La Corte europea dei diritti dell’uomo convalida la vendita di bambini!

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Grégor Puppink Dottore in diritto  Direttore del Centro europeo per il diritto e la giustizia

Grégor Puppink
Dottore in diritto
Direttore del Centro europeo per il diritto e la giustizia

Da boulevard Voltaire un interessante articolo a firma Grégor Puppink

Da un crimine nasce un diritto.

Il 27 gennaio, nel caso Paradiso, la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha condannato l’Italia per aver ritirato a una coppia il bambino che questa aveva comperato per 49’000 euro a Mosca nel 2011. L’Italia deve versare alla coppia 30’000 euro di danni.

Non avendo il bambino, nato da maternità surrogata, alcun legame genetico con la coppia, l’Italia aveva rifiutato di riconoscere l’atto di nascita russo che indicava la coppia come genitori, le aveva ritirato il fanciullo affidandolo all’adozione. Chiamata in causa dalla coppia, la CEDU ha giudicato, con cinque voti contro due, che l’Italia poteva rifiutare di riconoscere la filiazione russa, ma che il ritiro del bambino ha attentato alla vita privata e familiare della coppia. La Corte ha ritenuto che gli acquirenti si sono comportati come genitori durante sei mesi e che meritano la protezione accordata alla vita familiare; ha poi giudicato che il divieto della maternità surrogata e la vendita del bambino non giustificano il ritiro di quest’ultimo per riguardo al suo interesse a restare con i suoi genitori acquisiti.

L’acquisto di un bambino conferisce così agli acquirenti un diritto su detto bambino in nome dell’interesse di quest’ultimo come determinato dai giudici.

Da un crimine nasce un diritto.

Leggere anche: “GPA : Il ne suffit pas d’affirmer, la main sur le cœur, que l’enfant n’est pas un objet” (Maternità surrogata: non è abbastanza dire con mano sul cuore che il bambino non è un oggetto)”.

La Corte convalida così la vendita di bambini. Diciamolo chiaramente: il presunto interesse del bambino nasconde in realtà quello dei giudici di imporre la liberalizzazione della maternità surrogata.

La Corte non s’interroga sulla moralità della maternità surrogata, né tantomeno sulla violenza irrimediabilmente inflitta ai bambini nati da una maternità surrogata: condannati “per il loro bene”, secondo la sua logica, a vivere con coloro che li hanno privati dei loro genitori e che li hanno acquistati. Per la Corte, le circostanze non influiscono sull’interesse dei bambini. Al contrario, essa suppone conforme al loro interesse essere allevati dai loro compratori. Al contrario, è invece legittimo pensare che questi bambini avranno delle buone ragioni per rivoltarsi contro di loro.

Tutto ciò in nome di un diritto del bambino. La Corte, da quando tratta di maternità surrogata e di adozione omosessuale, non vuole più considerare l’origine dei bambini. Per lei, tutto è lecito perché la famiglia non è che un’associazione temporanea di cittadini.

Questa sentenza è devastante, e i due giudici dissidenti l’hanno sottolineato: riduce a zero la libertà degli Stati di rifiutare la maternità surrogata e di non riconoscerle effetti giuridici. Peggio ancora, questa sentenza è un incentivo al traffico internazionale di bambini.

I diritti dell’uomo che dovrebbero costituire un bastione contro l’indegnità e lo sfruttamento dell’uomo, sono distorti per servire da strumento di una falsa liberazione dell’individuo alla ricerca della soddisfazione di qualsiasi desiderio, perfino quello di una donna cinquantacinquenne di avere un bambino, come nella fattispecie.

Speriamo che l’Italia faccia appello; ma la Corte può opporvisi senza giustificazione. Inoltre, l’Italia rinuncerà forse a questo appello, perché la Corte ha abbinato il suo giudizio a un concetto che sembra annullare la sua stessa argomentazione: non è necessario rendere il bambino ai suoi acquirenti, perché dal 2013 vive presso una famiglia.

Cosicché, il vero obbligo concreto che risulta da questa sentenza è quello, per l’Italia e per gli altri 46 Stati europei, di non più opporsi in avvenire alla vita di tali “famiglie”.

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