Fitta serie di avvenimenti musicali in Ticino

Mar 9 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 185 Views • Commenti disabilitati su Fitta serie di avvenimenti musicali in Ticino

Spazio musicale

Il concerto del 28 febbraio al LAC ha offerto un programma comprendente il concerto per violino e orchestra di Berg e la sesta sinfonia di Beethoven.

Nel brevissimo catalogo della produzione di Berg il concerto in questione figura come una delle due sole composizioni per orchestra (l’altra è costituita dai “Drei Orchesterstücke”). Fu scritto nel dolore per la morte improvvisa, a diciotto anni, di Manon, figlia di Walter Gropius e Alma Maria Mahler. L’opera risente di questa circostanza. Dopo un primo tempo prevalentemente lirico, nel secondo il dramma prende il sopravvento. La conclusione è spirituale, eterea, in un clima di rassegnazione. A questa molteplicità di espressioni corrisponde una grande varietà di risorse. L’uso della dodecafonia non esclude la presenza di elementi tonali. Parecchie sono le citazioni. Particolarmente importante è quella del corale “Es ist genug, Herr, wenn es Dir gefällt”, dalla cantata “O Ewigkeit, Du Donnerwort” di Bach. Ma appaiono anche un motivo di valzer e una melodia popolare carinzia. In ogni caso la complessità non compromette la coerenza: il tutto si presenta come un lavoro chiaramente strutturato e compatto. A Lugano la violinista Carolin Widmann si è addentrata negli anfratti della non facile composizione con sicurezza tecnica e interpretativa. La sua prestazione non ha lasciato nulla a desiderare. Ha avuto un’ottima collaborazione dal direttore Michael Sanderling e dall’Orchestra della Svizzera italiana. Tanto i passaggi meditativi quanto quelli più impregnati di dolore hanno ricevuto la giusta espressione, ma i momenti in cui direttore, solista e orchestra hanno dato il meglio di sé sono stati quelli di desolazione e poi di alta spiritualità a conclusione del concerto.

Nella sesta sinfonia Beethoven esprime con semplicità ammirazione e amore per la natura. Dà vita musicale a un sentimento che ogni uomo sensibile ha provato molte volte. Nella composizione ci sono varietà, trasparenza, luminosità e freschezza. Pertanto si può dire che, in uno stato d’animo molto comune e usando mezzi sobri, per cui l’assunto parrebbe addirittura rinunciatario e destinato a scarsa fecondità, Beethoven ha scritto invece un capolavoro sublime. Ha dimostrato che al vero genio non sono posti limiti e che anche con la semplicità (preciserei soprattutto con quella) sono possibili raggiungimenti artistici altissimi. L’esecuzione al LAC è stata indubbiamente diligente e decorosa ma solo in parte ha reso giustizia agli immensi valori della partitura.

Lisiecki a Chiasso

Il canadese Jan Lisiecki, che ha suonato il 22 febbraio al Cinema Teatro di Chiasso, è una figura di pianista singolare. A ventitrè anni sa già sfoggiare grande tecnica e talento. Nessuna nota delle composizioni eseguite si sottrae al suo controllo. Le sue prestazioni si distinguono sempre per chiarezza e trasparenza. In Schumann (“Nachtstücke” op. 23) ha saputo dare bella espressione ai momenti lirici come pure trovare toni di grandiosità, senza forzare i volumi, nei passaggi appassionati. Splendide le onde sonore e le rifrazioni luminose in Ravel (“Gaspard de la nuit, trois poèmes pour piano d’après Aloysius Bertrand”). Intense ma sotto severo controllo del gusto le effusioni melodiche di Rachmaninov (“5 Morceaux de fantaisie” op. 3); impressionanti d’altra parte gli impeti furiosi che nel compositore russo si scaricano in fitte successioni di accordi. Detto questo bisogna aggiungere che il Lisiecki ha mostrato di prediligere gli episodi delicati. Ovunque le composizioni glielo hanno consentito si è raccolto nell’intimità. Con volumi talvolta ridotti al minimo, una certa lentezza nei movimenti e tempi rubati si è calato volentieri nelle sottigliezze e nelle preziosità con esiti stupendi, come nel notturno in mi minore op. 72 n. 1 di Chopin. A tratti si è rivelato un vero poeta della tastiera. Purtroppo capita spesso che coloro i quali posseggono capacità tecniche e interpretative straordinarie in qualche campo particolare tendono ad abusarne. Il Lisiecki non ha fatto eccezione alla regola e in qualche pezzo si è lasciato sedurre dalla ricercatezza, diluendolo e quindi sminuendolo. È avvenuto nelle composizioni poste all’inizio della serata (due notturni dell’opera 55 di Chopin, i numeri 1 e 2) come pure nel famoso “Sogno” di Schumann, eseguito fuori programma a tempo assai largo e con mille, troppe sfumature.

Il pubblico, abbastanza numeroso e attentissimo, ha lungamente applaudito il pianista.

Musiche rare a Mendrisio

Il 24 febbraio, in uno dei soliti apprezzati concerti della domenica mattina seguiti da degustazioni di vini locali (che danno piacevoli occasioni per scambiare parole con altri ascoltatori e con gli stessi artisti), Musica nel Mendrisiotto ha ospitato Tommaso Benciolini (flauto), Lorenzo Gugole (violino) e Claudio Bonfiglio (pianoforte). Dopo “Deux interludes” di Jacques Ibert, scritti per flauto, violino e clavicembalo o arpa ma presentati in una versione per flauto, violino e pianoforte (e non solo violino e pianoforte, come stampato erroneamente sul programma), è stata la volta della Sonata per flauto, violino e pianoforte H. 254 di Bohuslav Martinu. Il compositore ceco mostra anche in questo lavoro poco noto una fantasia fervida: a un “allegro poco moderato” con forte ritmatura e vivaci punte di umorismo hanno fatto seguito un “adagio” soavemente elegiaco, salvo una breve increspatura drammatica al centro, un “allegretto” festosamente stravinskiano e infine un “moderato poco allegro” assai estroso. Musica non meno interessante è venuta poi con il trio per flauto, violino e pianoforte di Nino Rota, che ha fatto emergere alcuni tratti caratteristici di questo compositore, preso troppo alla leggera dalla critica eppure degno di attenzione per la freschezza e l’originalità dell’ispirazione. L’”allegro ma non troppo” si è fatto ammirare per la ricchezza ritmica, ma anche per alcuni momenti di riflessione: è una musica che, con improvvisi cambiamenti di direzione, ama sorprendere l’ascoltatore e anche le sorprese, se ben dosate, possono diventare autentici fatti artistici. Nell’”andante sostenuto” appare quella tipica tristezza di Nino Rota che non si acuisce mai nello strazio ma viene accettata come un’inevitabile e in fondo non disdicevole compagna della vita umana. Lo stringatissimo “allegro vivace con spirito” ha concluso un lavoro di gradevole ascolto, ma anche ricco di aspetti e contenuti. Con il numero successivo, costituito da “Cinque pezzi per flauto, violino e pianoforte” di Sostakovic, il compositore russo ci viene incontro con una insolita affabilità, portando la prova che un artista veramente valido riesce spesso a convincere anche quando abbandona i generi e gli stili che gli sono più congeniali. Dei tre interpreti c’è da dire ogni bene; hanno ricavato il massimo dalle partiture eseguite. E così non resta che ringraziare Musica nel Mendrisiotto per aver fatto conoscere anche questa volta una nicchia particolare della produzione musicale, ossia alcuni frammenti di una letteratura – quella per l’insolito organico flauto-violino-pianoforte – raramente offerta nei concerti.

 

Carlo Rezzonico

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