Il Sessantotto ricordato da Giampaolo Pansa

Set 24 • L'opinione • 1103 Visite • Commenti disabilitati su Il Sessantotto ricordato da Giampaolo Pansa

Dr. Gianfranco Soldati Presidente onorario UDC Ticino

Dr. Gianfranco Soldati
Presidente onorario UDC Ticino

5 anni fa, in occasione del 40esimo anniversario, la Rivista di Locarno mi chiese di esprimere un mio giudizio sulla sobillazione sessantottarda, da mettere a confronto con il punto di vista di un comprimario del movimento stesso, Michele De Lauretis, già scagnozzo perugino della direttrice moglie del direttore attuale de “La Regione” e poi segretario personale della Signora Pesenti, allora consigliera di stato, adesso municipale mancata per poco di Lugano.

De Lauretis, che avendolo meglio conosciuto si è rivelato persona intelligente e anche simpatica, riconobbe al movimento studentesco il merito di averlo fatto sognare regalandogli nel contempo molti bei ricordi del suo periodo giovanile.

Da parte mia scrissi che ricordavo con piacere il l maggio 1968 perché era la data dell’apertura del mio studio medico a Locarno, giudicando invece il movimento di protesta come il bing bang della stupidità umana. A Lugano e a Bellinzona non si mosse un filo d’aria o quasi, a Locarno invece il subbuglio trovò rispondenza mediatica ed ebbe anche, negli anni seguenti, gravi conseguenze in tutto il Ticino scolastico grazie alla debolezza incredibile dell’allora direttore della Magistrale (la famosa, si fa per dire, sala 20) e quella ancora più incredibile dell’allora responsabile del dipartimento dell’Educazione. Tutti e due scomparsi, de mortuis nihil nisi bonum!

Giampaolo Pansa, ex inviato del “Corriere della Sera”, poi ex vicedirettore di “Repubblica”, autore di un libro che ha demolito il mito dell’eroismo generoso dei partigiani comunisti mettendoli di fronte alla realtà dei troppi assassinii per vendetta e ferocia bestiale, ora firma di punta di “Libero”, sul suo quotidiano del 7 settembre concede la pubblicazione di parte di un capitolo di un suo libro sulla storia d’Italia dal 1946 ad oggi.

Titolo del capitolo: “Idioti, violenti, ignoranti. Mi ricordo il Sessantotto”. Il grande giornalista demolisce spietatamente il movimento, riconoscendogli solo il merito di essere stato in pratica l’incubatrice delle Brigate rosse, altro movimento di idioti, violenti e ignoranti con in più decine di vittime innocenti sulla coscienza. Non tutti però la pensano così: per esempio, presidente e direttore del Festival di Locarno non hanno avuto remore ad invitare uno dei più feroci di questi delinquenti, neppure pentito, tanto è scemo, e ad aprirgli l’accesso al loro “salotto chic”. Intellettuali dei miei stivali (la rima è involontaria).

Ma continuiamo con Pansa, con citazioni solo parziali: “A Torino i capetti del Sessantotto sfoderarono per primi un’arma che sarebbe diventata di uso comune negli atenei d’Italia: la deformazione sistematica della verità a danno degli avversari. A rifiutare questo metodo erano le destre, compresa quella neofascista, ad accettarla erano le sinistre, a cominciare dal partito comunista. Nelle Botteghe oscure, allora governate da Luigi Longo, emergevano due anime. Una era rappresentata da Giorgio Amendola, abituato a parlare con schiettezza sorprendente. Nel giugno scrisse su “Rinascita”, settimanale ideologico del partito, che il movimento studentesco era soltanto un “rigurgito di infantilismo”. L’altra anima era stata chiamata da Pansa quella dei pifferai di una rivoluzione inesistente, capeggiata da Achille Occhetto, giovane pifferaio dal luminoso avvenire, tale da farlo poi chiamare (ma questa è una mia aggiunta) Achille Pochetto, quello che nel 1994 ha regalato l’Italia a Silvio Berlusconi. Occhetto, sempre su “Rinascita”, proclamò (in concordanza con Michele De Lauretis, aggiungo ancora io) che il movimento “era parte integrante del più grande processo rivoluzionario”, spiegando che i giovani si erano messi in cammino perché siamo entrati in una fase di movimento della lotta per abattere il capitalismo. Pansa azzardò una previsione: se questo Occhetto diventerà il leader del Pci, porterà al disastro  il suo partito. E così fu. Pansa passa poi a ricordare un suo grande docente, Norberto Bobbio, allora 59enne, ordinario a Torino di filosofia del diritto, colto di sorpresa dalla rabbia degli studenti. In un suo libro, a quattro mani con Alberto Papuzzi, scrisse: “Credevo che l’esperienza del centrosinistra si fosse ormai consolidata. E che le nostre istituzioni sarebbero andate incontro ad un periodo di più compiuta democrazia. Invece avvenne quello che nessuno si aspettava: lo scoppio di furori rivoluzionari, gravido di serie minacce. Come in seguito avrebbe dimostrato l’irruzione del terrorismo”.

Conseguenze pratiche, oltre alle Brigate rosse: rivolte per il piacere di leader improvvisati di rompere i santissimi a chiunque rappresentasse un’autorità qualsiasi, politica, professionale, morale.

C’erano i fanatici, dice Pansa, che allora si considerava decisamente di sinistra, “sempre con la furia al culo e cattivi come la merda dei carcerati, avrebbe detto mia nonna Caterina”. Poi venivano quelli che marciavano sempre in testa ai cortei, tanto impettiti da tagliar l’aria con le chiappe. I soli risultati che ottennero furono il 27 su 30 per tutti gli studenti, il permessivismo scolastico, la riduzione delle facoltà di lettere a scuole degli asini, con il risultato di formare nuovi insegnati totalmente incapaci a carico di generazioni che nel 1968 non erano ancora nate.

Io, da mediconzolo di periferia posso solo aggiungere: per fortuna che adesso il Michele De Lauretis non sogna più.

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