“Jérusalem” al Festival Verdi di Parma

Nov 5 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 91 Visite • Commenti disabilitati su “Jérusalem” al Festival Verdi di Parma

Spazio musicale

 

Nell’Ottocento era normale che, quando un’opera veniva ripresa in un’altra città o per un’altra compagnia di canto, si procedesse ad adattamenti, talvolta assai incisivi. Pochi melodrammi però subirono così tanti interventi come “I Lombardi alla prima crociata” quando vennero portati a Parigi. Che si cambiasse la lingua e si aggiungessero danze, indispensabili per far accettare lo spettacolo dai francesi, era scontato. Anche la soppressione di qualche numero e l’introduzione di qualche altro non costituì niente di straordinario. Non stupì neppure un certo affinamento del tessuto strumentale, laddove Verdi approfittò della dimensione e della qualità dell’orchestra disponibile. Ma si andò molto oltre. Il libretto venne cambiato radicalmente e i Crociati non furono lombardi ma francesi mentre l’opera si aprì, non a Milano nella Piazza di Sant’Ambrogio bensì nel palazzo del Conte di Tolosa.

“Jérusalem” – questo è il nuovo nome del melodramma – è stato rappresentato al Teatro Regio di Parma nel quadro del Festival Verdi 2017. Daniele Callegari, direttore musicale, ha dato una lettura autenticamente verdiana dello spartito, non solo mettendo in risalto gli impeti e il fuoco dei momenti drammaticamente e psicologicamente più intensi, ma anche curando in modo scrupoloso la delicatezza dei numerosi passaggi in “piano” e “pianissimo”. L’esito è stato di alto livello, anche negli episodi solitamente poco notati o non particolarmente validi. Ad esempio gli unisono strumentali prima del coro più famoso dell’opera (quello che nei “Lombardi” inizia sulle parole “O signore, dal tetto natio”) hanno dato piena espressione alla stanchezza fisica e morale dei partecipanti alla crociata prima ancora che iniziassero a cantare il loro toccante lamento. Cito anche la marcia funebre per Gaston, una pagina accettabile, di buon mestiere, ma per nulla straordinaria eppure la giusta scelta del tempo, la fusione inappuntabile degli ottoni e la dinamica perfettamente adeguata ne hanno fatto un momento di grande effetto. E per indicare un altro esempio, questa volta di carattere opposto, menziono le danze, anch’esse oggetto di diligenti cure fino a un grado di finezza, talvolta, che chiamerei calligrafico e che ha richiesto molta bravura da parte degli strumentisti. Il solo appunto da muovere al direttore è il risalto eccessivo conferito al “cinguettio” degli strumenti accompagnante la preghiera di Hélène nel primo atto, che ha messo in ombra la bellissima melodia del canto. Un caldo elogio merita la Filarmonica Arturo Toscanini. In palcoscenico l’impegnatissimo coro, istruito da Martino Faggiani, ha soddisfatto pienamente le esigenze della partitura. Per i vari personaggi il Teatro Regio ha schierato un gruppo di cantanti non eccezionali quanto a potenza e qualità di voce, tutti però dotati di rispettabili capacità interpretative e adeguatamente preparati; alla rappresentazione che ho visto, quella del 20 ottobre, erano Ramon Vargas (Gaston), Mirco Palazzi (Roger). Pablo Galvez (conte di Tolosa) e Silvia Dalla Benetta (Hélène).

Le scene, i costumi e la regia di Hugo De Ana, le luci di Valerio Alfieri e le proiezioni di Sergio Metalli hanno felicemente portato la dimostrazione che è possibile effettuare un allestimento visivo in larga misura astratto, molto dinamico, moderno e facente capo alle risorse tecniche più aggiornate senza per questo travisare le caratteristiche di un’opera ottocentesca. Per la verità qualche eccesso in questo “Jérusalem” c’è stato, cominciando dal turbine di lettere dell’alfabeto che durante il preludio sono andate via via componendo delle parole; sicuramente la maggior parte degli spettatori, per seguire il giochetto, si è disinteressata della musica. Ma di regola i monumentali elementi scenici, il colore spesso cinereo, le proiezioni, i movimenti dei siparietti e i complessi ma suggestivi cambiamenti a vista hanno creato per la partitura verdiana una cornice coerente e, nonostante la sua importanza, non prevaricante. Grazie al De Ana e ai suoi collaboratori lo spettacolo non ha avuto cedimenti nonostante la durata quasi wagneriana (tre ore più una trentina di minuti per l’unico intervallo). Moltissimi sono stati i grandi colpi d’occhio: ne ricordo a titolo di esempio soltanto uno, quello che ha inquadrato il coro citato sopra, un desolante paesaggio desertico, tutto aridità e squallore, perfetto riflesso di quanto accadeva nel corpo e nell’animo di quella gente frustrata. Sia detto anche che il regista, mostrando una sensibilità alla musica fattasi rarissima presso i suoi colleghi, ha tenuto costantemente i cantanti nelle vicinanze del proscenio, consentendo loro di farsi sentire chiaramente nonostante il volume vocale relativamente modesto. Unico punto veramente debole dell’allestimento è stata la coreografia di Leda Lojodice, priva di idee significative e invariabilmente destinata a gruppi, se si eccettuano brevi e poco interessanti interventi solistici di una ballerina e di un ballerino.

Tutto sommato con questo “Jérusalem” il Festival Verdi ha offerto uno spettacolo di grande interesse storico (l’opera era così poco conosciuta che non è stato reperibile un CD) e raggiunto un punto di eccellenza esecutiva degno di grande ammirazione.

 

OSI in Auditorio

Della pianista parigina alla quale Mozart dedicò il concerto K 271 si presume che fosse un’ottima virtuosa, considerate le esigenze tecniche poste dalla composizione. Ma si dovrebbe supporre che fosse anche una interprete molto attenta e sensibile se il Salisburghese scrisse come secondo tempo una delle sue pagine più complesse e alte. A meno che in un momento di grazia l’ispirazione abbia assorbito completamente la sua attenzione e fatto dimenticare, nell’estasi creativa, la destinataria del lavoro. Il fatto è che l’”andantino” svolge un discorso dolente e inquietante come quello di un uomo che si tormenta nell’animo. Già le prime battute, in cui i secondi violini imitano i primi a distanza di un quarto soltanto, riflettono sconcerto, disorientamento e incapacità di trovare una via da seguire. È prodigioso che questa musica sia uscita dalla penna di un ventunenne (la composizione risale al gennaio 1777).

Il concerto K 271 è stato eseguito il 13 ottobre a Lugano, nel quadro della serie “OSI in Auditorio”, da Maxim Emelyanychev nella duplice veste di direttore, alla testa dell’Orchestra della Svizzera italiana, e solista. Ha dato dei due tempi estremi una versione accattivante per delicatezza e limpidità; delicatezza e limpidità che non sono mancate neppure nel tempo di mezzo, però qui sarebbero stati necessari ulteriori approfondimenti per farne emergere tutta la straordinaria bellezza. La prima parte della serata ha offerto una corretta esecuzione della sinfonia 95 di Haydn e una splendida lettura del “Tombeau de Couperin” di Ravel, di cui direttore e orchestra (con una lode particolare per i fiati) hanno fatto apprezzare e godere i meravigliosi colori.

 

Applausi intempestivi

Caterina II, detta la Grande, imperatrice di Russia, seguace dell’illuminismo, era totalmente insensibile alla musica. Ne era cosciente e se ne doleva ma ogni suo sforzo per apprezzare l’arte dei suoni fallì. Per lei la musica era rumore e basta. Una volta che dovette assistere a un concerto in cui si eseguiva un quartetto di Haydn fece sedere accanto a sé il suo amante, il conte Platon Zubov, e gli disse: “Quando qualcuno suona solo, so che bisogna applaudire quando finisce; ma in un quartetto mi perdo e temo di applaudire a sproposito. Ti prego, guarda dalla mia parte quando l’esecuzione o la composizione merita approvazione”.

Forse non sarebbe un male che gli ascoltatori poco abituati a frequentare concerti ma desiderosi di festeggiare gli interpreti ricorrano a qualche espediente del genere. Passi quando l’applauso intempestivo capita in una serata di secondo ordine. Ma l’inconveniente è avvenuto al Lucerne Festival, che è la maggior manifestazione mondiale per la musica sinfonica e può vantare un pubblico qualificato, dopo il terzo tempo della sesta sinfonia di Cajkovskij. Non molti giorni dopo al LAC, frequentato da molte persone che conosco come competenti e sensibili, si è applaudito, nella serata con la Filarmonica della Scala, dopo il primo tempo del concerto per violino e orchestra di Cajkovskij. Come mai? Forse una spiegazione c’è. Il Lucerne Festival ha acquisito grande fama e d’altra parte il nome della Scala esercita sempre moltissimo fascino, per cui giungono in auditorio o in teatro persone non particolarmente versate nella musica ma che amano poter dire: “Sono stato al Lucerne Festival” oppure “Ho sentito la Filarmonica della Scala”. Beninteso queste persone sono benvenute ed io le rispetto. Non potrebbero però, se non proprio ricorrere ad accorgimenti analoghi a quello di Caterina II, frenare il loro ammirevole entusiasmo e aspettare che l’applauso venga avviato da qualcun altro?

Per concludere ricordo un episodio al quale ho assistito molti anni fa alla Scala. Si dava la “Carmen” e, se ricordo bene, dirigeva Prêtre. Alla fine della romanza del fiore, mentre sfuma in “pianissimo” il re bemolle finale del tenore, l’orchestra inserisce, prima che Carmen replichi, cinque battute che sono di una straordinaria finezza e pertinenza al momento psicologico. Purtroppo non appena il tenore finì la sua nota scoppiò l’applauso. Che cosa fece il direttore? Fermò l’orchestra e lasciò sfogare gli entusiasmi. Quando finalmente tornò il silenzio fece suonare dall’orchestra le cinque battute e poi si volse verso il pubblico con un gesto chiaramente ironico come se volesse dire: “Signori, adesso sì che è il momento di applaudire”.

 

Carlo Rezzonico                                             

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