Etica: un concetto a geometria variabile?

Giu 2 • L'editoriale, Prima Pagina • 181 Visite • Commenti disabilitati su Etica: un concetto a geometria variabile?

Eros N. Mellini

L’etica, nel senso di comportamento virtuoso irreprensibile, dovrebbe essere un valore assoluto e indiscutibile. Se al comune cittadino si può concedere qualche strappo, o meglio, si può considerare qualche sua deriva con la magnanimità che siamo ormai usi accordare ai cosiddetti “peccati veniali”, al politico – che si espone pubblicamente atteggiandosi, fra le altre cose, a difensore dei valori morali della popolazione o quantomeno del suo elettorato – tale concessione non può essere fatta, comunque non ufficialmente. Se “la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto”, figuriamoci Cesare stesso!

Ormai sulla soglia dei settant’anni, ritengo un esercizio interessante fare qualche confronto sulla società (e in particolare sulla politica) di ieri e di oggi, prima che la mia memoria venga irrimediabilmente devastata dal morbo di Alzheimer che sadicamente aspetta dietro l’angolo una parte vieppiù importante dei nostri anziani.

Un costante degrado

Se penso al rispetto di un codice comportamentale assoluto, che fissava – al di là delle conseguenze dirette che ognuno doveva poi subire – dei limiti precisi a cosa si potesse o non si potesse fare, la deriva nella quale la nostra società si è lasciata andare negli ultimi cinquant’anni non solo è indiscutibile, ma ha assunto delle proporzioni e una velocità che sfuggono ormai a ogni controllo e, di conseguenza, a ogni logica. Intendiamoci, non che in passato non ci fossero i “peccatori” ma, mentre allora erano un’infima minoranza additata – quando possibile – al pubblico ludibrio, oggi si è arrivati addirittura a camuffare quella che sarebbe una vera e propria apologia di reato dietro a giustificazioni di carattere etico. In altre parole, sarebbe etico violare l’etica, essendo quest’ultima antietica. Il caso di Lisa Bosia Mirra, la passatrice di migranti illegali, è solo il fenomeno più appariscente, ma il degrado etico della società ha diversi volti. Ricordo che, quando ero ragazzino, ci fu un caso di suicidio nel Locarnese e si mormorava – sottovoce, perché dopotutto c’era della comprensione per l’autore dell’insano gesto – che il poveretto non avesse resistito alla vergogna di essere sull’orlo del fallimento e di avere ricevuto dei precetti esecutivi. Ve l’immaginate oggi il sovraccarico di lavoro delle agenzie di assistenza al suicidio, se tale metro fosse adottato indiscriminatamente da tutti coloro che hanno dei debiti? È ovviamente giusto che l’indebitamento – almeno quello involontario dovuto semplicemente a circostanze avverse – sia considerato con la dovuta comprensione ma intanto, da quella che negli anni cinquanta del secolo scorso era l’eccezione, siamo arrivati alla situazione di oggi con i suoi professionisti del fallimento (e del debito) che, senza alcuna remora, rovinano onesti artigiani con l’unica colpa di avere dato loro fiducia, rifondando poi immediatamente una nuova Sagl per ripetere il giochetto.

Tutti a giudicare (e condannare) immemori del proprio pedigree

Un altro fattore che merita una riflessione è l’evoluzione dell’informatica che, rispetto al passato, permette oggi a ognuno di dire la sua e di avere un pubblico, che a volte è consenziente, ma spesso subisce semplicemente delle esternazioni non richieste per il solo motivo di essere connesso alla rete in quel momento. Una volta, prima di diffondere discredito a destra e a manca e ammesso che lo si volesse fare, ci si assicurava almeno di due cose: primo, che la notizia fosse vera e, secondo, che la cosa potesse interessare alla comunità, al di là del morboso gossip da giornaletti scandalistici un tempo prerogativa delle zone d’attesa dei barbieri. Oggigiorno invece – in particolare con l’avvento dei “social networks” – tutti si sentono non dico “autorizzati”, il che sarebbe più che legittimo, ma “in dovere” di sparare giudizi sulla mancanza di etica degli altri, spesso basandosi acriticamente solo su presunte “notizie” che a una disamina più approfondita risulterebbero essere delle bufale. La consapevolezza di avere tutti, se non degli scheletri perlomeno un femore o una tibia o anche solo un paio di falangi nel cassetto (i peccati “veniali” citati sopra) e il relativo senso di colpa che ne derivava, faceva sì che il profano lasciasse alle autorità giudiziarie preposte, di emanare se del caso l’eventuale sentenza. Ma oggi? Sui propri scheletri si sembra essere colpiti da un’amnesia totale o peggio, temo che non siano ormai più considerati criticabili nella società attuale tendente a trovare delle attenuanti per ogni sorta di nefandezza che non sia quella di essere benestante. Che la notizia sia vera è del tutto irrilevante, è sufficiente che sia verosimile da parte del personaggio che si vuole colpire, già pregiudizievolmente dipinto come un bieco mascalzone, irrimediabilmente impossibilitato a intraprendere qualcosa di buono.

L’ultima perla dell’etica “à la carte”

La più recente manifestazione di questo modo di considerare l’etica un concetto a geometria variabile, la trovo in certe reazioni suscitate dall’annuncio apparso nei media volto a cercare dei raccoglitori di firme per l’iniziativa sul referendum finanziario. L’intollerabile misfatto sarebbe quello di offrire una congrua remunerazione a chi procura un numero rilevante di firme. Al di là del fatto che è purtroppo ormai una prassi irrinunciabile, come bene ha scritto Giorgio Ghiringhelli due settimane fa in questo stesso giornale, non vedo nulla di antietico nel ricompensare chi mette a disposizione il proprio tempo e il suo impegno per contribuire alla riuscita di un referendum o di un’iniziativa. Perché intendiamoci, nessuno si sogna di offrire due o tre franchi a qualcuno in cambio della propria firma: oltre che essere, questo sì, antietico, temo che il prezzo al quale uno “si venderebbe”, sarebbe ben più alto e inaccessibile. No, la persona continua a firmare (o a non firmare) per una proposta in cui crede, e lo fa gratis. Ma a chi se ne sta in piazza per svariate ore, magari sfidando il maltempo, per sottoporre il tema ai cittadini, sarebbe vergognoso pagare un giusto compenso. Ho letto un commento su Facebook: “Di principio ero propenso a sostenere questa iniziativa ma, avendo appreso questa notizia (la remunerazione dei raccoglitori di firme), certamente non la firmerò”. La cosa è di un’assurdità unica. Come dire: “Volevo dare un contributo ai terremotati ma, visto che il personale amministrativo della Catena della solidarietà (o di qualsiasi altra ONG) è stipendiato, non lo farò.” Ed ecco ripetuto il concetto: pagare i collaboratori di una ONG è etico, remunerare quelli che s’impegnano per un fine politico no.

Ma già, dietro all’iniziativa sul referendum finanziario c’è un “bieco imprenditore, un mascalzone, irrimediabilmente impossibilitato a intraprendere qualcosa di buono”. Quelli che mangiano e bevono sulle spalle delle ONG, invece…

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