Elezioni Svezia 2018 risultati | Il sistema elettorale | I temi principali | I partiti e i sondaggi

Set 21 • L'opinione, Prima Pagina • 161 Views • Commenti disabilitati su Elezioni Svezia 2018 risultati | Il sistema elettorale | I temi principali | I partiti e i sondaggi

Dr. Francesco Mendolia

Ho terminato di raccogliere questi articoli il giorno 10 settembre 2018. Il giorno 10 settembre 1898 un anarchico italiano uccide a Ginevra la principessa Sissi moglie dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe d’Asburgo mentre passeggia sul lungolago, colpendola con una stilettata al cuore.

Domenica 9 settembre, 7,3 milioni di svedesi sono stati chiamati alle urne per le elezioni legislative. Il Partito socialdemocratico si è confermato prima forza politica del paese, raccogliendo il 28,4% dei voti, ma ha scontato un netto calo dei consensi rispetto alle ultime elezioni. La coalizione di centrosinistra, formata da socialdemocratici, verdi e sinistra, ha ottenuto complessivamente il 40,6% dei seggi: risultato insufficiente per detenere la maggioranza di governo. La coalizione di centrodestra, formata da moderati, centro e democrazia cristiana, è arrivata a quota 34,8%. Il partito di estrema destra Democratici svedesi ha ottenuto il 17,6% dei voti, registrando un forte balzo in avanti rispetto al 2014, ma più contenuto rispetto alle attese della vigilia. Il leader dei Democratici svedesi, Jimmie Akesson, tuttavia, sottolinea che il partito avrà “un peso enorme” sul futuro politico del paese. Omissis. Al centro delle elezioni Svezia 2018 vi è sicuramente il tema dell’immigrazione. La Svezia ha accolto 163mila migranti, superando il numero di richiedenti asilo presenti negli altri Stati europei in proporzione alla popolazione. Il partito al governo ha reso più stringenti le leggi in materia di richiesta d’asilo, ma i Democratici svedesi di estrema destra continuano ad affermare che le politiche di accoglienza in vigore sono una minaccia per il welfare della nazione.

(TPINEWS 10 settembre 2018)

 

L’Unione Europea descritta con un romanzo

Si chiama “La capitale”, lo ha scritto l’austriaco Robert Menasse, e inizia con un maiale inarrestabile nel centro di Bruxelles.

Qualche giorno fa è stato pubblicato in Italia quello che Politico ha definito «il primo grande romanzo sull’Unione europea»: è dello scrittore austriaco Robert Menasse, si intitola “La capitale” (è ambientato a Bruxelles) e nel 2017 ha vinto il Deutscher Buchpreis, il più importante premio letterario per gli autori di lingua tedesca. Menasse ha cominciato a scrivere di questioni europee nel 2005 e ha passato un certo periodo alla Commissione europea come osservatore, vivendo a Bruxelles. “La capitale” è un po’ un romanzo, un po’ un giallo, un po’ un libro su Bruxelles, un po’ un ritratto delle istituzioni europee che le rende più umane pur descrivendone i proverbiali grigiori e bizzarrie di funzionamento.

“La capitale” ha tanti protagonisti di diverse nazionalità che vivono tutti a Bruxelles ma si occupano di cose diverse; i loro percorsi si incrociano solo a momenti e casualmente. Ed è divertente, oltre ad aiutare a farsi un quadro meno astratto delle istituzioni europee. Omissis.

(Post libri Konrad 8/9/2018)

 

Democratici svedesi

I Democratici di Svezia (in svedese Sverigedemokraterna, SD) sono un partito politico svedese di matrice nazionalista attivo in Svezia.

Il partito è stato fondato nel 1988 tramite l’unificazione di varie forze della galassia dell’estrema destra svedese, con l’obiettivo di contrastare fenomeni quali l’immigrazione e l’islamizzazione, a favore di una politica improntata alla difesa della cultura svedese. La dirigenza del partito ha deciso di rinunciare alle idee più oltranziste esprimendosi come movimento antieuropeista e prodigandosi per il controllo dell’immigrazione. Alle elezioni del 19 settembre 2010 il partito entra per la prima volta nel Riksdag (il parlamento), ottenendo 20 seggi. Alle elezioni europee del 25 maggio 2014 il partito ottiene 2 seggi nell’europarlamento, entrando a far parte del gruppo parlamentare europeo EFDD.

(Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.)

 

La “regola del 3%”, spiegata bene

In queste settimane il governo italiano sta mettendo a punto “la legge di stabilità” per il 2019 ed è alle prese con la decisione più complicata da quando si è insediato: decidere quanto spendere più di quanto incassa, cioè, come si dice in gergo, “quanto deficit fare”.Omissis.

Il dibattito sul 3% è abbastanza sterile, perché non è questo il limite che le regole europee impongono alla nostra spesa pubblica. La soglia massima del 3 % è stata stabilita dai trattati di Maastricht, ma ogni paese contratta con la Commissione europea condizioni e impegni diversi sulla base delle sue esigenze specifiche e della sua condizione economica. Omissis.

I trattati di Maastricht, ratificati nel 1992, sono le più importanti regole approvate con questo scopo: il famoso “3%” arriva da qui. Il trattato stabiliva che, per evitare guai per sé e per gli altri, uno Stato membro dell’Unione non dovrebbe avere un debito pubblico superiore al 60% del PIL e un deficit superiore al 3% del PIL.

L’origine di queste due cifre è semplice. All’epoca dei trattati di Maastricht, il debito pubblico medio dei paesi europei era pari al 60% del PIL, e quindi sembrava un buon livello da indicare come “normale” e da mantenere (i fondatori dell’Europa erano in gran parte conservatori in economia, e abbastanza ostili al debito e alla spesa pubblica). La regola del 3% discende da una considerazione simile. All’epoca, la crescita media del PIL dei paesi europei sembrava essersi stabilizzata intorno al 3% e l’inflazione intorno al 2% (almeno nei paesi con i prezzi più stabili, come la Germania). Se questi due indicatori, inflazione e crescita economica, fossero rimasti costanti, uno Stato avrebbe potuto mantenere un deficit pari al 3% senza far crescere il suo rapporto debito/PIL oltre il 60%. L’idea della regola del 3% nacque così.

Nel corso degli anni, gli Stati membri hanno manifestato la necessità di avere regole più flessibili. Allo stesso tempo, l’introduzione dell’unione monetaria, cioè dell’euro, ha reso necessaria una maggiore coordinazione economica tra i paesi europei. Alle regole di Maastricht si sono così aggiunte altre disposizioni (tutti nomi conosciuti come “Fiscal compact”, “Patto di stabilità e crescita”, “six pack”, “two pack”) fino ad arrivare alla complessa architettura che vediamo oggi. Omissis.

Per questo, oltre al limite del 3%, nel tempo trattati e regolamenti europei hanno introdotto parametri che tengono conto dei cicli economici, cioè dei momenti di crescita e di quelli di recessione. Si è stabilito che uno Stato membro non può quindi avere un “deficit strutturale”, cioè il deficit aggiustato per il ciclo economico, più alto dell’1% in rapporto al PIL. È sostanzialmente una stima con la quale – tenendo conto di numerosi fattori – viene ipotizzato quanto sarebbe il deficit di un paese in condizioni economiche “normali”. Omissis.

L’obiettivo per ogni Stato membro quindi non è soltanto rispettare le regole di Maastricht (3% di deficit, 60% di debito), ma anche più in generale mantenere un bilancio strutturale equilibrato. Ogni Stato membro si accorda con la Commissione europea per determinare qual è il suo bilancio equilibrato, tenendo conto delle sue specifiche caratteristiche: è tutto oggetto di trattative caso per caso.

Il documento che stabilisce i livelli da raggiungere si chiama Obiettivo di medio termine (OMT) ed è calcolato in termini strutturali, cioè tenendo conto dei cicli economici. Omissis

(Post, Konrad 8 settembre 2019)

 

Per la Germania l’accordo con Salvini sui migranti è quasi fatto.

Al Consiglio europeo di giugno, il governo italiano aveva negato qualsiasi accordo con la Germania sui rimpatri dei migranti che dall’Italia erano arrivati in territorio tedesco. «L’Italia», aveva spiegato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte il 29 giugno alla notizia che Grecia e Spagna avevano firmato un’intesa con Berlino, «non riprenderà nessun migrante che dovesse essere stato registrato da noi e poi andato in Germania». In quel momento gli accordi servivano ad Angela Merkel per placare l’opposizione interna del suo ministro degli Interni e leader della CSU Horst Seehofer. Il 10 luglio, il vicepremier Matteo Salvini aveva ribadito il concetto: «No al ritorno dei profughi da Germania e Austria». Ma ora, a quasi due mesi di distanza, tutto sembra cambiato. Tanto che proprio Seehofer sostiene che l’intesa tra l’Italia di Salvini e la Germania di Merkel sui respingimenti in Italia dei migranti sia molto vicina. A un passo. «Siamo molto molto avanti, e andiamo verso l’accordo con l’Italia», ha affermato Seehofer il 4 settembre a Berlino, in conferenza stampa con il collega austriaco, Herbert Kickl. Una formula simile era stata usata una settimana fa dal ministro, che ha già chiuso intese analoghe con Madrid e Atene. Gli annunci sulla politica dei migranti del governo erano già stati smentiti dal fuoco amico di Giancarlo Giorgetti, che aveva spiegato come Salvini l’avesse «sparata grossa» quando aveva promesso di rimpatriare 500 mila immigrati regolari. Ora, secondo le informazioni che arrivano dalla capitale tedesca, l’esecutivo sarebbe pronto a fare marcia indietro sull’intesa con la Germania.

 

(Lettera 43 04/settembre 2018)

 

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