I Wiener Philharmoniker con Tilson Thomas al LAC

Feb 6 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 104 Views • Commenti disabilitati su I Wiener Philharmoniker con Tilson Thomas al LAC

Spazio musicale

Il concerto dei Wiener Philharmoniker sotto la direzione di Michael Tilson Thomas tenuto il 18 gennaio al LAC è cominciato con “Decoration Day” dalla “Holidays Simphony” di Charles Ives. È stato un inizio in tono minore. L’alta qualità dell’esecuzione non ha potuto trarre questo lavoro dalle secche dell’ispirazione. Poi è venuto il terzo concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven. L’interpretazione si è distinta per la classica semplicità. Tutto si è svolto in modo fluido e naturale, senza impennate e senza contrasti marcati. Tanto il direttore quanto il pianista Igor Levit si sono mantenuti costantemente e coerentemente su tale linea. Ovviamente, in una concezione siffatta, i “pianissimo” hanno avuto una attenzione speciale. Nella cadenza il passaggio che precede l’apparizione del secondo tema è stato mantenuto al limite della percettibilità (la partitura indica solo “p”) e il secondo tema stesso si è mosso a un volume molto moderato. All’inizio del secondo tempo, poi, il Levit non soltanto ha adottato una dinamica sul minimo, ma ha pure tenuto un passo lentissimo (è vero, si tratta di un “largo” in “pianissimo”, però provo sempre un certo disagio quando le note si fanno attendere troppo). Neppure il rondò finale ha portato un elemento di contrasto: il saltellante motivo che lo domina è giunto con meravigliosa leggerezza ma per conto mio avrei desiderato un tantino di mordente in più. Detto questo va però subito aggiunto che, se le scelte del direttore e del solista possono dar adito a qualche riserva, la loro attuazione è stata vicinissima alla perfezione.  In altre parole, se si accetta la loro visione del lavoro beethoveniano, l’esecuzione ha avuto gran pregio. Al Levit va riconosciuta una tecnica sicura, una mano agile e leggera, soprattutto una sensibilità raffinata; questa è emersa anche nel brano fuori programma, suonato tutto in punta di piedi e con estrema accuratezza.

Nella seconda parte del concerto è stata la volta della seconda sinfonia di Brahms. A differenza di quanto accadde per la consorella che l’ha preceduta, il lavoro di composizione procedette rapidamente e la prima esecuzione assoluta segnò un grande successo. Ma anche il carattere della musica se ne stacca sensibilmente. Non più contenuti severi e drammatici bensì sentimenti agresti e gioia di vivere. E tuttavia neppure in questo lavoro tutto procede su una linea tranquilla. Di quando in quando appare, magari sorprendentemente e per pochi tratti, qualche momento oscuro, dove il compositore non manca di far sentire quel tocco di gravità che caratterizza gran parte della sua opera. Così il tema iniziale del primo tempo, affidato a corni e fagotti, con risposta di flauti, clarinetti e fagotti, possiede innegabilmente caratteristiche pastorali ma poi, dopo una discesa degli archi a intervalli molto larghi, lascia il posto a interventi degli ottoni inframmezzati da brevissimi incisi dei legni, in cui la musica si oscura improvvisamente e misteriosamente, al punto che un critico parlò di passaggio “nibelungico”. Stando così le cose chi sale sul podio per dirigere la sinfonia deve scegliere tra una interpretazione in cui dominano quasi assolutamente i lati positivi oppure conferire una certa evidenza anche ai passaggi nei quali affiorano amarezza e inquietudine. A Lugano direi che Tilson Thomas abbia dato la preferenza alla prima possibilità. Per riprendere l’esempio al quale ho appena accennato, gli accordi degli ottoni hanno perso il carattere “nibelungico” e nulla hanno avuto di fosco. Tale scelta interpretativa corrisponde sempre in larga misura alle attese del pubblico. Così il 18 gennaio a Lugano i consensi sono stati calorosi. I Wiener Philharmoniker hanno confermato la fama di un complesso straordinario, efficientissimo in ogni sezione, sempre perfettamente equilibrato anche quando esegue i passaggi più burrascosi delle composizioni, impeccabile nelle entrate e capace di produrre sonorità deliziose e legati affascinanti. Oltre al Tilson Thomas e all’orchestra, anche il Levit è stato assai festeggiato.

 

“Rinaldo” di Händel a Como

 

Nel “Rinaldo” di Händel andato in scena l’11 gennaio a Como Ottavio Dantone e l’Accademia Bizantina hanno conseguito la perfezione. I meriti del direttore e dell’orchestra sono apparsi già con la bellezza timbrica dei suoni: non quel che di ruvido e nasale che disturba in molte esecuzioni su strumenti d’epoca bensì sonorità limpide, levigate, gradevolmente brunite e di inconfondibile fascino. Non ho riscontrato traccia neppure di quel “compiacimento nell’arcaico”, se mi si passa tale espressione, serpeggiante nel lavoro di certi interpreti quando si cimentano con versioni filologiche di musiche del Sei- o Settecento. Ma a parte il colore orchestrale le prestazioni del Dantone e dei suoi strumentisti si sono distinte per una precisione, una stringatezza, una vitalità ritmica e una intensità espressiva (ancora una volta senza compiacimenti) che hanno fatto di tutte le note, anche quelle delle pure e semplici cadenze, preziosi veicoli di valori musicali. Notevoli anche certi momenti di virtuosismo orchestrale, ad esempio nella deliziosa scena degli “augelletti”.

Se passiamo ai cantanti è logico cominciare dall’interprete del personaggio eponimo. Il libretto non fa di Rinaldo un vero eroe ma piuttosto un uomo debole nel carattere al punto di anteporre l’amore ai doveri di guerriero. Nell’esecuzione vista a Como tale insufficienza non è stata per quanto possibile corretta bensì accentuata. Con Delphine Galou si è scelta una cantante minuta nella corporatura e deboluccia nella voce, specialmente in zona grave. Ne è risultata una specie di antieroe. E tuttavia in più punti la Galou ha saputo grandeggiare, specialmente nella lunga aria che fa seguito al rapimento di Almirena, nella quale sia le prestazioni vocali sia l’azione scenica (qui complimenti anche al regista Jacopo Spirei) hanno dato vita a un episodio struggente, al quale il pubblico ha risposto con un convinto applauso a scena aperta. Francesca Aspromonte sia elogiata per aver delineato intelligentemente la figura di Almirena; impeccabile il suo canto nella più bella e famosa aria dell’opera: “Lascia ch’io pianga”. Una sortita a grande effetto ha fatto Anna Maria Sarra, tra l’altro sfoderando alcuni acuti penetranti e incisivi a voce fissa, come si conveniva al temperamento della focosa Armida. Molto bene tutti gli altri: Raffaele Pe, Luigi De Donato, Federico Benetti e Anna Bessi rispettivamente come Goffredo, Argante, Mago cristiano e Donna.

Sul piano visivo la vicenda e stata trasferita ai tempi nostri e resa alquanto vivace, tra l’altro grazie a tre ballerine che hanno svolto nei confronti di Armida funzioni analoghe a quelle delle tre Dame al servizio della Regina della notte nel “Flauto magico”.

Pubblico numeroso (più di quanto mi sarei aspettato per un’opera del genere), molto attento e assai generoso di applausi.

 

OSI in Auditorio

 

“Metamorphosen” di Richard Strauss, il lavoro che ha aperto il concerto del 10 gennaio all’Auditorio Stelio Molo RSI di Lugano, primo della serie OSI in Auditorio, possiede una struttura chiaramente contrappuntistica. Già la scelta di un organico composto da ventitrè archi solisti non lascia dubbi sulle intenzioni del compositore. Tuttavia le voci non sono costantemente sullo stesso piano. Le “Metamorphosen” includono anche melodie assai belle che, per così dire, aspirano a una vita indipendente, al di fuori del rigore formale. In diversi punti della composizione nasce una contrapposizione tra queste melodie desiderose di emergere e il contrappunto che le avvolge dando origine a un discorso teso e perfino drammatico. L’esecuzione ascoltata il 10 gennaio, diretta da Yuri Bashmet alla testa dell’Orchestra della Svizzera italiana, ha sviluppato solo in parte questa particolarità e non ha messo in luce una linea interpretativa convincente.

Ha fatto seguito la Romanza per viola e orchestra in fa maggiore op. 85 di Bruch, una composizione che si dilunga in melodie carezzevoli e sinuose esprimendo un lirismo stanco e, a dire il vero, alquanto soporifero. Ancora un lavoro di Bruch, il Concerto per clarinetto, viola e orchestra in mi minore op. 88, ha dato avvio alla seconda parte della serata. Il tempo iniziale, un “andante con moto”, dopo un esordio relativamente deciso dei solisti, si addentra in un melodizzare tranquillo, senza pregi speciali, tuttavia abbastanza piacevole. Il discorso non cambia sostanzialmente per il tempo successivo, un “allegro moderato”. Benvenuti gli squilli di trombe in apertura dell’”allegro molto” conclusivo, che hanno portato una energia e una vitalità di cui si sentiva bisogno. È stata apprezzata la prestazione del Bashmet come violista, ma non meno quella di Paolo Beltramini, primo clarinettista dell’Orchestra della Svizzera italiana, distintosi per una dolcezza di suono e una finezza di fraseggio davvero deliziose; è stato capace di ricavare il massimo possibile da una partitura non eccelsa. Ha chiuso il concerto quel singolare capolavoro che è la Sinfonia classica di Prokofiev: ammirata soprattutto l’esecuzione del tempo finale, che ha dato vita efficacemente all’incalzare dei ritmi e allo scintillio dei colori che lo caratterizzano. Qui l’orchestra ha dato una nuova dimostrazione di notevole bravura.

Pubblico molto numeroso, applausi di cortesia dopo Strauss e Bruch, più caldi e convinti dopo Prokofiev.

 

Carlo Rezzonico

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