Grande Mozart e raro Saint-Saëns all’Auditorio Stelio Molo

Mar 10 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 309 Visite • Commenti disabilitati su Grande Mozart e raro Saint-Saëns all’Auditorio Stelio Molo

Spazio musicale

 

Il concerto del 24 febbraio all’Auditorio Stelio Molo di Lugano, con l’Orchestra della Svizzera italiana diretta da Markus Poschner, ha offerto due delle più belle e famose sinfonie di Mozart, la KV 385 (“Haffner”) e la KV 550; inoltre, tra l’una e l’altra, ha presentato sei “Mélodies avec orchestre” di Saint-Saëns.

Mozart scrisse quella che sarebbe diventata, con alcuni cambiamenti, la sinfonia K. 385 come una serenata da eseguire a una festa della famiglia Haffner. Considerata l’occasione, la musica avrebbe dovuto sottolineare la solennità dell’evento. Ma il primo tema, con i salti di due ottave ascendenti e discendenti da parte dei violini, seguiti da un inciso puntato e trillato in zona grave, corrisponde poco allo spirito di una festa. Quei gesti musicali manifestano piuttosto un grande orgoglio e perfino una attitudine imperiosa e autoritaria. Del resto il tema in questione domina in modo quasi assoluto il primo tempo (un vero e proprio secondo tema manca) e sbaraglia con forza quasi brutale gli altri elementi musicali che appaiono in seguito. Nel concerto del 24 febbraio mi è sembrato che il Porschner, nell’”allegro con spirito” iniziale, abbia seguito una linea simile a quella che ho prospettato sopra, mettendo nell’esecuzione molte energie e molti impeti, in una visione drammatica che trascende largamente il puro lavoro d’occasione. Quanto agli altri tempi ho apprezzato numerose sottigliezze e filigrane assai belle.

Anche la sinfonia KV 550 comincia con un tema originalissimo e determinante per le caratteristiche formali ed espressive dell’intero lavoro. Ma fatta eccezione per una certa analogia nella funzione i due motivi sono radicalmente diversi per non dire opposti. Quello della sinfonia KV 385 si apre con un accordo in forte di tutta l’orchestra, utilizza poi intervalli larghissimi (due ottave, come ho già detto sopra), è fiero e si aderge con orgoglio estremo. Quello della sinfonia KV 550 invece prende avvio con alcuni semplici accordi che diventeranno poi accompagnamento e su questi appare il motivo vero e proprio, che sembra continuare una musica iniziata già prima e che ora riemerge timidamente. Questo tema, così discreto, rappresenta una delle più belle espressioni di inquietudine e di ansia che esistano in musica. E come sempre nella produzione di Mozart, al raggiungimento di vette artistiche bastano mezzi semplici e scevri di ogni eccesso. Il resto della sinfonia è una emanazione, sia pure in soluzioni diversissime, del clima effuso dal motivo di partenza. A Lugano il lavoro in questione è stato oggetto di cure diligentissime da parte del direttore, assecondato da un’orchestra che nulla ha lasciato a desiderare. Nei momenti tranquilli tutte le note sono state studiate e, per così dire, pesate con il bilancino del farmacista. Ne è uscita una esecuzione caratterizzata da una finezza che non si è esaurita nei pregi formali e nelle cesellature, ma è penetrata sottilmente in tutte le pieghe della composizione e ne ha fatto emergere insospettati valori espressivi.

Tra le due sinfonie mozartiane hanno trovato posto, come si è detto, sei “Mèlodies avec orchestre” di Saint-Saëns. Direi che questi pezzi siano ammirevoli su almeno tre piani. In primo luogo il canto è frastagliato, flessibile ed esplora con acume i luoghi più reconditi dell’animo umano, con ciò inserendosi nella tradizione dei Lieder tedeschi. In secondo luogo il rapporto tra voce e orchestra viene sapientemente equilibrato e consente una facile intelligibilità del testo; di solito l’orchestra si fa sentire con una certa intensità solo nelle pause del canto. In terzo luogo, nonostante la discrezione, lo strumentale presenta una straordinaria ricchezza sotto tutti gli aspetti: melodici, ritmici e timbrici, a volte creando atmosfere accattivanti. Ad esempio in “Extase” i rintocchi dell’arpa, i pizzicati dei contrabbassi e il “tappeto” morbidissimo prodotto dagli altri archi avvolgono la voce in un ambiente sonoro deliziosamente suggestivo. Il baritono Tassis Christoyannis, che ha eseguito le “mélodies”, possiede una voce ideale per questo genere di musica e la usa con straordinaria intelligenza interpretativa. Un elogio non meno caldo spetta all’Orchestra della svizzera italiana e al Poschner: non sarebbero potuti entrare meglio nello spirito dei vari brani e preservare così il delicato equilibrio tra voce e strumenti.

Credo che il pubblico (in ogni caso chi scrive) sia stato molto grato agli organizzatori della stagione “OSI in Auditorio” per aver fatto conoscere queste “mélodies”, veri e propri gioielli di musica vocale con accompagnamento d’orchestra. Naturalmente il pubblico, assai numeroso, ha avuto anche altre ragioni di soddisfazione. Tutti gli artefici della serata – il Christoyannis, il direttore e l’orchestra – sono stati festeggiatissimi. In più va segnalato un fatto veramente singolare: prima che il concerto iniziasse, quando i primi orchestrali sono apparsi, invece dei soliti pochi applausi di cortesia, il pubblico ha tributato al complesso ticinese un lunghissimo, affettuoso e significativo battimani, manifestando così il sollievo per il passo avanti compiuto di recente nell’assicurare finanziariamente il futuro dell’orchestra.

Finanziamento OSI – Una lezione dalla storia

Nel 1900 l’economia svizzera si trovava in recessione. Anche la situazione finanziaria della Theater AG di Zurigo, la quale gestiva quello che ora viene chiamato Opernhaus, ne subì le conseguenze. Ogni anno i disavanzi si aggiungevano ai disavanzi. Per poter continuare in qualche modo l’attività venne chiesta una sovvenzione statale di cinquantamila franchi. Il Gran Consiglio della Città acconsentì nel novembre 1900 a larghissima maggioranza. Il problema sembrava risolto ma il Partito socialista organizzò una raccolta di firme affinchè la questione venisse sottoposta al voto popolare. Lo stato – così si argomentò – non doveva spendere soldi per una istituzione che, così come era allora, giovava solo alla parte facoltosa della società. Nella votazione i “no” prevalsero nettamente e per il teatro si prospettò la chiusura. Già il giorno dopo, tuttavia, la Neue Zürcher Zeitung organizzò una raccolta di fondi. L’esito fu stupefacente: vennero sottoscritti senza fatica trecentomila franchi, un grosso multiplo della somma necessaria.

Qui pongo la domanda: non sarebbe possibile che l’economia privata ticinese compia un gesto simile per colmare quanto ancora manca per completare il finanziamento dell’Orchestra della Svizzera italiana e metta in luce una generosità che la onori quanto il gesto surriferito onorò gli zurighesi di oltre un secolo fa?

Violino e pianoforte a Mendrisio

Anche quest’anno l’Associazione musica nel Mendrisiotto si distingue con un cartellone che combina felicemente manifestazioni al di fuori del comune, tanto per le composizioni eseguite quanto per gli interpreti, con concerti di stampo tradizionale. Tra le prime va annoverato il pomeriggio intitolato “Beethoven si diverte” a Chiasso, sul quale ho già riferito su questo giornale, e tra i secondi il concerto seguito da degustazione di vini locali di domenica 26 febbraio nella sala presso il Museo d’arte di Mendrisio. Vadim Tchijik, violino, e Armine Gasparian-Varvarian, pianoforte, hanno offerto un capolavoro della letteratura per violino e pianoforte, la Sonata in fa maggiore op.24 n.5 “La primavera” di Beethoven, affiancato da un’opera poco eseguita, la Sonata in la maggiore op.162, D574 di Schubert. La composizione beethoveniana, che si avvale di temi di affascinante bellezza (l’affabile motivo discendente che apre il primo tempo, il pacato ma un poco misterioso tema del secondo e infine la melodia scorrevole e discorsiva del terzo) ha trovato nel Tchijik e nella Gasparani-Varvarian due interpreti validi; del primo in modo speciale ho apprezzato la cavata intensa e limpida nonché l’eleganza del fraseggio. A un livello qualitativo meno alto si è passati con la sonata di Schubert, un lavoro giovanile che tuttavia costituisce l’ultimo del compositore in questo genere. L’inventiva è debole e solo molto raramente appaiono tracce del genio schubertiano. Con notevole impegno il violinista e la pianista sono in ogni caso riusciti a conferire un certo interesse alla sonata. Pubblico numerosissimo, come spesso capita a questi concerti, e molti applausi.

 

Carlo Rezzonico

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