In quali settori la Svizzera si distingue ancora?

Set 30 • Dall'UDC, Dalla Svizzera • 718 Visite • Commenti disabilitati su In quali settori la Svizzera si distingue ancora?

Toni Brunner Consigliere nazionale, presidente UDC Svizzera

Toni Brunner
Consigliere nazionale, presidente UDC Svizzera

La debolezza congiunturale di importanti partner commerciali della Svizzera si ripercuote sull’economia elvetica, seppure con un leggero ritardo. Non è una sorpresa. Molti commentatori vedono nell’”insicurezza” creata dalle decisioni del popolo una delle cause del rallentamento economico probabile dei prossimi anni. Ma la principale minaccia per l’economia elvetica proviene ben più dai costanti sforzi politici volti a eliminare le differenze fra la Svizzera e gli altri Stati e spazi economici. In quali settori riuscirà ancora la Svizzera a distinguersi dalle altre economie fra una decina d’anni? Quali sono le caratteristiche particolari che fanno il successo dell’economia svizzera? Il Consiglio federale e il Parlamento eludono queste domande essenziali. Questo atteggiamento è fatale.  

Le prospettive economiche si oscurano. Qualche politico e qualche giornalista, che evidentemente non hanno una grande opinione circa le capacità di discernimento dei loro elettori e dei loro lettori, imputano la causa di questo rallentamento congiunturale alla votazione del 9 febbraio. È assurdo. Nessun punto dell’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” è stato finora applicato. L’immigrazione in Svizzera batte ogni anno nuovi record. La Svizzera è interconnessa e aperta come non mai nella sua storia. Durante il solo 2013, ha concluso 429 nuovi accordi internazionali e ne ha adeguati altri 212. Parlare d’isolamento in queste condizioni è un non senso.

Mai la Svizzera è stata così uguale agli altri

Ma la Svizzera non s’è soltanto avvicinata agli altri Stati tramite contratti. Anche in politica interna ha imboccato una strada che fa sparire sempre di più le differenze rispetto all’estero. Degli orientamenti, tanto vuoti quanto pretenziosi, quali “conformità”, “level playing field” o “rispetto degli standard internazionali” nascondono in realtà un allineamento sistematico alle regole di altri Stati o comunità di Stati. Allinearsi o armonizzare significa sopprimere delle differenze. Un esempio: quando in primavera 2012 il Consiglio federale ha deciso di avviare dei negoziati con l’UE su delle questioni istituzionali, aveva in bocca solo parole come “omogeneità”, “spazio di diritto comune” e “regole il più uniformi possibile”, riprendendo in questo testualmente il discorso della Commissione europea. Ma per la parte messa meglio, tale armonizzazione significa quasi sempre un livellamento verso il basso, quindi l’abbandono di vantaggi e di atout. Si pone allora forzatamente la domanda a sapere che cosa si ottenga in contropartita di questa armonizzazione. Se questa domanda non è posta o se non ottiene una risposta soddisfacente, l’armonizzazione non è nient’altro che un obiettivo  fine a sé stesso, di nessuna utilità o, peggio, che provoca perdite  di vantaggi. E, parallelamente, essa rafforza la regolamentazione, la burocrazia e il centralismo. La libertà individuale, valore centrale di una società performante e nella quale è un privilegio vivere, viene sacrificata sull’altare dell’armonizzazione.

Sazi e stanchi

Forse il mondo politico e l’amministrazione sono stanchi della pressione permanente dall’estero. Forse cercano la calma e il riconoscimento, credendo così di poter salvaguardare la prosperità senza sforzi. L’armonia è vivere in una piacevole intesa con gli altri. Ma ha il suo prezzo, in un mondo nel quale ognuno difende i suoi interessi senza lesinare sui mezzi. Il successo crea inevitabilmente degli invidiosi. Molti di noi sembrano non aver ancora capito con che ritmo spaventoso gli atout che hanno fatto il successo dell’economia svizzera vengano sperperati. Con la piazza finanziaria svizzera, noi stiamo “armonizzando” un intero settore, minacciandone le fondamenta. L’abbandono del segreto a tutela dei clienti stranieri delle banche è seguito dallo scambio automatico d’informazioni e dalla ripresa di norme di protezione dei consumatori che sono altrettante messe sotto tutela straniera del finora diritto svizzero. Invece di difendere la flessibilità del mercato del lavoro, la politica impone alle imprese sempre più regole e controlli che fanno soprattutto piacere ai sindacati. La libera circolazione delle persone ha spalancato le porte a norme costrittive che eravamo finora fieri di avere evitato, considerando i desolanti esempi della Francia o della Gran Bretagna.  

La tappa seguente sarà la revisione del diritto societario che imporrà delle regole di comportamento alle ditte internazionali o delle quote rosa negli organi delle imprese. Leggi e autorità di sorveglianza stanno penetrando vieppiù nell’economia, permettendo alle autorità politiche d’intervenire nelle decisioni imprenditoriali. Il sistema fiscale, che era finora uno dei grandi atout della Svizzera nella concorrenza internazionale, non dovrebbe in futuro più distinguersi da quello degli altri paesi, se le cose andranno secondo la volontà della politica. Assumendo spese crescenti e confrontato ai problemi strutturali delle istituzioni sociali, anche lo Stato svizzero sta imboccando una via che ha condotto la maggior parte dei paesi stranieri a gravi crisi. Nel frattempo, il franco svizzero resta legato all’euro. Ecco, senza dubbio, una delle forme più estreme dell’armonizzazione, che restringe massicciamente il margine di manovra della politica monetaria.

Il vantaggio della democrazia diretta

Si fa fatica anche a comprendere perché i vantaggi, per tanto tempo apprezzati e onorati, del nostro sistema politico, siano improvvisamente considerati come degli inconvenienti: la democrazia diretta, i diritti popolari, il sistema di milizia o la neutralità sono oggi rimessi in questione, addirittura apertamente denigrati da deputati politici, da rappresentanti di associazioni e da esperti di tutte le specie. Nella popolazione, per contro, il nostro sistema gode sempre di un’alta considerazione e costituisce una parte essenziale della nostra identità nazionale. All’estero non si invidia la Svizzera solo per la sua prosperità, ma degli ambienti sempre più vasti si rendono conto del valore della democrazia diretta. Questo sistema era e rimane un simbolo della differenza rispetto all’estero, dell’autodeterminazione cittadina, dei rapporti privilegiati fra Stato e cittadini, come pure della stabilità del paese.

Il fatto che certe decisioni del popolo non siano conformi alla volontà del governo e del parlamento non è certamente un valido indice annunciante una crescente imprevedibilità e insicurezza. Ci sono invece ben più ragioni per pensare che la critica verso certe decisioni da parte del sovrano costituisca per molti politici, rappresentanti delle autorità, funzionari e manager, un’occasione benvenuta per distogliere l’attenzione dai propri insuccessi. Possiamo perciò tranquillamente attenderci che il SÌ all’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” serva ancora a lungo da capro espiatorio per tutti i tipi di avvenimenti politici o sociali. D’altronde fu così anche durante buona parte degli anni novanta, dopo il rifiuto popolare dello SEE.

Il coraggio di cavalcare la differenza svizzera

Cosicché, i grandi rischi dei prossimi anni non proverranno dalla volontà di differenziarsi, bensì saranno piuttosto la conseguenza del progressivo abbandono di caratteristiche particolari che marcano ancora l’economia e lo Stato svizzeri. Questi fattori che fanno la differenza sono tanto più importanti in quanto la concorrenza mondiale s’inasprisce e la Svizzera, luogo di produzione costoso e privo di materie prime, è obbligata a compensare delle debolezze in termini di concorrenza. Tanto il mondo politico che le associazioni economiche mancano attualmente di una strategia chiara e anche della volontà di sfruttare in maniera creativa le condizioni uniche della Svizzera per prolungare il successo del nostro paese.  

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