Johannes Moser e Alexander Vedernikov per OSI al LAC

Apr 8 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 340 Views • Commenti disabilitati su Johannes Moser e Alexander Vedernikov per OSI al LAC

Spazio musicale

Il primo concerto per violoncello e orchestra di Sostakovic appare con una certa frequenza nei programmi sinfonici. Molti ricorderanno l’eccellente interpretazione da parte di Enrico Dindo al Palazzo dei congressi di Lugano nel 2012. Giovedì 22 marzo di quest’anno la composizione è tornata nel quadro della stagione OSI al LAC. A sostenere la parte solistica è stato chiamato Johannes Moser. Questo musicista, che evidentemente conosce a fondo e ama il lavoro di Sostakovic, si è impegnato con tutte le forze in una interpretazione che, a sua volta, rimarrà a lungo nel ricordo del pubblico. Nel primo tempo ha dato vita con abilità tecnica e intelligenza a quella che considero la sua caratteristica fondamentale: una continua eccitazione ritmica, tra l’altro dovuta al gran numero di note ribattute, che tuttavia non trasmoda nell’isterismo ma si svolge in un quadro di moderazione e gusto. Non meno interessante, anche se per altri motivi, è stato il “moderato” successivo, al quale il violoncellista ha conferito con grande sensibilità tutta la gamma di stati d’animo che lo percorrono, passando dall’inizio meditativo, ombroso, espressione di un desolato lamento, a momenti di sofferenza acuta e scoperta e infine all’evasione in un mondo irreale, dove appare un suggestivo dialogo con la celesta. La cadenza, che è straordinariamente estesa, al punto da costituire la totalità del terzo tempo, presenta lungaggini e incongruenze, ma ha permesso al solista, se non altro, di mettere in luce la sua solida tecnica. Il Moser ha poi fatto scintille nel tempo finale. È stato gratificato con un lungo e intenso applauso. In una partitura che coinvolge molti altri strumenti, sia facendoli partecipare attivamente ai valori espressivi, sia chiamandoli in causa per produrre bellissimi effetti di colore, il direttore Vedernikov e l’Orchestra della Svizzera italiana hanno dato a loro volta prestazioni degne di ogni lode.

Veniamo ora alla seconda parte della serata. Quando un compositore scrive sui vent’anni una sinfonia ma poi si concentra sui pezzi brevi e diventa famoso grazie a quelli si è indotti a supporre che la sinfonia fosse l’errore giovanile di un artista ancora alla ricerca della sua strada, entrato in un campo non congeniale e pertanto incapace di conseguire risultati passabili. È questo, in parte almeno, il caso di Grieg. Lui stesso disprezzò la sinfonia e dopo una esecuzione a Bergen il 28 novembre 1867 volle che non fosse suonata mai più (nel 1980 il divieto fu violato a Mosca e successivamente anche altrove). Nel primo tempo si avverte lo sforzo compositivo, l’insufficienza dell’ispirazione e la mancanza di continuità nel discorso musicale; d’altro lato non si può negare una certa freschezza, una notevole varietà di colori e qualche spunto melodico abbastanza felice. Seguono un “adagio” di buona espressione elegiaca (è il tempo migliore), un intermezzo baldanzoso e un finale proteso alla ricerca di una esuberanza che però non riesce a decollare. Tutto sommato forse non sarebbe sbagliato rispettare il desiderio del compositore. L’esecuzione ascoltata al LAC non ha aiutato molto la sinfonia ad attenuare le sue debolezze.

Insomma, è stato un concerto, quello del 22 marzo, su due piani nettamente distinti: una seconda parte di scarso peso contrapposta a una prima parte di alto livello, sia per la composizione messa in programma, un quasi-capolavoro se non proprio un capolavoro, sia per la pregevolissima interpretazione del solista, del direttore e dell’orchestra.

Danza di valore alla Scala

Nella nostra epoca le sinfonie di Mahler attraggono fortemente l’attenzione dei coreografi. L’ultima creazione, andata in scena alla Scala tra marzo e aprile in prima assoluta, è quella della canadese Aszure Barton, che ha utilizzato l’”adagio” della decima sinfonia. Il balletto fa agire normalmente gruppi di interpreti; pochi e brevi gli assoli e i duetti. Si assiste a molti salti, giri, sollevamenti e a un grande lavoro delle braccia e del busto. Con questi mezzi la Barton produce un flusso continuo di figurazioni caratterizzate da leggerezza, scioltezza e ariosità, con qualche momento poetico assai bello. Perfino nel punto in cui la composizione musicale erompe con i massici e grandiosi interventi degli ottoni la coreografia non si scosta sostanzialmente dalla sua linea, rinunciando a dare una versione visiva di quanto succede in orchestra. Solo all’inizio una ballerina rimane pressochè immobile durante le battute introduttive delle viole mentre alla fine l’effervescenza coreografica si stempera a poco a poco in sintonia con la musica. Dal lavoro della Barton emerge una concezione dell’”adagio” mahleriano come di un brano sereno, per non dire gioioso. Si potrà discutere su questo, tuttavia a parere di chi scrive lo spettacolo ha innegabilmente una sua anima e affascina. Di ciò siano ringraziati anche le ballerine ed i ballerini della Scala, che hanno danzato con evidente impegno, sensibilità e bravura.

Come secondo numero della serata si è vista “Petite mort” di Kylian, sui tempi lenti di due tra i più famosi concerti per pianoforte e orchestra di Mozart (K.488 e K.467). Così si esprime il coreografo: “’Petite Mort’ è un modo poetico e stranamente significativo per descrivere l’estasi di un rapporto sessuale. In francese, e in alcune altre lingue, questa sensazione viene descritta come ‘piccola morte.’” Dopo un inizio debole, con un gruppo di ballerini in movimenti e atteggiamenti di battaglia, quindi poco consoni all’assunto, il balletto prende quota con una serie di duetti in cui la grandezza di Kylian rifulge pienamente. Qui si impone una coreografia ricchissima, dove ognuno dei membri di una coppia gode ardentemente del corpo dell’altro (una sessualità, però, non certo estatica) e afferra l’attenzione dello spettatore. Degni di molta lode le ballerine e i ballerini impegnati (chiuso un occhio su alcune imprecisioni nell’inizio battagliero e su un accompagnamento musicale scialbo da parte dell’orchestra e del pianista).

Da ultimo è tornato quel grande capolavoro, tanto sul piano della musica quanto su quello della coreografia, che è il “Boléro” di Ravel/Béjart. Alle interpreti e agli interpreti illustri che la Scala ha presentato nel corso degli anni per questo straordinario assolo si è aggiunta ora Martina Arduino: ha convinto e il pubblico l’ha festeggiata con ovazioni e grandi applausi (ho visto lo spettacolo il 27 marzo). Splendida l’orchestra, diretta da David Coleman.

Seong-Jin Cho a Chiasso

Il ventiquattrenne pianista sudcoreano Seong-Jin Cho, dopo aver suonato al LAC in un concerto sinfonico, si è presentato pochi giorni dopo, il 18 marzo, al Cinema Teatro di Chiasso. Possiede un temperamento forte e le sue interpretazioni sono ricche di umori. Ama i contrasti. Vediamo questi aspetti alla luce della sonata “Patetica” di Beethoven, che ha aperto la serata. Con un tempo assai lento, l’accordo iniziale tenuto a lungo e tutti gli altri scanditi in modo forte e massiccio, le prime battute hanno avuto un tono severo e solenne. Una opposizione nettissima si è poi manifestata tra la melodia a ottave della mano destra, delineata in un clima di grande delicatezza e fine espressione e, d’altra parte, gli accordi che la interrompono, prodotti con energia inaudita, quasi con violenza, andando perfino oltre il “ff marcato” voluto dalla partitura. Un piglio aggressivo e irruente ha poi caratterizzato l’”allegro molto e con brio” successivo. L’”adagio cantabile” è stato elevato in una atmosfera rarefatta, si potrebbe dire estatica. Molto stringato il rondò “allegro” finale. La sonata 30 op. 109, venuta dopo, ha accentuato a sua volta i contrasti. A chi scrive questo modo inconsueto di suonare la musica di Beethoven non è dispiaciuto. Dopo l’intervallo deliziosi sono stati tre brani di Debussy per le accattivanti evanescenze e rifrazioni nonché per certi finissimi passaggi in cui le mani sembravano accarezzare la tastiera. Da ultimo nella sonata 3 di Chopin il pianista ha alternato nuovamente momenti di dolce romantico abbandono a grandi impeti e sfuriate, ma pur sempre ricavando effetti, stimoli e valori non trascurabili. Al Seong-Jin Cho gioverebbe dominare maggiormente gli impulsi e “i giovenil furori” (mi è sfuggita una citazione ariostesca) ma le sue doti dovrebbero in ogni caso assicurargli una carriera importante. Pubblico abbastanza numeroso, molti applausi.

 

Carlo Rezzonico

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