Klaus Schwab

Gen 30 • L'opinione, Prima Pagina • 207 Views • Commenti disabilitati su Klaus Schwab

Roger Köppel
Redattore-capo della Weltwoche

Il fondatore del Forum economico mondiale è uno dei grandi riformatori del mondo che merita veramente questo titolo.

Il 48° World Economic Forum (WEF) comincia la settimana prossima a Davos (23-26 gennaio, NdT). Quasi tutti i grandi di questo mondo vengono a partecipare a questo torneo internazionale di tre giorni, a questa Wimbledon dell’economia dell’élite mondiale che sente misteriosamente, da ormai quasi cinque decenni, il bisogno imprescindibile di consultarsi sul corso del mondo, in questo piccolo villaggio turistico svizzero appollaiato in alto.

Dei libri e delle tonnellate di articoli sono stati scritti per annunciarne la fine e per schernirlo. Ciò nonostante, la comunità internazionale si sorprende ogni anno che questo forum, il cui declino è stato profetizzato decine di volte, batta sempre nuovi sensazionali record d’affluenza, impedendo a questo declino d’avere luogo.

E anche questa volta, mentre le prime voci s’innalzavano a dichiarare che il WEF non era certamente più al suo zenit, l’annuncio che il presidente americano, Donald Trump, accompagnato da un seguito imponente, onorerebbe con la sua presenza l’evento, ha avuto l’effetto di una bomba al neutrone. Adesso sono tutti sovraeccitati. L’arrivo di Trump, a seguito del dibattito sugli «shithole» è evidentemente l’avvenimento di politica estera più atteso dell’anno. Fino alla prossima provocazione mondiale di questo twitter inveterato.

Certamente, il WEF ha degli aspetti da fiera delle vanità – come in generale la vita. Il brillante autore di libri d’economia, l’americano Michael Lewis, dichiarava già diversi anni fa in un’intervista alla Weltwoche, che il forum era un circo per manager che volevano giocare agli intellettuali. Ragione per cui lui rifiutava di parteciparvi. «Troppo tiepido», si lamentava con un po’ di arroganza questo autore premiato, il cui bestseller sulla crisi finanziaria era stato stampato in milioni di esemplari.

La diagnosi di Lewis potrebbe ottenere un grande consenso. La maggior parte dei giornalisti va fra le magiche montagne di Davos con un miscuglio di ostentato rilassamento e di condiscendenza professionale. Nessuno vuol lasciar trasparire che in fondo trova incredibilmente impressionante, sensazionale, questa concentrazione di celebrità e di personaggi chiave durante tre giorni. Davos mette anche alla prova l’idea che ogni partecipante ha della propria persona. S’incontra sempre qualcuno che è riuscito ancora meglio. Non è facile sopportare questo concentrato di successo, specialmente quando è il successo degli altri.

Cionondimeno, i critici hanno torto. Se il WEF non fosse che una gigantesca e decadente festa di celebrità. non esisterebbe più da molto tempo. E nemmeno il forum si mantiene perché produce dei risultati politici rivoluzionari o risolve i problemi del mondo. Le élite fanno il pellegrinaggio al WEF perché i potenti e i ricchi vi si possono incontrare e confrontare, almeno una volta l’anno, in modo informale e in uno spazio senza dominazioni. Forse, l’aria delle montagne svizzere fa sì che parlino semplicemente in maniera più franca e più schietta del solito.

L’uomo che s’è reso conto della necessità di un luogo per incontri annuali in un ambiente neutro, trovabile solo nella neutrale Svizzera, è il professore universitario, oggi in pensione, ed economista Klaus Schwab. Egli possiede l’aura di un saggio internazionale, fra il genio e l’oracolo, il cui irradiamento non è solo dovuto alla sua grande intelligenza, ma anche alla sua voce gutturale da baritono, rafforzata da un eloquio volutamente lento, che trasmette al suo uditorio intelligenza e senso della misura.

Ciò che è riuscito a istituire a Davos merita un’ammirazione senza riserve. Il forum è partito negli anni settanta come un campo d’allenamento per i dirigenti europei minacciati di farsi distanziare dagli Stati uniti. Schwab ha poi in seguito fatto del suo WEF il quartier generale intellettuale della mondializzazione, dove politica ed economia marciano mano nella mano, retrospettivamente forse un po’ troppo strettamente. Una gran parte di ciò che è stato discusso, e talvolta osannato, sui pulpiti s’è più tardi fracassato alla prova della realtà, ma Schwab è sempre riuscito, in un modo o nell’altro, grazie alle sue antenne, a far coincidere il suo incontro con lo spirito dei tempi.

La maggior parte degli osservatori non vede che l’inventore del WEF è di un buonumore tenace, quasi eccentrico, che esprime il suo acuto senso per le fluttuazioni e le sfumature. Non è un ingenuo avvocato difensore della globalizzazione. Recentemente, il redattore-capo del Wall Street Journal, un britannico mordace, ha tentato di trascinarlo su un terreno scivoloso in merito a Trump, nel corso di un’intervista filmata. Schwab l’ha contrastato con autorevolezza, rimanendo tuttavia gentile. Senza perdere la calma, ha considerato essere il controverso presidente l’espressione della necessità di trovare un nuovo equilibrio fra il nazionale e l’internazionale.

È giusto. Tutto quello che dichiara non è da Premio Nobel, ma quando Schwab lo dice, ciò sembra intelligente e ragionevole, e lo è anche davvero la maggior parte delle volte. Si può salutare come un vero e proprio exploit, l’aver saputo resistere alla tentazione di fare del WEF una piattaforma di propaganda per le sue proprie convinzioni. Molte cose lo affascinano, ma non se ne lascia trascinare. Non è dogmatico, è piuttosto un fine missionario portatore di un messaggio indiscutibile che vuole che il mondo stia meglio quando i grandi e i potenti non si fanno la guerra, ma si riuniscono regolarmente per parlare delle cose che passano loro per la testa. E se gli uomini d’affari, ne approfittano per fare degli affari – tanto meglio.

Il celebre sociologo Richard Sennett ha coniato il concetto dell’«uomo di Davos» per qualificare i partecipanti al WEF. La venuta a Davos di Donald Trump, che incarna precisamente l’anti-«uomo di Davos», è finora il più bel trionfo per Schwab. Anche il più grande critico di Davos non può ignorare Davos. E aprendo le tribune anche a coloro che incarnano l’opposto di ciò che lui ritiene giusto, Schwab contribuisce già sin d’ora a disinnescare gli antagonismi. La civilizzazione comincia quando si parla invece di spaccarsi il cranio. Klaus Schwab è uno dei grandi riformatori del mondo che merita veramente questo titolo.

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