Il teatrino della giustizia di Strasburgo

Giu 5 • Dall'UDC, Dalla Svizzera, Prima Pagina • 664 Visite • Commenti disabilitati su Il teatrino della giustizia di Strasburgo

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Editoriale di Peter Keller, consigliere nazionale, Hergiswil (NW)

 

I casi che si trattano alla Corte di giustizia europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo rasentano l’assurdo: gli accusatori della Svizzera sono sempre più spesso degli assassini, dei trafficanti di droga e altri criminali, che querelano lo Stato di diritto elvetico. Il che non impedisce assolutamente al Tribunale federale di porre le sentenze di questa corte al di sopra della giustizia svizzera – anche per neutralizzare delle iniziative popolari sgradite.

 

L’interlocutrice favorita degli assassini
Il signor Pesuvik è attualmente detenuto nello stabilimento di esecuzione delle pene di Regensdorf. Nato nel 1974, questo immigrante è stato giudicato colpevole nel 2004 di omicidio intenzionale e di diverse violazioni della legge sugli stupefacenti. Il verdetto: quattordici anni e nove mesi di detenzione. Secondo la sentenza, Srdan Pesuvik avrebbe ucciso, il 15 ottobre 2001 poco dopo mezzanotte, il denominato N.B. con un colpo d’arma da fuoco alla nuca. Si trattava di un regolamento di conti fra trafficanti di droga. Dell’atto fu testimone X, pure originario dell’ex-Iugoslavia. Un morto è sufficiente, si sono detti i giurati del tribunale di Zurigo, rifiutandosi di dare alla difesa informazioni dettagliate su X perché ne andava della sua sopravvivenza. Il testimone ha potuto fare la sua deposizione anonimamente durante il processo. Il signor Pesuvik e il suo avvocato hanno rifiutato di ammettere questa procedura. Verso chi, allora, si rivolge un assassino condannato in Svizzera e che ritiene di essere stato trattato ingiustamente? La risposta è evidente: verso la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Questo tribunale, di composizione internazionale, dovrebbe vegliare sul rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.  


Diverse minacce di morte
Oltre al trafficante di droga e criminale violento Pesuvik, pure un altro ex-iugoslavo, il kosovaro Isak Shala, nato nel 1983, s’è rivolto alla CEDU. Anche la carriera di questo individuo non manca d’interesse. Arrivato all’età di sette anni in Svizzera, grazie al ricongiungimento familiare, vi frequentò le scuole per poi seguire una formazione quale fabbro. Nel febbraio 2003 fece la sua prima apparizione di fronte a un tribunale per aver investito e ferito un pedone su un passaggio pedonale, prendendo poi la fuga. Nuova condanna sei mesi più tardi per un’altra infrazione grave della legge sulla circolazione stradale. Il servizio degli stranieri del canton Sciaffusa gli indirizzò una nota di biasimo.

 

Un anno più tardi, Isak Shala ebbe diritto a un nuovo cartellino giallo. Fu infatti condannato il 23 luglio 2004 a una pena detentiva con la condizionale per aver partecipato a una rissa. Nuova apparizione di fronte alla giustizia in settembre 2007, questa volta per aver proferito diverse minacce di morte. Mal sopportando la separazione dalla sua ex-amica, Isak Shala le annunciò verbalmente e per scritto la scelta seguente: gettarsi sotto un treno, o farsi uccidere davanti alla sua famiglia o farsi contaminare dal virus HIV.


Sostegno di un avvocato socialista
La pena d’amore di Shala era violenta, ma apparentemente di breve durata: lo stesso mese, il ricorrente sposò nel suo paese d’origine una (altra) kosovara, chiedendo nel novembre 2007 il ricongiungimento familiare in Svizzera. Il servizio degli stranieri di Sciaffusa ordinò tuttavia la sua espulsione, accompagnata da un divieto di soggiorno in Svizzera per un periodo di 10 anni. I ricorsi di Shala furono respinti dal Consiglio di Stato sciaffusano, dal tribunale cantonale e poi dal Tribunale federale.
Isak Shala non si è però arreso. Ritenendosi trattato ingiustamente dalla Svizzera e dalla sua giustizia, non rinuncia ad alcun mezzo pur di ottenere un diritto di soggiorno in Svizzera. Quindi, partenza per Strasburgo e per la Corte europea dei diritti dell’uomo. Suo fedele consulente giuridico è l’avvocato Bernhard Jüssi, membro del partito socialista e specialista del diritto d’asilo e degli stranieri. Evidentemente, un partner perfetto per il Kosovaro, perché fa valere l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (diritto al rispetto della vita privata e familiare) per affermare che l’espulsione dalla Svizzera è sproporzionata, dato che l’infelice non ha la possibilità d’integrarsi professionalmente in Kosovo. I giudici di Strasburgo hanno sì respinto il suo ricorso, ma con una maggioranza risicata di quattro voti contro tre.

  
La comprensione dei giudici per una trafficante di cocaina
Ma i pirati della strada, bruti e altri assassini non sono i soli a poter contare sulla comprensione dei giudici. Anche un terzo ricorso depositato a Strasburgo contro la Svizzera ha suscitato la simpatia di due giudici. Si tratta di Christine Kissiwa Koffi, nata nel 1980 in Costa d’Avorio. In maggio 2001, Kissiwa Koffi s’insedia in Svizzera, abbandonando presso amici il figlio di 4 anni nato dal suo primo matrimonio. Il 2 ottobre 2003, la polizia dell’aeroporto di Zurigo l’arresta a Kloten, perché trasportava 2,5 Kg di cocaina nel bagaglio.
Mentre che Kissiwa Koffi espia la sua pena (33 mesi, liberazione anticipata dopo aver espiato due terzi della pena), l’ufficio della migrazione del canton Zurigo rifiuta di prolungare il suo permesso di soggiorno. La trafficante di droga utilizza allora tutte le vie di ricorso fino al Tribunale federale. Nel frattempo, mette al mondo un figlio con suo marito. Madre e figlio vengono comunque rimpatriate in Costa d’Avorio in novembre 2007. Poco dopo, il marito fa tornare il figlio in Svizzera “per ragioni mediche”. Kissiwa Koffi ha tentato, con l’aiuto della corte di Strasburgo, di far togliere il divieto d’entrata in Svizzera, perché la sua espulsione viola il principio del diritto alla vita familiare (articolo 8).


L’indirizzo giusto per i criminali di qualsiasi tipo
Un assassino, una trafficante di cocaina e un terzo criminale prendono la via di Strasburgo per querelare lo Stato di diritto svizzero. Questi esempi sono perfettamente rappresentativi, come indica un’analisi delle sentenze verbalizzate dal 2000. Fra i ricorrenti contro una decisione d’espulsione o un rifiuto d’entrata in Svizzera, si trovano richiedenti l’asilo, pluri-criminali, una trafficante di droga, uno stupratore multi-recidivo, un assassino e un richiedente l’asilo nomade che s’è presentato sotto quattordici identità differenti.
Ma non è tutto: nella stessa Svizzera si assiste ad azioni politiche volte a soffocare delle iniziative popolari scomode, con il pretesto della giurisprudenza della corte di Strasburgo. È stato il caso dell’iniziativa per l’internamento a vita dei criminali sessuali pericolosi e per l’iniziativa contro i minareti. L’applicazione fedele dell’iniziativa per l’espulsione degli stranieri criminali è pure rifiutata facendo riferimento alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il Tribunale federale ha così accettato il ricorso di un Macedone di 25 anni contro una decisione d’espulsione. Motivo: quest’uomo vive in Svizzera dall’età di 7 anni non ha commesso altri delitti all’infuori del traffico di droghe.

 
La motivazione di questa sentenza è indirizzata anche all’UDC, la cui iniziativa per l’espulsione prevede un’espulsione automatica dei criminali con dannati: i giudici di Losanna affermano che terranno conto di questa iniziativa unicamente nella misura in cui non sia in contraddizione con il diritto internazionale superiore. In altre parole, l’istanza giudiziaria suprema della Svizzera si subordina alla Corte europea. Il teatrino della giustizia di Strasburgo che, fra l’altro, costa milioni ai contribuenti, potrà continuare a esibirsi e non mancherà mai di lavoro – per la grande soddisfazione di assassini, trafficanti di droga e altri criminali.
UDC Svizzera

 

Berna, 03 giugno 2015

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