I controsensi del buonismo istituzionalizzato

Ott 9 • L'editoriale, Prima Pagina • 2053 Visite • Commenti disabilitati su I controsensi del buonismo istituzionalizzato

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

Ogni rigurgito nazista deve essere stroncato sul nascere. Giusto, a condizione di saperlo riconoscere, e non di strumentalizzare qualsiasi opinione di contenuto patriottico o nazionalista per bollare un partito – ma anche qualsiasi privato – di xenofobo, razzista, nazista, fascista o anche solo di estremista di destra. La storia – nazismo, genocidio ebraico, e altri orrori hitleriani – non deve più ripetersi. E chi non sarebbe d’accordo? Stranamente, sugli orrori del comunismo si soprassiede, forse perché hanno colpito al di là della Cortina di ferro o in paesi orientali lontani da noi. Quindi, lì la storia può anche ripetersi – e chi se ne frega – il pericolo non sussiste. E anche qui (in Occidente), dato che del comunismo abbiamo vissuto le scemenze, ma non gli orrori. Tant’è vero che, dove instaurato è crollato da solo dopo una settantina d’anni, mentre negli altri paesi non è fortunatamente mai riuscito a ottenere delle maggioranze sufficienti a minacciare la democrazia. E allora, mentre la svastica è severamente proibita, l’orgogliosa ostentazione della falce e del martello è permessa. Eppure, ambedue sono oggi – o dovrebbero essere – l’espressione di pochi idioti che, perlopiù, non hanno certamente vissuto l’epoca in cui i citati orrori sono avvenuti.

Ma si sa, o perlomeno la storia c’insegna, che ai suoi albori anche il nazismo era formato da un gruppuscolo di esaltati, ma il cui mancato stroncamento sul nascere gli permise di diventare una delle maggiori tragedie del ventesimo secolo. E allora, sebbene non dispiacerebbe la parità di trattamento di cui sopra con il comunismo, ben vengano le misure profilattiche per applicare le quali si chiude (troppo?) spesso un occhio sui diritti fondamentali quali la libertà d’espressione o d’opinione.

Il nazismo è storia, il djihadismo è attualità

Coloro che, per motivi di anagrafe, hanno conosciuto personalmente il nazismo e il fascismo sono ormai un’infima minoranza del mondo occidentale. Tutti gli altri parlano per sentito dire, spesso usando frasi fatte e luoghi comuni ereditati dai nonni, verosimilmente degni di fede, per carità, ma comunque non sperimentati personalmente e non esenti da qualche ombra (le vendette private attuate a fine guerra da certi partigiani, spacciate per eroiche azioni di guerra, oggi non sono più negate nemmeno dai più ferventi antifascisti).

Ma, senza dubitare della veridicità dei racconti dei nostri nonni e pure accettando il verdetto della storia – che, come si sa, quando tratta le guerre dà generalmente solo la versione dei vincitori – ai miei occhi appare evidente il paradossale atteggiamento di chi vuole stroncare sul nascere ogni rigurgito di un passato che non ha vissuto, permettendo nel contempo non solo il sorgere bensì il crescere ultra-rapido di un presente non meno pericoloso: l’islamizzazione dell’Occidente, di cui l’espressione più atroce, lo djihadismo, è sotto gli occhi di tutti.

Un buonismo che la politica non dovrebbe permettersi

Il buonismo con il quale la politica europea – cui la Berna federale, naturalmente, s’accoda ubbidiente – pretende di trattare l’islamismo in nome di un’errata interpretazione della libertà di religione, sta mettendo seriamente in pericolo la stessa sopravvivenza degli Stati occidentali nella loro forma attuale (democratica e liberale). Di fronte a un afflusso di massa di migranti di religione islamica – e non parlo della minoranza che effettivamente fugge da situazioni di pericolo letale per la propria persona – non si può non intravvedervi un disegno ben più vasto di conquista territoriale. Ed escludere soluzioni decise pretendendo di non fare di ogni erba un fascio fra “musulmani moderati” e “musulmani fondamentalisti” non potrà che portare al suicidio il nostro sistema democratico. E non mi si dica che non è possibile. Non fintanto che la cosa non pone problemi quando si tratta di colpire i – seppur pochi – nostalgici della svastica.

Un domani, quando ci sarà un partito islamico svizzero che – a furia di prolificazione e naturalizzazioni – avrà raggiunto una maggioranza in parlamento (e, ahimè, anche della popolazione) sarà troppo tardi. Ci vedremo imposta del tutto legalmente la sharia’h. Fantapolitica? Non più “fanta” del paventato ripetersi di un’epopea nazi-fascista.

Il popolo percepisce la situazione

L’approvazione dell’iniziativa contro l’edificazione dei minareti, l’iniziativa federale anti-burqa che, a livello cantonale è già stata accettata dal popolo, sono segnali che la popolazione sta percependo il problema di quanto non facciano i politici. C’è sempre, è vero, chi non vuol sentire, in nome di un ingenuo umanitarismo: “Ma no, cosa dici, io ho un vicino di casa islamico, una famiglia di brave persone…”. Certo, ci sono anche quelle, magari oggi sono la maggioranza, ma fanno parte dello stesso disegno e domani o dopodomani, quando sarà il momento, faranno parte di quella maggioranza che imporrà “democraticamente” la sharia’h.

C’è poi anche chi, dietro una dichiarata “apertura” dissimula meri interessi di vil moneta, come è il caso di certi esercenti o commercianti che – assurdamente sostenuti dalla città di Lugano – pretenderebbero che il divieto del burqa non venisse applicato ai loro “buoni clienti”. Seguendo questo ragionamento, dovremmo permettere ai turisti inglesi di circolare a sinistra.

Battute a parte, questo buonismo, ancorché legittimo da parte del singolo cittadino, non è accettabile da parte della politica, rispettivamente di un’autorità nazionale preposta a salvaguardare gli interessi del paese. Un paese nel quale è garantita costituzionalmente la libertà di religione, ma la cui cultura è di radici cristiane che devono prevalere.

Non una soluzione globale, ma tante soluzioni locali

Oggi il problema si pone in modo acuto con l’invasione di masse di migranti cui l’UE – sempre seguita a ruota dalla Svizzera, “ça va sans dire” – non fa nulla per opporsi. Con la scusa della ricerca di una soluzione globale, si accetta questa invasione senza reagire, e addirittura si censurano quei paesi che prendono misure autonomamente, come l’Ungheria con il suo muro o quelli che aboliscono “temporaneamente” Schengen e Dublino. Come soluzione “globale” si vuole imporre un contingente di profughi a ogni paese membro dell’UE – e Simonetta Sommaruga applaude, dicendo che la Svizzera aspetta solo di conoscere il contingente che l’UE vorrà magnanimamente assegnarle – indipendentemente dal fatto che questo sia d’accordo o no. In altre parole, Bruxelles, rispettivamente Berlino, decide di spalancare le porte all’invasione, poi dice ai suoi Stati sudditi “tu ne prendi 20’000, tu 50’000, tu 42’333”, e così via. Sapendo che praticamente tutti questi pseudo-profughi di guerra (pare che la produzione di falsi passaporti siriani abbia subito un’impennata vertiginosa) hanno come meta la Germania o gli Stati scandinavi – e presto, verosimilmente, anche la Svizzera – è chiaro che gli Stati di transito non saranno mai d’accordo di insediarne sul proprio territorio più di una manciata.

“L’erezione di ostacoli all’immigrazione non fa che spostare la pressione sugli Stati confinanti”, dicono. Certo, ma se a sua volta, ogni Stato confinante – forzato dal fatto che diventano “cavoli suoi” – agisce nello stesso modo, presto o tardi l’unica soluzione per questi migranti sarà la via del ritorno.

 

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