„Fuck you!“ & “Son of a bitch!”

Ott 9 • L'opinione, Prima Pagina • 474 Visite • Commenti disabilitati su „Fuck you!“ & “Son of a bitch!”

Rolando Burkhard

Rolando Burkhard

Forse la Svizzera potrebbe perfino imparare qualcosa dal presidente filippino!

 

Con le volgari espressioni riportate nel titolo, l’attuale presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, ha etichettato tutti i potentati stranieri e le istituzioni buoniste che criticano e discreditano la sua linea dura contro la corruzione, la criminalità e, soprattutto, contro il traffico di droga. L’indignazione internazionale inscenata dai media a seguito delle sue derive verbali è grande, ma nello Stato delle Isole filippine, il tasso di consenso popolare ottenuto dalla sua politica dura si aggira nel frattempo attorno al 90%. E a ragione, perché la corruzione, la criminalità e il traffico di droga hanno portato le Filippine sull’orlo della rovina. Duterte è entrato in carica per porre fine a questo malcostume, anche con mezzi drastici, e porta avanti la sua linea politica nonostante le resistenze internazionali. E a chi s’immischia dall’esterno nella sua politica, riserva le sue dure espressioni „Fuck you!“ o „Son of a bitch!“.

 

Certo, il modo di esprimersi di Duterte è mille miglia lontano da qualsiasi „political correctness“. Ma lancia il seguente messaggio: „Ciò che è bene per le Filippine, lo decidiamo noi nel nostro paese perciò, per favore, non immischiatevi in faccende di cui, estranei a quanto sta accadendo, non capite niente. Ed evitateci la vostra disgustosa ipocrisia. Ciò che criticate nel nostro paese, lo fate voi stessi quotidianamente a casa vostra.”

 

Un esempio calzante? Duterte ha attaccato, a ragione, con parole dure (“son of a bitch”) il presidente degli USA Obama, dopo che questo si era permesso di calare lezioni di diritti umani alle Filippine (proprio Obama, nel cui paese la pena di morte è ancora in uso corrente e dove i suoi poliziotti sparano ai neri quotidianamente in strada e senza motivo). Un altro esempio: Duterte ha risposto al Parlamento europeo con un chiaro “fuck you!”, quando questo si è nello stesso modo arrogantemente immischiato in faccende interne delle Filippine (come se l’Europarlamento non avesse già abbastanza problemi gravi suoi da risolvere). 

 

Grazie al suo programma chiaro, senza se e senza ma, contro la corruzione e la criminalità, il presidente Duterte è stato eletto dal popolo filippino. Egli persiste nella sua coraggiosa linea, anche contro grandi resistenze esterne. E insiste sulla sovranità del suo paese. Io mi chiedo se non dovrebbe anche la Svizzera imparare qualcosa da lui. E questo sotto due aspetti.

 

  1. Non dovrebbe anche la Svizzera difendere “un po’ meno politically correct” la sua sovranità e le sue decisioni prese democraticamente dal popolo, nei confronti delle pressioni esterne? Non sarebbe per una volta più appropriato, invece di banali cortesie servili e gesti di umiltà nei confronti di Bruxelles (Burkhalter, Schneider-Ammann) e della Corte europea di giustizia (Sommaruga), un chiaro e netto “fuck you”? Tanto per chiarire che con noi non si fa semplicemente. quello che si vuole?

 

  1. Non dovrebbe la Svizzera ufficiale, nelle sue comunicazioni circa i rapporti con altri Stati (nell’ambito della „politica di neutralità attiva“ iniziata da Calmy-Rey e da allora, purtroppo, continuata), essere molto più abbottonata? Cosa ci porta, quale piccolo e ricco Stato, denunciare al mondo con grandi discorsi qualche deficit in materia di diritti umani in paesi del Terzo mondo? Per esempio, nelle nostre relazioni economiche con la Cina? E meravigliarci poi di non ottenere una grande considerazione? Prendiamo un esempio: il diritto di voto delle donne è stato introdotto da noi solo nel 1971. Nelle Filippine è in vigore dal 1937. Come avremmo reagito NOI in Svizzera, se il presidente filippino, attorno al 1950, avesse in un discorso pubblico criticato con tono accusatorio questa lacuna? Probabilmente, anche noi con un deciso “Fuck you!“, non credete?

 

Sicuramente, del presidente filippino non dobbiamo (rispettivamente non devono i nostri politici della Berna federale) adottare la sua rozza scelta di vocaboli. Ma ci sarebbe invece molto da imparare per ciò che riguarda il coraggio politico, nonostante le grandi resistenze internazionali e la problematica situazione al suo interno, di portare avanti quanto necessario per attuare nel suo paese la volontà popolare (nelle Filippine una maggiore sicurezza). Questo coraggio manca purtroppo a molti dei nostri politici svizzeri, in particolare nei nostri rapporti con l’UE.   

 

Un po’ più „Fuck you !“ farebbe bene alla politica svizzera. 

 

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