dall’amatissima compagna e dai figli, si dibatte disperatamente per ricuperarli e dopo una serie confusa di avversità e prove superate riesce nell’intento, adducendo al lieto fine trionfale.

 

In questa drammaturgia, che chiamerei strapazzata, Alfredo Casella si è calato con fervida immaginazione e grande impegno. L’orchestra produce in abbondanza idee assai originali, vivacissime nei ritmi e scintillanti nei colori, ma crea anche atmosfere suggestive e suscita forti impeti drammatici: appare ovunque una straordinaria maestria nel dar vita a effetti strumentali interessanti e talvolta accattivanti. Purtroppo a tratti il compositore pecca di frammentarietà e sovraeccitazione. In tale ambiente sonoro il re, che è un tenore, manifesta i suoi tormenti e la sua fedeltà di innamorato, spingendo spesso la voce sugli acuti e trovando in qualche occasione accenti veramente toccanti. Anche la fata, soprano, si libra frequentemente in zona acuta, ma la sua voce sembra venire da   un mondo diverso e per lei l’accompagnamento strumentale si fa più discreto. Una funzione di primo piano svolge il coro, che con i suoi interventi fortemente ritmati e penetranti assume caratteristiche pressoché strumentali.

 

A questo punto sorge in me la domanda che solitamente mi pongo quando un’opera dimenticata viene riportata in scena. Valeva la pena? Si giustificherebbe un suo rientro nel repertorio? Rispondo affermativamente perché, nonostante i difetti suaccennati, alcune lungaggini e alcuni momenti poco ispirati, le molte bellezze, soprattutto timbriche e armoniche, di uno strumentale effervescente, incisivo e ricco di soluzioni sorprendenti costituiscono ragioni sufficienti per mantenerla in vita. L’ostacolo maggiore risiede piuttosto nei costi e nei problemi dell’allestimento. L’elenco dei personaggi e la dimensione dell’organico orchestrale sono tali da far rizzare i capelli a ogni organizzatore di stagioni operistiche. Non solo, ma la partitura esige un vero e proprio virtuosismo strumentale, mettendo a dura prova le capacità degli orchestrali.

 

“La donna serpente” è stata inclusa nella stagione corrente del Teatro Regio di Torino in un allestimento creato assieme al Festival della Valle d’Itria, che l’ha rappresentato nel luglio 2014, però con altri interpreti. Nella città piemontese sul podio c’era Gianandrea Noseda, il quale è stato assai attento e diligente, tuttavia senza conferire all’esecuzione, specialmente nel prologo e nel primo atto, tutto lo splendore dei colori, l’incisività ritmica e i pregi degli impasti sonori auspicabili. Grandi elogi merita l’intera compagnia di canto; nell’impossibilità di dedicare un commento a ciascuna delle numerosissime voci mi limito a menzionare le ottime prestazioni di Piero Pretti (re) e Carmela Remigio (fata). Efficace il coro, istruito da Claudio Fenoglio.

 

Sul piano visivo il regista Arturo Cirillo, lo scenografo Dario Gessati, il figurinista Gianluca Falaschi e il responsabile delle luci Giuseppe Calabrò si sono tuffati senza reticenze e con buoni risultati nel mondo fantastico del soggetto. I movimenti dei personaggi hanno assunto spesso aspetti di danza, forse ricordando che Casella aveva pensato inizialmente, non a un’opera, ma a un balletto o forse per rendere ancora più irreale il mondo rappresentato. Il che è stato bene. Meno bene invece che la danza abbia invaso anche gli interludi orchestrali, i quali sono belle pagine sinfoniche e meriterebbero che l’attenzione del pubblico sia tutta per loro. In ogni caso la conduzione dei personaggi è stata inappuntabile e la parte visiva dello spettacolo nel suo complesso ha dato soddisfazione. Non sono riuscito a trovare sul programma – e me ne spiace – il nome della bravissima ballerina che ha affascinato attraversando il palcoscenico imitando un serpente.

 

“Norma” convincente a San Gallo

 

Il Theater St. Gallen ha rappresentato recentemente una “Norma” di ragguardevole valore. Non che tutto sia stato perfetto. Alla regia di Nicola Berloffa rimprovero tre cose bislacche: il trasferimento della vicenda nell’Ottocento, l’arbitrario e inutile trasporto in scena di un soldato ferito e la sciocchezza di far ballare il coro durante “Guerra, guerra”. Liquidati questi punti negativi, resta spazio solo per elogi. All’apparizione di Norma sono bastati pochi tocchi registici per farci capire lo stato d’animo dilaniato del personaggio. Lo stesso è accaduto per Adalgisa. In “Casta Diva” il Berloffa ha rinunciato all’abituale completa staticità muovendo il personaggio con moderazione e intelligenza, senza recare disturbo alla musica.  Esemplare è stata la conduzione dei personaggi nei duetti tra le due donne. Il regista ha anche avuto il buon senso di portare i protagonisti vicino al proscenio quando questi dovevano imporsi: così, per quanto riguarda Norma, nella cabaletta dopo “Casta Diva” e nella scena finale.

 

Seguo ora lo stesso ordine, dal negativo al positivo, per il direttore musicale Giampaolo Bisanti. Nella sinfonia avrei desiderato maggior forza e decisione. I disegni dei violini, non solo nella sinfonia, sono stati eseguiti alla perfezione, però lasciandoli spesso in secondo piano; mi sarebbero piaciuti più in evidenza. In generale l’orchestra si è attenuta a un eccesso di discrezione. Ma messe da parte queste riserve resta campo solo per parole di approvazione. Le grandi melodie belliniane sono state svolte con stile impeccabile ed espressione intensa. L’alto grado di accuratezza ha fatto sì che ogni nota della partitura sia diventata portatrice di significato. In tutti i momenti salienti alla bravura del regista si è associata quella del direttore musicale, con esiti assai validi.

 

E adesso veniamo ai cantanti. Alla soprano Yolanda Auyanet, che ha sostenuto la parte della protagonista, spetta largo riconoscimento: ha voce calda e vibrante, mezzevoci purissimne, sovracuti forti, taglienti e tenuti a lungo. Alle notevoli risorse vocali aggiunge qualità interpretative non inferiori. Alessandra Volpe come Adalgisa ha fatto ottima impressione con il suo timbro ampio e brunito, da autentica mezzosoprano; anche lei è stata all’altezza del suo personaggio. E quando due voci così pregevoli come quelle della Auyanet e della Volpe si univano negli “a due”, era una delizia per l’orecchio. Dal lato maschile il tenore Martin Muehle, con i suoi mezzi potenti, estesi e squillanti, è riuscito a conferire un certo spessore allo scialbo personaggio di Pollione. Una voce di basso forte e ben timbrata ha messo in luce Levente Pall.

 

Per concludere: decisamente valeva la pena di fare il viaggio a San Gallo.

 

“La Resurrezione” all’Auditorio

 

Il 2 aprile, all’Auditorio Stelio Molo RSI di Lugano, il Coro della Radiotelevisione svizzera e I Barocchisti, diretti da Diego Fasolis, hanno eseguito “La Resurrezione” di Händel. Il libretto di questo oratorio, scritto da Carlo Sigismondo Capece è mediocre tanto dal punto di vista del contenuto quanto da   quello della lingua ma presenta il vantaggio di dare una caratterizzazione distinta a ciascun personaggio. È scontato che l’Angelo si muova in una sfera superiore e fin dal principio si rallegri per la risurrezione imminente. Scontato è anche che Lucifero sia maligno, grossolano e tracotante. Più interessanti sono invece i personaggi umani. Alla fede totale di Giovanni si contrappongono i dubbi e le ansie di Maddalena e Cleofe, però con sfumature particolari per ognuna di esse. Il giovane Händel (aveva ventitrè anni quando compose “La resurrezione”) non solo mise in musica tutti questi aspetti con grande bravura ma aggiunse anche qualche tocco particolare. Per esempio mise in ridicolo, sia pure con misura, il personaggio di Lucifero, componendo per le sue arie accompagnamenti al tempo stesso arroganti e goffi. A Cleofe è affidata una delle arie più belle e originali dell’oratorio, quella che inizia con le parole “Piangete, sì, piangete, / Dolenti mie pupille”, dove la musica passa dall’acuto al grave, come se si accasciasse pesantemente per la desolazione. Naturalmente non mancano le espressioni gioiose, tra cui menziono, come particolarmente belle, le arie “Risorge il mondo” (Angelo), “Vedo il Ciel che più sereno” (Cleofe) e “Se per colpa di donna infelice” (Angelo).

 

Ottime sono state le prestazioni del coro e dell’orchestra, diretti con mano sicura dal Fasolis. Quanto ai cantanti mi limito a menzionare Alice Borciani, una soprano dalla voce limpidissima, morbida, candida e quindi perfettamente idonea a sostenere la parte dell’Angelo.

 

Pubblico abbastanza numeroso, ma meno che alla prima manifestazione dedicata al periodo pasquale. Molti applausi.

 

Carlo Rezzonico

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