I compiti dei media in una democrazia liberale

Feb 7 • Dalla Svizzera • 1050 Views • Commenti disabilitati su I compiti dei media in una democrazia liberale

Ueli Maurer Consigliere federale

Ueli Maurer
Consigliere federale

l consigliere federale Ueli Maurer, in un’intervista al portale “Schweizermonat”, dice di non essere mai stato così fischiato in vita sua come durante e dopo il suo discorso del 13 settembre 2013 – in qualità di presidente della Confederazione – di fronte al Convegno dei media svizzeri a Interlaken. Incuriositi, siamo andati sul sito della Confederazione a cercare il discorso incriminato. Lo sottoponiamo al giudizio dei nostri lettori, convinti che, cosa cui ormai Ueli Maurer ci ha abituati, si tratti di un ottimo discorso. Chiaramente, la sua critica severa e schietta ha toccato qualche nervo scoperto di una categoria che, purtroppo, dobbiamo considerare per la maggior parte ormai irrimediabilmente virata a sinistra. Da qui i fischi che, in altra sede, sarebbero stati scroscianti applausi. (enm)

 

Se in una mela troviamo un verme, non basta occuparsi del verme: è meglio controllare tutta la mela, perché potrebbe essere marcia, o l’intero albero, per vedere in che stato sono le sue radici.

Per questo oggi comincerò prendendo il mio argomento un po’ alla lontana. Sono convinto infatti che nei media svizzeri si sia insinuato un verme…

 

Alla ricerca di garanzie per la libertà

Torniamo alla prima metà del diciannovesimo secolo. È il momento in cui nasce il nostro ordinamento liberale. Nei Cantoni vedono la luce, dopo la Restaurazione, nuove Costituzioni liberali e nel 1848 anche la Confederazione se ne dà una; una Costituzione il cui obiettivo è quello di garantire ai cittadini la massima libertà possibile.

Gli anni venti e trenta dell’ottocento sono, dal punto di vista politico, un periodo molto fruttuoso, caratterizzato da accese discussioni: in che modo è possibile garantire sul lungo periodo la libertà dei cittadini? Come si può evitare che con il tempo le autorità e lo Stato acquisiscano nuovamente un potere eccessivo? O che presto o tardi la grande maggioranza dei cittadini debba sottostare ancora una volta alle decisioni prese da una piccola élite?

Molte delle idee che oggi diamo per scontate presero forma allora: le libertà fondamentali dei cittadini sancite dalla Costituzione, ad esempio. O un nuovo diritto penale che vieta di infliggere pene se ciò non è stabilito dalla legge. O i primi passi verso la trasparenza nel campo dell’amministrazione, della giustizia e della gestione della cosa pubblica. Tutte queste conquiste miravano a garantire la libertà in maniera tale da non correre più il rischio di perderla.

Certo, queste garanzie legali sono importanti, ma non bastano. Per i fondatori della Svizzera liberale era chiaro che la conservazione della libertà sarebbe dipesa dall’esistenza di un’opinione pubblica attenta e critica.

Ed è qui che emerge il ruolo decisivo dei quotidiani e delle riviste per la libertà e la democrazia. Dall’invenzione della stampa i giornali erano sempre stati sottoposti a una forma di censura più o meno rigida. Da quel momento in poi sarebbero diventati un elemento essenziale dello Stato liberale. Alla stampa è affidato per così dire il mandato di difendere la libertà.
I tre compiti di rilevanza politica dei media

Uno dei più importanti esponenti del liberalismo svizzero, Ludwig Snell, pubblica nel 1830 un saggio dal titolo «Sull’efficacia proibitiva della stampa» in cui riassume in tre punti la funzione politica di quest’ultima. In primo luogo la stampa avrebbe una funzione formativa, in secondo luogo di denuncia e in terzo luogo costitutiva. Snell spiega poi che cosa intende con ognuna di queste parole. Anche se oggi utilizzeremmo concetti diversi, la sua analisi è sempre attuale.

La stampa ha per Snell una funzione formativa perché dà spazio a nuove idee, le discute e le diffonde. Potremmo anche dire che è la vetrina in cui sono esposte tutte le idee possibili. O forse, ancora meglio, il mercato delle idee, dove sono poi le migliori a prevalere. In una democrazia la libera concorrenza tra le idee, le opinioni e le proposte è assolutamente decisiva.
Parlando di funzione di denuncia, Snell intende dire che la stampa scopre e contrasta eventuali anomalie e disfunzioni. Oggi parleremmo piuttosto di giornalismo di ricerca o investigativo. Questo compito presuppone una sana diffidenza nei confronti del potere. Per i liberali di allora era chiaro che lo Stato rappresenta sempre una potenziale minaccia per la libertà: lo avevano sperimentato personalmente sotto l’Ancien Régime. È dunque un compito importante della stampa tenere lo Stato sempre sotto osservazione e stigmatizzarne gli errori.

Snell scrive poi che la stampa ha una funzione costitutiva. Con ciò intende che sono i mezzi di comunicazione a mettere in relazione i cittadini e lo Stato, focalizzando il dibattito sulle preoccupazioni e i bisogni della popolazione. In questo modo amministratori e politici sono costantemente al corrente di ciò che sta a cuore al Popolo.


Chi controlla i controllori?

Lo Stato liberale non può prescindere da una stampa libera. È su entrambi che si fonda l’ordinamento al quale la Svizzera deve la sua qualità di vita e il suo benessere.

Ma proprio perché tutto ha funzionato così bene tanto a lungo, qualcosa è stato perso di vista. Solo oggi ci rendiamo conto che i pensatori liberali dell’ottocento hanno probabilmente sottovalutato un rischio.

Una domanda resta infatti senza risposta: chi controlla i controllori? O, in altre parole: che cosa succede se i media non svolgono più correttamente la funzione che dovrebbero svolgere? Magari semplicemente perché lavorano in modo negligente. Ma forse anche perché vogliono fare politica loro stessi.

Ed è proprio questa la questione più attuale, oggi. Ripercorriamo rapidamente i tre punti di Snell.

Primo: i media devono essere una piazza nella quale si discutono opinioni e idee. Ma invece di presentare opinioni differenti, scrivete ormai tutti più o meno le stesse cose anche se con diverse sfumature. Che io legga un giornale o un altro, il tenore delle opinioni è sempre lo stesso. A volte ho la sensazione che i media si siano all’improvviso trasformati in censori!

Secondo: i media devono rivelare eventuali anomalie e disfunzioni. Ciò significa che è vostro compito analizzare in modo critico l’attività dello Stato. Purtroppo questo avviene molto raramente. Forse anche perché vi è un’eccessiva vicinanza con i responsabili, a livello personale e politico. Invece dovreste sempre dimostrare lo stesso spirito critico di cui date prova quando vi occupate dell’esercito…

Terzo: i media non sembrano più assolvere la funzione costitutiva che era stata loro attribuita dai fondatori dello Stato liberale. Non si occupano dei temi che interessano il Popolo, ma di quelli che interessano i media. Ad amministratori e politici non comunicano ciò che il Popolo pensa e vuole bensì ciò che i media pensano e vogliono…

Conclusione: i media non fanno più quello che sarebbe necessario fare per garantire il buon funzionamento di uno Stato liberale e democratico. E si tratta di un problema molto serio, perché così si sgretola uno dei pilastri del nostro ordinamento.

Il cartello delle opinioni e le sue tesi

I prodotti dei vari mezzi di comunicazione si distinguono appena gli uni dagli altri. Non vi è sufficiente pluralismo. A dominare è una specie di cartello mediatico delle opinioni. Da una parte questo è frutto della concentrazione economica, dall’altra però è anche dovuto a una concentrazione tematica e ideologica. Il paesaggio mediatico svizzero è caratterizzato da una sorta di livellamento autoindotto.

Si parla spesso di pluralismo delle testate, che sarebbe importante e minacciato. Tanto che si dovrebbe incentivarlo. Non sono d’accordo. Ciò che conta è il pluralismo delle idee e delle opinioni: il pluralismo delle testate è una pura facciata se tutti i giornali scrivono sempre la stessa cosa.

Vi sentite minacciati dalla concorrenza della televisione pubblica che sui suoi siti Internet offre lo stesso tipo di informazioni che offrite voi. Naturalmente sono il primo a schierarmi a fianco delle imprese private. Ma devo constatare, con rassegnazione, che dal punto di vista del pluralismo delle opinioni non fa più una grande differenza se a propinarci l’informazione omologata sono i media statali o media vicini allo Stato…

Guardate tutti il mondo con le stesse lenti e lo giudicate in base a queste premesse, senza metterle quasi mai in discussione. La si potrebbe anche chiamare la professione di fede dei mezzi di comunicazione svizzeri. Permettetemi di citare alcuni dei vostri dogmi:

  • i cambiamenti climatici sono dovuti all’essere umano,
  • l’energia nucleare è cattiva, le energie alternative sono buone,
  • l’immigrazione è un arricchimento, anche quando in un piccolo Paese arrivano ogni anno circa 80 000 persone,
  • le soluzioni internazionali sono sempre migliori delle soluzioni nazionali,
  • la Svizzera sbaglia sempre, per quanto possano essere assurde o strumentali le accuse mosse al nostro Paese,
  • lo Stato ha più senso di responsabilità dei cittadini.Il problema non è che vengano sostenute opinioni simili. Ma se si tratta delle sole opinioni disponibili, ne soffre la formazione dell’opinione pubblica. Si riduce il possibile campo di discussione. Non si dibatte più apertamente dei principi e delle questioni fondamentali per il futuro.

    Tracciate invalicabili linee rosse che stabiliscono cosa è politicamente corretto e cosa non lo è. Linee invalicabili per voi, che trascurate di fare ricerche in certi campi, ma anche per gli altri, perché chi si schiera contro l’opinione dei media si rovina la reputazione. In questo modo il vostro originario ruolo si è rovesciato nel suo contrario. Invece di promuovere un sano dibattito, lo ostacolate.
    Il cartello delle opinioni come boomerang economico

    Per finire, anche voi siete vittime di questa omologazione. La stampa non sta vivendo un momento molto roseo a livello finanziario. E per lo meno in parte questo fatto è imputabile a voi stessi.

    Un cartello dell’informazione, come tutti i cartelli, inizialmente è comodo. Ma poi rende pigri, perché viene meno la spinta al miglioramento e al cambiamento. Tutti tendono a riposare sui propri allori. E questo è l’inizio di tutti i problemi.

    Mancano gli stimoli ad essere diversi, migliori e più interessanti. E la qualità ne soffre. Dato che vi differenziate solo per le sfumature, potete accontentarvi di fare un lavoro superficiale. Non vi sentite tenuti ad approfondire, perché tanto anche gli altri si fermano alla superficie. Ma questo alla lunga non permette certo di destare l’interesse dei lettori e di suscitare il loro entusiasmo.

    Ho soprattutto l’impressione, a volte, che vi occupiate principalmente di voi stessi e pensiate troppo poco a chi vi legge. Vi schierate a favore di una riduzione delle tasse, ad esempio, soltanto se anche voi pensate di poter approfittare di un’aliquota ridotta dell’IVA: dovreste invece battervi a fondo per una riduzione del carico fiscale per tutti. In questo modo potreste avviare una discussione politica preziosa!

    Con il tempo a soffrirne è anche l’intera categoria: quando nessuna voce esce più fuori dal coro, scompaiono le voci originali. Sento la mancanza di teste pensanti, e soprattutto di personalità fuori dagli schemi, nel giornalismo attuale. Del resto questa situazione non sorprende: chi vuole uscire dai soliti schemi di pensiero stenta infatti a trovare il suo posto in un monotono paesaggio mediatico.

    Probabilmente si deve attribuire anche a questa eccessiva armonia il fatto che vi sentiate incalzati dall’offerta dei nuovi media. Ad alcuni di voi è successo esattamente quello che amate rinfacciare ad altri: avete perso il contatto con i cambiamenti in corso.

    E adesso reagite come reagiscono quasi tutti i settori quando soffia un vento contrario: vi rivolgete allo Stato e chiedete un sostegno. In definitiva, però, questo non fa altro che aggravare il problema. Perché le sovvenzioni non aumentano la motivazione di nessuno e non spingono a essere più innovativi e a cercare nuove strade.
    Appello agli editori: più senso di responsabilità! Più pluralismo!

    Torniamo ora al tema da cui eravamo partiti, la libertà dei cittadini e come questa libertà possa essere difesa e conservata nel tempo. Lo Stato liberale e democratico è stato costruito su di voi, su dei liberi mezzi di comunicazione.
    Nel «Faust» Goethe si chiede come è possibile conoscere, infine, «cos’è che nell’intimo tiene insieme il mondo». Non conosciamo la risposta, per quanto riguarda il mondo. Ma la conosciamo per quanto riguarda una società democratica e liberale: sono mezzi di comunicazione pluralisti e critici a tenerla insieme.

    Come vedete, però, siamo oggi molto lontani da questo obiettivo. Quello che abbiamo sono media di fatto tutti uguali. Dalle copertine colorate, ma dal contenuto scialbo, insignificante, monotono.

    È una cosa che trovo preoccupante, perché solo il pluralismo dei media rende possibile una democrazia. Senza di essi non possiamo venire a conoscenza di nuove idee e buone soluzioni, senza di essi non possiamo scoprire anomalie e disfunzioni cui occorre urgentemente rimediare e senza di essi i politici non possono sapere nulla delle esigenze dei cittadini.
    Che cosa si può fare? Ho formulato poco fa la domanda: chi controlla i controllori? Che cosa vuol dire questo quando si tratta di media? La risposta in uno Stato liberale è semplice: loro stessi! Ma allora questo significa anche che tutta la responsabilità politica pesa su voi editori. È compito vostro fare in modo che un reale pluralismo sia garantito da una sana concorrenza. Non andate più alla ricerca di sussidi da parte dello Stato. Rinunciate ai cartelli dell’informazione e tornate ad assumere il vostro importante ruolo politico!

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