“La cena delle beffe” di Giordano alla Scala

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Spazio musicale

 

Il soggetto della “Cena delle beffe” è una storia di scherzi violenti e crudeli cui seguono vendette altrettanto violente e crudeli fino alla conclusione tragica. Dominano la vicenda due personaggi maschili: Neri, un energumeno temuto per la forza fisica, e Giannetto, un individuo viscido e intrigante. Sul versante femminile ci sono Ginevra e Lisabetta: la prima è bellissima, irresistibile, libera nei costumi e assai contesa dall’altro sesso, la seconda dolce e sinceramente innamorata di Neri. Da lei e per brevi tratti, sorprendentemente, dal brutale Neri vengono i non molti accenti umani dell’opera.

 

La musica non poteva fare a meno di riflettere l’esasperazione dell’assunto e quindi si articola in una declamazione enfatica che spesso si scaglia verso l’acuto. Aderisce diligentemente alle parole ma non di rado pecca di monotonia. Di quando in quando fa posto ad aperture melodiche, alcune assai belle, e sconfina nell’arioso. Ci sono due duetti, il primo tra Giannetto e Ginevra, nel secondo atto, che con ampi e intensi motivi ascendenti manifesta l’insorgere dei sensi nel personaggio maschile, cui seguono espressioni di accondiscendenza e voluttà in quello femminile, il secondo tra Neri e Lisabetta, nel terzo atto, che si apre con imploranti e commoventi volute melodiche della donna. Da segnalare c’è anche l’originalissimo ottetto del terzo atto, dove il ritmo serrato è sovrano, come si conviene a un momento in cui gli avvenimenti incalzano. Notevoli sono i valori strumentali, ad esempio quando svolgono la funzione di caratterizzare i personaggi maschili alla loro sortita (una improvvisa impennata dell’orchestra per Giannetto, un discorso scuro e rude per Neri) oppure quando anticipano l’atmosfera nella quale si svolgeranno i fatti (come nelle battute introduttive al terzo atto, che creano un clima fosco e irreale) oppure ancora quando sottolineano episodi salienti (gli accordi terribilmente stridenti dopo l’omicidio).

 

Meritava quest’opera un ritorno sulle scene? Cerco di dare risposta allestendo una specie di bilancio. Per quanto riguarda il libretto deploro un certo compiacimento nel presentare personaggi di bassissima lega e situazioni estremamente scabrose mentre apprezzo la drammaturgia ben impostata e il testo letterariamente valido nonostante qualche affettazione. Dal lato musicale noto debolezza dell’ispirazione in diversi punti e l’assenza di qualche pagina veramente grande, tuttavia ammiro  l’impegno del compositore nel creare una declamazione aderente al testo, alcuni momenti di intensa espansione melodica e uno strumentale interessante. Notevoli sono in particolare i due duetti. Fatte le somme, alla domanda posta sopra rispondo con un sì moderatamente convinto.

 

La Scala, con “La cena delle beffe”, si propone di riportare sulla sua scena i pr[AR1] incipali capolavori del repertorio verista. Credo che qui si faccia sentire la mano del sovrintendente Pereira, il quale, quando dirigeva l’Opernhaus di Zurigo, si era già mosso in questa direzione. Infatti proprio “La cena delle beffe” venne rappresentata nella città della Limmat durante la stagione 1994/1995. Benvenuto ora l’allestimento scaligero, mentre si attende con interesse la continuazione del progetto verista.

 

Lo spettacolo merita ampie lodi. Carlo Rizzi ha colto pienamente lo spirito della partitura, prestato grande cura a ogni particolare e usato molta discrezione e molti riguardi nei confronti dei cantanti. Proprio dall’ultima osservazione nasce la mia unica riserva: volumi strumentali maggiori e quindi una presenza un poco più marcata dell’orchestra avrebbero permesso di godere più intensamente i pregi dell’opera e dell’interpretazione. In palcoscenico si è presentata una compagnia di canto di primo ordine: Marco Berti (Giannetto), un tenore dalla voce penetrante e capace di svettare senza problemi sugli acuti, Kristin Lewis (Ginevra), una soprano dotata di mezzi forti e vibranti, Nicola Alaimo (Neri), un baritono con tutte le qualità per dar vita al suo tracotante personaggio, e, attorno a loro, una folta schiera di cantanti bene in voce e adatti alle rispettive parti.

 

La regia era nelle mani di Mario Martone, il quale ha trasferito l’azione dalla Firenze di Lorenzo il Magnifico all’America dei primi decenni del ventesimo secolo e nel finale ha introdotto una sparatoria che ha fatto strage di tutti i presenti in scena. Ma a parte il cambiamento di luogo e di tempo (una moda oggigiorno, peraltro ormai logora) e a parte la forzatura della sparatoria (la musica chiude l’opera in punta di piedi) il lavoro svolto dal Martone, soprattutto nella conduzione dei personaggi, è stato ottimo. Dal canto suo Margherita Palli, autrice delle scene, ha escogitato un sistema ingegnoso di piani sovrapposti che ha reso possibili suggestivi cambiamenti a vista.  

 

Bach all’Auditorio       

 

 

I due concerti del Coro della Radiotelevisione svizzera e dei Barocchisti, diretti da Diego Fasolis, hanno costituito momenti salienti della stagione all’Auditorio Stelio Molo RSI di Lugano e, in pari tempo, una splendida celebrazione delle feste pasquali. Il primo, svoltosi il pomeriggio di lunedì 28 marzo, è stato dedicato interamente a Bach con l’esecuzione del secondo concerto brandeburghese BWV 1047 e delle due cantate “Bleib bei uns, denn es will Abend werden” BWV  6  e “Erfreut euch, ihr Herzen” BWV 66.

 

Il secondo concerto brandeburghese si distingue per l’insolita composizione del concertino, che comprende un tromba in fa, un flauto, un oboe e un violino. Ne deriva una straordinaria ricchezza di colori, tanto più che Bach utilizza raramente il concertino come un quartetto, ma spesso si avvale degli strumenti singolarmente oppure in coppia oppure a tre. Un altro tratto caratteristico della composizione risiede nell’architettura, che si presenta assai variata ma anche sapientemente equilibrata. Dopo un “allegro” che grazie all’abbondanza delle idee e alla densità del contrappunto suscita l’immagine di un affascinante torrente in piena viene un “andante” tranquillo: la tromba tace (si dice per concedere un momento di tregua all’impegnatissimo musicista che deve suonarla, ma propendo a pensare che determinanti siano state le ragioni artistiche) e tacciono anche i tutti. Resta un fine terzetto di flauto, oboe e violino, dal quale traspira un lieve sentimento di tristezza. All’inizio del tempo finale, un “allegro assai”, la tromba, come se fosse impaziente di tornare ad essere attiva e di imporsi, dopo il silenzio al quale l’ha costretta l’”andante”, scatta con un motivo trillato assai deciso. Il tempo si articola in un episodio affidato agli strumenti del concertino, un altro nel quale questi si alternano con i tutti e un altro ancora, per concludere, dedicato esclusivamente ai tutti: un crescendo di spessore musicale, si potrebbe dire, che non manca di far presa sull’ascoltatore. L’esecuzione, come sempre quando c’è sul podio Diego Fasolis, è stata accuratissima. I due tempi estremi hanno dato vita a uno sfavillio di colori. Quanto a quello di mezzo si sono apprezzate la finezza e l’espressione. Oltre al direttore vanno lodati l’orchestra “I Barocchisti” e in special modo i quattro bravissimi membri del concertino.

 

La cantata “Erfreut euch, ihr Herzen” BWV 66 fu composta per il secondo giorno di Pasqua del 1724 a Lipsia. Si tratta di una parodia della composizione profana “Der Himmel dacht auf Anhalts Ruhm und Glück”, scritta anni prima per una festosa ricorrenza. È una successione di numeri inneggianti alla resurrezione del Signore. Solo in alcuni punti affiorano timori e dubbi, ma le ombre vengono presto eliminate. Domina una fresca atmosfera di gioia ed esultanza.

 

All’anno dopo risale la cantata “Bleib bei uns, denn es will Abend werden” BWV 6, anch’essa destinata a solennizzare le feste pasquali, sempre a Lipsia. Il carattere della composizione è però assai diverso. Tutti i brani sono accorate implorazioni a Cristo affinchè non neghi la sua luce ai fedeli. Il coro iniziale, che è musicalmente alquanto sviluppato, ha come testo soltanto una parte della pericope 24,29 di Luca: “Bleib bei uns, denn es will Abend werden, und der Tag hat sich geneiget” (“Resta con noi, che si fa sera e il giorno già declina”). È la richiesta dei discepoli di Emmaus a Cristo quando questi “fece finta d’andar più lontano” (24,28) e rappresenta   il numero della cantata in cui il sentimento dominante appare con maggior evidenza e con maggiore validità artistica. La pressante preghiera al Signore si manifesta particolarmente in numerose ripetizioni delle tre parole iniziali (“Bleib bei uns”) su un frammento melodico toccante.

 

Ancora una volta il Fasolis ed i Barocchisti, aventi come spalla Fiorenza de Donatis, hanno dato prestazioni degne di ogni lode. Altrettanto valido è stato il Coro della Radiotelevisione svizzera. Non più che volonterosi i solisti di canto. Nell’aria “Hochgelobter Gottessohn” della cantata BWV 6 la voce poco voluminosa della contralto è rimasta in secondo piano rispetto allo strumento obbligato. C’è stato anche qualche eccesso di esuberanza da parte del tenore.

 

Carlo Rezzonico


 [AR1]cipa

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