Krylov entusiasma il pubblico dei Concerti d’autunno

Dic 15 • Sport e Cultura • 1058 Visite • Commenti disabilitati su Krylov entusiasma il pubblico dei Concerti d’autunno

Spazio musicale

 

Il concerto del 28 novembre al Palazzo dei congressi di Lugano (con replica il giorno dopo nella Chiesa di San Francesco a Locarno) ha messo in programma due composizioni assai conosciute, per ragioni diverse, della produzione sinfonica. Il Concerto per violino e orchestra op. 35 di Cajkovskij, eseguito nella prima parte della serata, è famoso per il virtuosismo richiesto all’esecutore, ma presenta anche altri valori, ad esempio quando, nel primo tempo, “il solista dialoga, lotta, fino a che passa ad un secondo motivo largo, dominatore, di un’espressione intensa e di una tenerezza profonda” oppure quando erompe il finale “spigliato e pieno di brio”. Mi sono permesso di citare Gino Roncaglia, nel suo “Invito alla musica”, un libro divulgativo ad uso di chi vuole accostarsi all’arte dei suoni, che nonostante l’età (fu pubblicato nel 1947) meriterebbe ancora attenzione e sarebbe utile, se fosse in circolazione, a molti frequentatori di concerti. Torno in argomento per dire che il concerto d’autunno di cui sto parlando ha offerto nella seconda parte la nona sinfonia di Sostakovic: un lavoro scritto alla fine della seconda guerra mondiale prevalentemente con mano leggera e briosa (rinunciando dunque a una celebrazione grandiosa e solenne della vittoria, come ci si sarebbe potuto aspettare).

 

Mi soffermo un momento su questa composizione. Nel primo tempo, in un tessuto musicale leggero e trasparente, le idee sprizzano a getto continuo e danno vita a un discorso scintillante, sbarazzino, mozzafiato, a volte ironico. Queste caratteristiche emergono fin dalle battute iniziali: curiosamente il primo motivo viene subito imitato per moto contrario, poi sbuca in alto, variato, sorprendentemente e spensieratamente fischiettato dal flauto solo. Di quando in quando una pomposa quarta ascendente dei tromboni, estranea al flusso musicale in corso, porta un elemento grottesco. Meno felice è il secondo tempo, che alterna episodi in cui i legni svolgono melodie relativamente sviluppate ma senza anima, quasi svogliate, a episodi stanchi degli archi. L’estrosità torna con il breve “presto”, che è tutto un rincorrersi di agilissime e rapidissime figurazioni, ma si blocca, nel quarto tempo, in passaggi meditativi e severi; qui si alternano episodi imponenti degli ottoni a lunghe e tristi melodie del fagotto solo. Si arriva al quinto tempo, dove troviamo lo Sostakovic migliore, ancora una volta estroso, ma in movimento “allegretto”, talvolta sommesso, che tuttavia verso la conclusione si scatena e diventa incandescente.

 

In apertura del concerto è stata eseguita la Serenata per piccola orchestra op. 1 di Othmar Schoeck. Ho apprezzato l’attenzione dei Concerti d’autunno a questo compositore svizzero, attivo quasi esclusivamente nel nostro Paese, anche come direttore d’orchestra (fu alla testa del complesso sinfonico di San Gallo per un lungo periodo di tempo). Si tratta di un lavoro giovanile e poco rappresentativo della produzione dello Schoek, che si distinse soprattutto nel campo dei “Lieder. In ogni caso piace ascoltarlo. È un pullulare gradevole e ciarliero di idee, poi verso la fine si concede qualche espansione in melodie spianate.

 

Veniamo alle esecuzioni. Sergej Krylov ha suonato magistralmente nel concerto di Cajkovskij. Naturalmente ha esibito abbondantemente le sue capacità virtuosistiche. Ma si tratta  di un virtuosismo diverso da quello che abbiamo sentito da lui nei suoi anni giovanili: appariscente, pirotecnico, praticato talvolta su composizioni di dubbio gusto, a quei tempi, vertiginoso ma controllato, dignitosissimo e soprattutto mirante a valori artistici ora. E poi, la sera del 28 novembre, non c’è stato solo virtuosismo. Ad esempio abbiamo ascoltato anche un Krylov scrupolosamente attento all’interpretazione delle melodie e ai loro contenuti espressivi. Detto ogni bene del solista, elogi non meno calorosi meritano il direttore John Neschling e l’Orchestra della Svizzera italiana: hanno fornito prestazioni semplicemente ineccepibili. 

 

Pubblico in visibilio, come raramente capita di vedere.

 

“Woyzeck” a Zurigo

 

Christian Spuck, direttore del Ballett Zürich, ha rielaborato e portato nella città della Limmat “Woyzeck”, un suo lavoro rappresentato per la prima volta il 24 settembre 2011 a Oslo. Come “Leonce und Lena”, visto a Zurigo la stagione scorsa, deriva da un dramma di Georg Büchner, questa volta però non compiuto bensì rimasto al livello di frammenti. La vicenda, partendo da un fatto realmente accaduto a Lipsia nel 1821, pone al centro il personaggio di Woyzeck, un semplice soldato, innamorato di Maria, dalla quale ha avuto un figlio, che non lascia nulla di intentato per guadagnare qualche soldo e sopravvivere. Fa il barbiere al capitano della guarnigione e si mette a disposizione prima di un medico per consentirgli di effettuare strane sperimentazioni e poi di un professore, che lo utilizza in funzione dei suoi studi. Sempre viene trattato come un oggetto e subisce umiliazioni cocenti. Quando però scopre che Maria ha una relazione con il tambur maggiore non regge più e uccide la donna.

 

Con la coreografia Christian Spuck ha conseguito risultati ragguardevoli. Del protagonista ha saputo tradurre gli affanni, la desolazione, le lacerazioni e la disperazione. I duetti sono generalmente riusciti, non solo quelli tra Woyzeck e Maria ma anche i due tra questa e il tambur maggiore: follemente appassionato il primo, con qualche passaggio fin troppo realistico, euforicamente gioioso il secondo. Impressionanti sono alcune scene di gruppo, ad esempio l’episodio in cui gli studenti portati con sè dal professore si scatenano in una specie di ridda infernale. Non meno valide, in un altro genere, sono  le danze degli abitanti del villaggio, non solo perchè assai belle in sè, ma anche perchè introducono elementi di contrasto con i molti e preponderanti aspetti lugubri dello spettacolo. Anzi, avrei preferito che ricevessero maggior evidenza – magari sarebbe bastato un poco di colore e di luce – per rompere l’insistenza sul fosco e la monotonia che ne deriva. Di ottimo effetto teatrale è la conclusione, nella quale la scena è divisa in due: da una parte, in desolante solitudine, giace il corpo esanime di Maria, dall’altra gli abitanti del villaggio si divertono e ballano in una festa, mentre il tambur maggiore  si diletta con un’altra donna, poi giunge Woyzeck, che tenta di partecipare al tripudio e di danzare con una ragazza, ma è respinto brutalmente, allora si trasferisce dove c’è Maria, la guarda, si trascina verso di lei, vorrebbe prenderle la mano, non osa, si accascia.

 

Jan Casier ha dato vita al protagonista con considerevole bravura mentre William Moore ha danzato efficacemente nei panni del tambur maggiore. Quanto a Katja Wünsche si può dire che è stata una Maria inappuntabile in ogni momento dello spettacolo, ma mi piace menzionare particolarmente la sua maiuscola prestazione nella scena in cui Woyzeck, stravolto da allucinazioni, vede la donna danzare convulsamente con i suoi tiranni: il capitano, il dottore, il professore e il tambur maggiore. Vello Pähn dal podio e la Philharmonia Zürich hanno eseguito lodevolmente una partitura musicale comprendente composizioni di Martin Donner, Philip Glass, György Kurtag e Alfred Schnitte. Passi per l’eterogeneità, però in parecchi momenti avrei gradito pezzi meno monotoni.

 

Carlo Rezzonico

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