“I Capuleti e i Montecchi” all’Opernhaus di Zurigo

Lug 10 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 830 Views • Commenti disabilitati su “I Capuleti e i Montecchi” all’Opernhaus di Zurigo

Spazio musicale

 

Il giudizio sui “Capuleti e i Montecchi” di Bellini va spesso nel senso di elogiare in massimo grado il quadro finale, quello in cui i due amanti si avviano verso la morte, e di esprimere invece un parere nettamente sfavorevole su tutto il resto. Insomma secondo alcuni la conclusione è tale da giustificare il sacrificio di sopportare le lungaggini che vengono prima. Si tratta di un’opinione semplicistica, decisamente da rivedere. La qualità altissima di quella che nel libretto originale figura come “parte quarta”, comprendente successivamente l’arrivo di Romeo con i Montecchi nella tomba dei Capuleti, Romeo solo, Romeo con Giulietta e infine l’accorrere degli altri personaggi, è fuori discussione. Bellini raggiunse qui uno dei punti più straordinari della sua arte. E si resta attoniti pensando che alcune cantanti dell’Ottocento (tra cui la Malibran, di solito citata a questo proposito, ma non fu solo lei), quando interpretavano la parte di Romeo vollero sostituire il finale belliniano con quello corrispondente della “Giulietta e Romeo” di Vaccai poiché non intendevano rinunciare all’aria “Ah, se tu dormi, svegliati” contenuta in quest’opera. Il malvezzo fu duro da morire; alla Scala continuò per un buon quarto di secolo. E già che sono in tema di malvezzi ne aggiungo subito un altro, quello di affidare la parte di Romeo a un tenore invece che a una mezzosoprano. La Scala commise l’errore negli anni sessanta del Novecento quando, sotto la direzione di Claudio Abbado, fece ricorso per il protagonista maschile a Giacomo Aragall (a titolo di curiosità noto che nello stesso spettacolo figurava, come Tebaldo, un altro tenore, destinato a diventare famosissimo, Luciano Pavarotti). Ora si può comprendere l’avversione di una parte del pubblico ai travestimenti e ai personaggi maschili che cantano con la voce di una donna. Inoltre certe affermazioni di Tebaldo all’inizio della vicenda, come questa: “Duce ne viene / De Ghibellini il più aborrito e reo / Il più fiero”, farebbero supporre un personaggio maturo e non più adolescente. Ma adolescente Romeo dev’essere. La storia dei due amanti veronesi trova il suo fascino come storia di un amor giovanile. La musica, d’altro lato, non lascia dubbi e solo combinando una voce di soprano con una di mezzosoprano i duetti tra i protagonisti acquistano la pienezza dei loro pregi musicali.

 

Dopo queste osservazioni torno in argomento per dire che, se il finale è indiscutibilmente la parte migliore, anche il resto dell’opera merita apprezzamento. Pochi sono i momenti infelici e tra questi metto la fragorosa sinfonia. In compenso compaiono numerose pagine di valore considerevole e poco importa se parecchie di esse provengono da altri lavori del Catanese. Una in special modo mi piace mettere in rilievo. Giulietta, benchè innamorata di Romeo fino a compiere il sacrificio della vita, è ligia al dovere e alla famiglia. Due volte rifiuta di fuggire con l’uomo amato e dopo aver bevuto il filtro datole da Lorenzo parla al padre, che nella sua ottusità e inflessibilità nulla comprende, con accenti struggenti. All’inizio la ragazza cerca di richiamare l’attenzione del genitore. Sulle parole “Deh! Padre mio” il canto scende cromaticamente fino a fermarsi su una corona, come per dare il tempo a Capellio di prepararsi ad ascoltarla o magari anche per lasciare il posto a un sospiro prima di avviare un discorso carico di tristezza e affanno. In seguito la melodia prende un andamento così implorante da toccare il cuore di tutti i presenti (il coro si unisce alla soprano nella preghiera indirizzata al padre), tranne il feroce e disumano Capellio. Nel canto di Giulietta si inseriscono anche lampeggiamenti di strazio, ad esempio quando dice “Presso alla tomba io sono, ah!” e la voce sale con un breve vocalizzo, si interrompe per una pausa e poi si arresta definitivamente su un sol diesis con corona e un la acuto.

 

                          *   *   *

 

Quando si va a vedere un’opera e nella compagnia figura una cantante di grande fama internazionale avente al suo fianco, per una parte ugualmente importante, una interprete sconosciuta, sorge il timore che l’equilibrio in palcoscenico non sia garantito. Le perplessità aumentano nel momento in cui, dando un colpo d’occhio alle biografie contenute nel programma di sala, si vede che per la prima viene elencato un gran numero di successi nei maggiori teatri del mondo mentre per la seconda tutto si riduce a poche righe. Tanto più viva è la soddisfazione nel costatare, a spettacolo finito, che le trepidazioni erano infondate e che, se per una cantante c’è stata una superba conferma, per l’altra si è trattato di una rivelazione. Proprio così sono andate le cose per “I Capuleti e i Montecchi” andati in scena tra giugno e luglio (ho visto la rappresentazione del 30 giugno) all’Opernhaus di Zurigo. Joyce DiDonato, celebre e sulla cresta dell’onda, è stata all’altezza della fama: mezzi solidi, ricchi di timbro, ben calibrati (il solo appunto che le muovo è l’uso troppo frequente delle messe di voce) e una capacità interpretativa eccezionale le hanno permesso di dar vita a un Romeo struggente. Per quanto riguarda quella che fino a poche ore prima era per me una certa Olga Kulchynska sia detto ogni bene: ha voce ampia, con un bel vibrato in zona centrale e centro-acuta, note alte strette ma limpide e penetranti, mai gridate, in più, anche nel suo caso, una capacità interpretativa fuori del comune. Stupisce il grado di maturità artistica già raggiunto da questa venticinquenne nata in Ucraina e dal 2014 membro della compagnia del Bolshoi di Mosca (in questo campo la politica, saggiamente, viene tenuta fuori). Fin dall’inizio, con una esemplare presentazione dell’aria di sortita, dove ha espresso tutta la desolazione di Giulietta, si è assicurata le simpatie del pubblico e ha avuto l’applauso a scena aperta più lungo della serata. Il tenore Benjamin Bernheim, altro giovane in ascesa, è stato ammirato come un Tebaldo dai mezzi forti e squillanti, il basso-baritono Roberto Lorenzi si è disimpegnato nel migliore dei modi come Lorenzo (un medico, nei “Capuleti e i Montecchi, e non un frate) mentre il basso Alexei Botnarciuc, pur con una voce ruvida e cavernosa, o forse proprio per questo, ha sostenuto efficacemente la parte del cattivo e oscuro Capellio. Pongo da ultimo, ma non certo per scarsità di merito, il direttore Fabio Luisi. Ho trovato impeccabile la sua direzione. Dove occorreva ha scatenato l’orchestra in turbini musicali nei quali ogni nota sprizzava energia. Ma la sua prestazione è stata apprezzata soprattutto nei momenti di semplice e fine espressione. Dalle sue mani le bellissime melodie belliniane sono uscite in tutta la loro aerea purezza. Un capolavoro interpretativo ha costituito il finale, dove pochi e discreti tocchi, ma altamente significativi, accompagnano la tragedia degli innamorati. La Philharmonia Zürich, in ottima forma, ha dato un valido contributo alla riuscita di una esecuzione che, sul piano musicale, ha raggiunto un livello più che notevole. Applausi lunghissimi e ovazioni.

 

Carlo Rezzonico

Comments are closed.

« »