I sensi di colpa di un buonismo fuori luogo

Feb 5 • L'editoriale, Prima Pagina • 1637 Visite • Commenti disabilitati su I sensi di colpa di un buonismo fuori luogo

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

Le masse di derelitti che approdano negli Stati occidentali in cerca di una vita migliore accendono in molti – non si capisce bene quanti in buona fede e quanti, da questa parte, assumono tale atteggiamento al solo scopo di farne una fonte di guadagno (la cosiddetta “industria dell’asilo”) – dei sentimenti buonisti deleteri per il buon andamento della nostra società. Ma il peggio è che, a poco a poco, tali sentimenti si sono infiltrati nella politica, attività che invece dovrebbe essere dedicata al raggiungimento di un unico obiettivo: il benessere della PROPRIA gente, del PROPRIO paese. E, di conseguenza, non dovrebbe essere scevra da una ragionevole dose di sano egoismo, pena il non raggiungimento dell’obiettivo succitato.

È perciò irragionevole, per non dire assurdo, distribuire a destra e a sinistra – di solito più a sinistra che a destra – più denaro di quanto necessiti a un aiuto allo sviluppo volto non tanto a migliorare “tout court” il tenore di vita del Terzo mondo, quanto a farne dei nuovi mercati per la nostra economia d’esportazione. In altre parole, l’aiuto allo sviluppo deve essere un investimento, non un’elemosina a fondo perso.

Certo, l’aiutare il prossimo è meritevole e degno di rispetto, ma come concetto deve rimanere a livello privato – e in questo la Svizzera non è inferiore a nessuno, basti osservare il successo delle collette organizzate dalla Catena della solidarietà o di altre organizzazioni umanitarie – un livello giustamente circoscritto alla facoltatività dell’intervento. La politica, laddove l’aiuto non sia corrisposto da un interesse per tutta la collettività, non deve entrarci.

È ovvio che questo interesse può estendersi anche al solo fatto di risolvere dei conflitti all’estero, evitando così di dover dare rifugio a centinaia di migliaia di profughi. È un’altra faccia della stessa medaglia, anche se non si può in questo caso parlare di aiuto allo sviluppo nello stretto senso del termine. Pacificare un territorio, permettendo agli autoctoni di restarci o di tornarci, avviandovi delle attività economiche delle quali potremo un domani trarre profitto anche noi, può senz’altro essere considerato un investimento.

Orbene, lo straripante afflusso di richiedenti l’asilo nei paesi occidentali ha ormai da tempo superato qualsiasi frontiera del ragionevole interesse nazionale.

La percentuale di chi ha diritto a protezione e rifugio ai sensi della Convenzione sui rifugiati (Chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi) fra tutti coloro che giornalmente bussano alle nostre porte, è infima.

E non possiamo accogliere tutti, anche se qualcuno di loro – a me personalmente non molti – desta compassione.

E stamattina (domenica 31 gennaio 2016) la notizia, nemmeno tanto sospendente in verità, che quasi 5’500 richiedenti l’asilo respinti sono spariti. O hanno lasciato il paese o vivono qui nella clandestinità. La notizia è stata data aggiungendo che “la situazione sarebbe destinata a peggiorare se il 28 febbraio passasse l’iniziativa per l’attuazione dell’espulsione degli stranieri criminali”. Ma, capo primo, cosa c’entra l’espulsione sistematica dei criminali stranieri con il respingimento degli pseudo-profughi non accettati? E, secondariamente, sarebbe stato meglio non espellere i 5’500 asilanti in modo che non sparissero nel nulla? Fatemi capire, ufficialmente o nella clandestinità, i 5’500 potenziali parassiti del nostro sistema sociale li avremmo comunque qui; con una differenza non da poco, però, ossia che almeno una parte di loro sembra essere comunque partita per altri lidi, e che quelli rimasti c’è sempre la possibilità di identificarli un momento o l’altro, rendendo esecutiva l’espulsione.

Un altro fattore su cui i buonisti fanno leva è un certo senso di colpa che tentano di infiltrare nella testa della gente, come se l’aver raggiunto il benessere di cui beneficiano i paesi occidentali e, in particolare, la Svizzera fosse motivo di vergogna. Nossignori! Per lasciarci il paese benestante in cui viviamo, i nostri avi si sono fatti il classico “mazzo”, la maggior parte di loro non era più ricca di quanto lo sia oggi nel suo paese qualsiasi esule che approda da noi anzi, parecchie nostre famiglie hanno un passato d’emigrazione. Anche questo è un argomento a sostegno del buonismo dilagante: “abbiamo già dimenticato quando i nostri bisnonni, nonni o padri dovevano emigrare per mantenere la famiglia…”. No, non l’abbiamo affatto dimenticato, e infatti non vedo perché i sacrifici da loro effettuati dovrebbero farci oggi stendere il tappeto rosso davanti a chi non solo non è disposto a farli a sua volta, ma addirittura pretende che tutto gli sia dovuto.

Innanzitutto, i nostri vecchi emigravano per andare a lavorare duramente, qualcuno faceva fortuna e qualche altro no ma, nel secondo caso, non c’era alcun paracadute sociale ad alleviare le conseguenze di un insuccesso – niente aiuto sociale, niente indennità di disoccupazione, non parliamo poi di assicurazioni sociali o di previdenza-vecchiaia (l’AVS comparì in tutta discrezione nel 1948). La Svizzera benestante che conosciamo è dovuta in gran parte a questi veri e propri eroi, che andavano a lavorare in miniera, in piantagioni o quali apprezzati artigiani, accettando CON GRATITUDINE quanto veniva loro accordato. Ligi alle leggi locali, non si permettevano di palpare le donzelle a Capodanno o di commettere vandalismi, sarebbero immediatamente – e giustamente – stati puniti severamente. Oggi, per contro, ci troviamo di fronte a persone che, nella maggior parte, per il loro paese non hanno fatto nulla e che lo lasciano per venire in occidente, avanzando il “diritto” di avere tutto quanto abbiamo noi, poco importa se è frutto di un passato di sudore e lacrime cui loro non hanno partecipato. Mi piacerebbe poter definire queste brame una “illusione” ma purtroppo non è così, perché grazie alla politica buonista in auge presso la sinistra (moderata o estrema che sia), si fa di tutto per non renderla tale. E non parliamo del comportamento che, spesso e volentieri, travalica qualsiasi limite della civiltà.

Mi pare già di sentirli, con il colonialismo, gli Europei hanno “derubato” per secoli questi paesi delle loro risorse, adesso dobbiamo riparare.

Anche qui, noi NON DOBBIAMO riparare assolutamente niente. Semmai, del passato sono responsabili i governi di allora, ma bisogna anche considerare il contesto in cui vivevano, nel quale la prevaricazione di popoli ritenuti inferiori era del tutto normale e accettabile. E ancora meno la Svizzera, che avrà anche commesso tutti i peccati di cui i buonisti vorrebbero che si scusasse, ma quello del colonialismo no.

Per concludere, la sciagurata politica d’asilo delle porte aperte in atto nell’UE e, chi mai ne dubiterebbe, seguita pedissequamente dalla Berna federale, è l’esatto contrario di quanto s’attenderebbe il popolo che elegge i suoi rappresentanti, ossia veder difendere strenuamente gli interessi della comunità. Se Merkel, Sommaruga e compagnia bella vogliono aprirsi all’accoglienza a oltranza, lo facciano a casa loro e con i loro soldi. Non imponendo una costosissima quanto problematica convivenza ai propri concittadini, con persone che – oltre a non essere perseguitate a casa loro – stanno vieppiù dimostrando l’impossibilità di una ragionevole integrazione.

E, a proposito, l’espulsione dei criminali stranieri non ha nulla a che vedere con gli asilanti. Quindi, indipendentemente dal fatto se sia riuscito o no a convincervi della mia tesi, il 28 febbraio, tutti a votare SÌ all’iniziativa per l’attuazione.

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