Insegnamento della civica: smontiamo qualche tesi

Set 22 • L'opinione, Prima Pagina • 237 Views • Commenti disabilitati su Insegnamento della civica: smontiamo qualche tesi

Eros N. Mellini
Membro comitato d’iniziativa

Nell’acceso dibattito sviluppatosi in questa campagna di voto sulla modifica di legge elaborata dal Gran Consiglio a seguito dell’iniziativa popolare “Educhiamo i giovani alla cittadinanza”, il fronte contrario – svegliatosi da un letargo durato oltre i 15 anni che hanno visto l’articolo 23a (in vigore dall’1.1.2002) ignorato o quantomeno non applicato con sufficiente efficacia dalla buona parte della classe docente – si è sbizzarrito nella ricerca di obiezioni a un insegnamento che peraltro era in vigore fino a qualche decennio fa con risultati per nulla trascurabili. Il mondo cambia, la scuola non è più quella che abbiamo frequentato noi, bisogna mirare all’insieme dell’educazione e non all’inutile e pericoloso nozionismo circoscritto a una materia, e chi più ne ha più ne metta. Per quanto ormai un po’ tardi – gran parte della gente ha già votato – mi permetto di controbattere alcune affermazioni che ritengo assurde, quando non addirittura paradossali.

Il nozionismo è indispensabile nell’insegnamento di qualunque materia

Senza un insegnamento nozionistico a monte, non si può “educare”, né alla cittadinanza né a qualsiasi altra attività o riflessione. Prendiamo la matematica più elementare: la funzione dei segni “+, -, x e :” e le diverse priorità dell’uno nei confronti dell’altro, sono indubbiamente delle NOZIONI. Solo dopo averle apprese, e con esse anche altre ben più complicate, potrò risolvere un problema o un’espressione aritmetica. L’ortografia, la grammatica, la sintassi un’insieme di regole NOZIONISTICHE. Che poi con il tempo si trasformino in automatismi, non ne rende superfluo l’insegnamento nella materia “italiano” (o anche altre lingue) prima di affrontare l’esame dei Promessi sposi e di quanto e cosa il Manzoni intendesse trasmettere ai posteri anzi, senza queste NOZIONI, i Promessi sposi non si è nemmeno in grado di leggerli.

Lo stesso dicasi della licenza di condurre: perché obbligare l’allievo conducente a imparare la segnaletica e le regole della strada – con un esame scritto che più NOZIONISTICO di così non può essere – mentre sarebbe così semplice lasciargli “assorbire” queste nozioni durante l’esperienza alla guida, fra un incidente e l’altro dovuto all’inosservanza di uno stop o a un sorpasso in galleria? Chiunque è in grado di capire l’assurdità di tale metodo d’insegnamento, ma non per la civica. No, questa deve essere “spalmata” su altre materie, in prevalenza la storia ma, si è sentito affermare in certi dibattiti, su tutte le altre materie.

La perniciosa eredità del ‘68

Intanto, faremmo bene a ricordare che in gran parte, il mondo cambia nella misura in cui gli permettiamo di cambiare. E se è vero che certi fenomeni vanno oltre le nostre possibilità di controllo, qui stiamo parlando di un tema cantonale su cui il nostro margine di manovra è pressoché totale. La scuola non è più quella che abbiamo frequentato noi? Certo, ma non c’è da andarne particolarmente fieri.

Ai tempi della mia generazione (ho appena compiuto i 70 anni), si andava a scuola perché si doveva, non per niente fino ai 15 anni si chiamava scuola obbligatoria. E solo pochi masochisti ci andavano volentieri. L’importanza di venire istruiti la si capiva solo in seguito quando, posti di fronte a dei problemi concreti della vita, si realizzava quanto utili fossero state le nozioni che avevamo dovuto a malincuore ingurgitare.

La scuola formava, la famiglia educava. Nonostante una naturale sinergia, i genitori di allora (e ancora meno gli studenti) si permettevano di interferire nei programmi scolastici. Con il ’68 – quando non mi vergogno di dire che se le autorità avessero reagito con fermezza ai moti giovanili e alle occupazioni delle aule universitarie, la scuola ne avrebbe tratto giovamento – si è praticamente adottato il principio che la scuola non dovesse più essere un peso per l’alunno, ma un periodo della vita da godere e, aggiungo io, da procrastinare il più possibile a spese dei genitori e della società. I genitori, ma ancora di più gli studenti, vanno consultati per conoscere i loro desideri e le loro preferenze. Conseguenza: sussidi a innaffiatoio, borse di studio a gogò con criteri d’accesso più bassi possibili, esami di laurea a trent’anni e oltre e, giustamente, “spalmatura” delle materie più ostiche o anche più pericolose per la mentalità sinistroide infiltratasi nel frattempo anche ai vertici scolastici (la consapevolezza dei diritti politici è una spina nel fianco per chi mira all’addomesticamento politico delle masse).

Una banalizzazione che porta a leggi anticostituzionali

Sennonché, “spalmare” la civica su una o più altre materie comporta – e chissà che l’obiettivo finale non sia proprio quello – un effetto collaterale nella forma di banalizzazione di tutti i valori tradizionali sotto la cui egida la Svizzera è diventata un piccolo grande paese: libertà, indipendenza, neutralità permanente e armata, sovranità, autodeterminazione. Uno, due, cinque o dieci passaporti? Ma sì, tanto chi se ne frega, sono poi solo dei pezzi di carta. Servizio militare? Ma aboliamolo, e utilizziamo il denaro risparmiato per pagare i costanti ricatti dell’UE. Neutralità? Intanto, chiamiamola “neutralità attiva” e immischiamoci in tutti i conflitti all’estero mandando truppe o rivendicando un posto nel Consiglio di sicurezza dell’ONU. Sovranità? Sì, ma solo fintanto che le nostre decisioni godono del beneplacito di Bruxelles, altrimenti servilismo più completo. A questo riguardo, è sintomatico il vergognoso comportamento delle Camere federali che in dicembre del 2016 hanno emanato, prosternati ai piedi dell’UE, la legge di NON-applicazione dell’articolo sull’immigrazione di massa. Quando gli Svizzeri ancora non banalizzavano i nostri valori tradizionali – e, come detto, chissà quanto la carenza dell’istruzione civica abbia influito su questa banalizzazione – un parlamentare non si sarebbe mai permesso di varare una legge in contrasto con la Costituzione federale. Si dimostra così, a mio avviso, che la Berna federale non riesce più o non vuole resistere alle pressioni dall’estero, e dall’UE in particolare, e che quindi tocca al popolo porre mano alle armi della democrazia diretta per gestire al meglio certe situazioni. Non dimentichiamo che, se non siamo ancora stati fagocitati dal pantano UE, è proprio grazie alla democrazia diretta che, nel 1992, ha permesso al popolo di respingere l’adesione allo SEE, anticamera dell’UE. È quindi tanto più necessario far sì che chi in futuro sarà chiamato a co-gestire politicamente il paese sia dotato di una chiara e profonda conoscenza delle sue strutture e dei suoi meccanismi politici, conoscenza che loro può dare solo un mirato e accurato insegnamento della civica, non quattro rudimenti indistinti e superficiali “spalmati” su altre materie.

Spes ultima dea: se qualche votante dell’ultimo minuto sarà invogliato a mettere un SÌ nell’urna, mi riterrò ampiamente soddisfatto.

 

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