L‘ esodo dall‘ Africa

Set 22 • L'opinione, Prima Pagina • 187 Visite • Commenti disabilitati su L‘ esodo dall‘ Africa

Dr. Alessandro von Wyttenbach
Presidente onorario UDC Ticino

L‘ essere umano vive in un campo di tensione tra emozioni e ragione. Ogni politica guidata dalle sole emozioni o dalla sola ragione, porta invariabilmente alla tragedia, l’unica possibilità sostenibile è la ricerca di un equilibrio tra ragione e emozioni. Ciò vale anche per la politica della migrazione. Ogni giorno ci vengono trasmesse informazioni e immagini dei nuovi migranti e delle vittime che fanno del Mediterraneo un tragico cimitero. Sarebbe un mostro chi non reagisse emotivamente a queste notizie, queste forti emozioni non possono però esimerci dal valutare gli avvenimenti anche secondo la ragione. Il primo ragionamento è quello, che la maggioranza del flusso non è di popolazioni africane perseguitate politicamente, ma di esseri umani che vivono in miseria e sperano di trovare miglior vita. L’accoglienza in Europa di milioni di migranti non contribuirà assolutamente a risolvere il problema della povertà dell’ Africa; anzi, la priva di una forza lavoro necessaria allo sviluppo. Si deve considerare che, con l’attuale esplosione demografica, nei prossimi decenni per vincere fame e miseria in Africa saranno necessari diverse centinaia di milioni di posti di lavoro. L’esodo dall’Africa in futuro rischia così di assumere dimensioni bibliche, che l’Europa non sarà in grado di accogliere. È un’utopia credere che, con le attuali prospettive di crescita economica e della ricchezza in Europa, sia possibile creare sufficienti opportunità di lavoro e di vita per milioni di migranti dall’Africa, affinché possano provvedere al proprio sostentamento. Problema al quale si aggiunge la loro scarsa capacità di integrazione e assimilazione, in quanto il loro DNA culturale e religioso (in maggioranza islamico) e la bassa istruzione, mal si adattano all’economia e alla cultura di una progredita e aperta società democratica con economia di mercato, che si fonda sulla responsabilità individuale e sul rispetto delle leggi; una società a loro completamente sconosciuta. Siano di monito gli USA, che in due secoli non sono ancora riusciti a risolvere in modo soddisfacente il problema del razzismo contro gli Afro-Americani. In realtà, con la massa di immigrati non integrati a carico della spesa pubblica, alla fine si rischia di trapiantare in Europa la povertà dell’Africa. Le emozioni stanno impedendo alla ragione di percepire i gravi rischi futuri dell’esodo dall’Africa verso l’Europa e di assumere le conseguenti responsabilità politiche. Va assolutamente arrestato un flusso migratorio che non è quello di rifugiati, ma di chi cerca una vita migliore in Europa. Come fa l’Australia, i migranti illegali vanno subito riportati in Africa. Tenuto conto dell’ecatombe nel Mediterraneo, per raggiungere lo scopo, oltre alla pressione internazionale sui Paesi africani (che nulla fanno per arrestare l’esodo, per evitare l’ecatombe del Mediterraneo) – quando necessario – si giustifica anche l’uso della forza. Solo così si può porre fine allo sporco guadagno dei criminali passatori.

Fondamentale è un disinteressato aiuto dell’Occidente e dell’Europa, che non può limitarsi a pompare miliardi nelle mani delle multinazionali e dei corrotti governi africani, ma deve porre delle priorità per lo sviluppo. Basta finanziare superflue opere faraoniche (per favorire le grandi aziende internazionali), ma sostenere iniziative che favoriscano l’autosufficienza dei popoli. La prima fondamentale necessità è investire nell’istruzione, in particolare anche delle donne – l’ unico mezzo per frenare la preoccupante esplosione demografica. Per combattere la fame non bisogna favorire le grandi aziende agricole multinazionali in Africa, ma proteggere l’agricoltura e la produzione locale. La disponibilità di forza lavoro a basso costo, nel prossimo futuro, rende assolutamente irrazionale favorire in Africa la produzione agricola estensiva industrializzata, che non aiuta la popolazione e non crea, bensì distrugge, posti di lavoro; i cui profitti non finiscono nelle tasche di chi lavora, ma degli investitori e di politici corrotti per comprare armi. È inaccettabile che i polli congelati a prezzi stracciati della produzione industriale cinese (ecologicamente poco sostenibile), mettano in ginocchio la produzione avicola sul posto in Africa; lo stesso vale per l’importazione dei cereali a prezzi sovvenzionati dal governo americano. Per creare gli indispensabili posti di lavoro in Africa, le multinazionali, abbandonando la loro mentalità dello sfruttamento coloniale, devono investire in Africa in aziende che assicurino agli Africani parte del valore aggiunto delle lavorazioni sul posto delle loro risorse naturali. È evidente che questi sviluppi saranno lenti e non facili senza la collaborazione dei governi locali – la cui proverbiale corruzione è il vero cancro da combattere di molti Paesi africani – di cui non poche multinazionali purtroppo si servono per fare i loro affari. Per fare tutto ciò ci vuole volontà politica, costanza e forte pressione internazionale. Non è la passiva accoglienza umanitaria in Europa dell’esodo della popolazione la via da percorrere per combattere la povertà della popolazione africana. Per combattere la miseria e valorizzare le straordinarie potenzialità di questo grande continente, non servono i miliardi di dollari (i miliardi pompati in Africa sono già stati troppi), serve insegnare agli Africani ad aiutarsi da soli, non imponendo loro paternalisticamente la nostra cultura ed economia, ma con l’umiltà del rispetto della loro, tenendo conto delle condizioni locali. In sostanza, meno ipocrita buonismo ideologico, ma più realismo concreto.

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