Intervista al nostro Candidato al Consiglio degli Stati Avv. Battista Ghiggia

Nov 6 • Dal Cantone, Dall'UDC, L'opinione, Prima Pagina • 815 Views • Commenti disabilitati su Intervista al nostro Candidato al Consiglio degli Stati Avv. Battista Ghiggia

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I.P.: Faccia una valutazione del suo risultato del 18 ottobre 2015.

BG: Per prima cosa devo ringraziare quei 36’307 elettori ed elettrici ticinesi che mi hanno dato la loro fiducia. Il mio sentimento di gratitudine nei loro confronti è grande e profondo, ritenuto come la mia carriera politica è iniziata solo tre mesi fa, quando ho deciso di candidarmi per il Consiglio degli Stati. Per un neofita della politica come me è sicuramente un risultato molto incoraggiante e confido che a questi elettori se ne possano aggiungere tanti altri, indispensabili per poter essere eletto il 15 di novembre.

Il mio risultato è la dimostrazione che se la destra è unita riesce ad andare molto bene. Adesso bisogna riuscire a convincere tutti gli elettori di Lega e UDC, alcuni dei quali al primo turno, non conoscendomi, magari non mi hanno votato, a credere nella possibilità di una vittoria storica. Siccome sono un candidato di area che rappresenta i valori conservatori e liberali classici della destra, confido che questo messaggio possa essere recepito anche al di fuori dei partiti che mi hanno proposto. Bisogna inoltre convincere gli indecisi a votare, quelle persone che per tutta una serie di motivi non hanno voluto esprimere il voto. Il loro coinvolgimento sarà importante e decisivo.

I.P.: Per la maggioranza dei media con il termine “Destra” s’intende… l’UDC e il PLR. La cosa lascia sempre perplessi, e oggi più che mai. Prendiamo ad esempio il candidato PLR agli Stati on. Abate. Lei lo definirebbe un uomo di destra?

BG: Il candidato PLR agli Stati on. Abate è, secondo il parere unanime di tutti gli osservatori politici, decisamente più radicale che liberale e si colloca certamente nell’area del centro-sinistra. Su molti temi per i quali io mi sto battendo, lui è esattamente dall’altra parte. Era contrario all’iniziativa del 9 di febbraio. Favorevole alla nuova legge sull’asilo, considera irresponsabili i promotori del referendum contro questa legge che è già decisamente superata dagli eventi e che non tutela i diritti della Svizzera e dei cittadini svizzeri. Era contrario all’iniziativa per l’espulsione dei criminali stranieri. Non mi sembra che le sue posizioni coincidano con quelle della stragrande maggioranza dei ticinesi. Ha inoltre votato Eveline Widmer Schlumpf. Fortunatamente di quest’ultima, che era un grosso problema per la Svizzera, ce ne siamo liberati il 28 ottobre 2015. Data che può entrare nel calendario delle giornate storiche elvetiche da ricordare.

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I.P.: Il 9 febbraio 2014 gli svizzeri hanno messo in discussione la politica del Consiglio federale in materia di migrazione. Come se ne esce?

BG: Qui occorre parlare chiaro. Il 9 di febbraio costituisce una bocciatura della politica in materia di migrazione del Consiglio federale e non una messa in discussione.

Se ne esce con un approccio coerente e chiaro, facendo il possibile per far capire all’UE che la Svizzera in quanto Stato sovrano deve rispettare le decisioni popolari, perché così funziona la nostra democrazia diretta, anche se la stessa è molto indigesta ai super burocrati di Bruxelles. Se non si trova un accordo sulla libera circolazione, questo trattato andrà denunciato e la palla sarà nel campo dell’UE che dovrà decidere se far ricorso alla clausola ghigliottina. Dubito che tutti gli Stati membri dell’UE siano d’accordo. La clausola di salvaguardia potrebbe essere una soluzione alternativa nella misura in cui gli afflussi vengano limitati al numero delle entrate precedenti l’entrata in vigore dei bilaterali.

I.P.: La Svizzera è risparmiata dal grande flusso di migranti in cerca di rifugio e prospettive di vita migliori. Ritiene necessario potenziare i controlli ai confini?

BG: Si, i controlli vanno potenziati e occorre mettersi bene in testa che va fatta la distinzione tra richiedenti l’asilo e migranti economici. Tale verifica può essere fatta solo tramite i controlli rigorosi alle frontiere. I migranti economici non hanno diritto a essere accolti, mentre i richiedenti l’asilo che adempiono i requisiti vanno ammessi con dei permessi temporanei fintanto che la situazione nel loro paese d’origine non si sarà normalizzata, dopodiché dovranno far ritorno al loro paese d’origine.

Mi sembra che tutti i Paesi europei si stiano, malgrado i buonismi e i moralismi di certi ambienti, rendendo conto della gravità della situazione. Diversi hanno sospeso Schengen, tra cui la Germania, l’Austria e l’Olanda. Pure Dublino non ha più il consenso unanime dei Paesi UE. L’Italia stessa ha ammesso bellamente di non essere in grado di gestire le entrate e che la sospensione potrebbe essere un’ipotesi. La Svizzera deve denunciare sia il trattato di Schengen che quello di Dublino.

I.P.: Si è detto un antieuropeista convinto. Lo è dalla prima ora o lo è diventato con il passare degli anni?

BG: Quando ero un giovane studente e mi si declamavano gli ideali di pace, fratellanza, crescita economica e sociale propugnati dai padri fondatori della CEE, era difficile rimanere insensibili. Inoltre allora l’Europa era poco più che un simbolo. Ciò che va ripudiato è la deriva antidemocratica e plutocratica che hanno conosciuto le istituzioni europee dopo i trattati di Maastricht e Lisbona. L’UE si è infatti trasformata in un leviatano, un autentico mostro guidato da tecnocrati non eletti, che, rappresentando solo interessi lobbistici senza mai rispondere delle loro decisioni, finiscono per calpestare l’identità e i diritti dei popoli. È contro questa Europa, dagli effetti nefasti per un paese libero e a democrazia diretta come la Svizzera, che intendo battermi con granitica convinzione e determinazione.

I.P.: Lei ha militato nel PPD. Che cosa rimprovera al suo ex partito?

BG: Il PPD nasce come partito cattolico conservatore e fino a quando si è mantenuto su queste posizioni, oltre ad avere un forte sostegno popolare, ha giocato un ruolo storico molto importante nei destini della Confederazione. Purtroppo, a partire dagli anni ’90 (mi permetto di dire dal momento dell’uscita dal Consiglio Federale di Kurt Furgler), parlo soprattutto a livello federale, è andato sempre più spostandosi su posizioni di centro-sinistra, facendo pastetta con i socialisti, eleggendo la signora Widmer-Schlumpf in Consiglio federale, profilandosi sempre più come un partito europeista, posizioni che sono lontanissime dalla mie e che sono inconciliabili. Se devo trovare delle convergenze del mio pensiero politico con il PPD devo cercarle nei libri di storia.

I.P.: Noi chiamavamo l’Italia la “Repubblica vicina e amica”. Ma ora? Da anni le trattative non sembrano dare più nulla di positivo…

BG: Forse, quando avevo vent’anni, ci credevo anch’io. Adesso ne ho più di cinquanta ed ho capito molto bene che nei rapporti internazionali tra Stati, non esistono Stati amici, ogni Stato fa i suoi interessi, pensare diversamente è da ingenui.

L’Italia fa il suo gioco, come è normale che lo faccia, se le cose non vanno bene la colpa è dovuta alla debolezza dei nostri negoziatori che, ipnotizzati dall’idea dell’adesione europea, non credono più all’indipendenza della Svizzera. Per loro il futuro sul lungo periodo è l’UE e quindi quando vanno a negoziare, negoziano con questo pensiero fisso in testa. Non deve pertanto sorprendere che i risultati siano scarsi.

 

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