Elezioni nazionali: urge più UDC!

Mag 14 • L'editoriale, Prima Pagina • 2706 Views • Commenti disabilitati su Elezioni nazionali: urge più UDC!

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

Per le elezioni nazionali del 18 ottobre, a qualcuno parrà strano che l’UDC si presenti più o meno con gli stessi cavalli di battaglia che cavalca ormai da quasi 25 anni – più precisamente dalla lotta contro l’adesione allo Spazio economico europeo (SEE) che sfociò poi nel clamoroso successo nella votazione del 6 dicembre 1992: NO all’adesione all’UE, cui si aggiungono la difesa a oltranza della nostra indipendenza e della nostra neutralità, meno carico fiscale per tutti.

 

No all’adesione all’UE (ufficiale o strisciante che sia)

Perché dunque quella che gli avversari politici vorrebbero strumentalizzare contrabbandandola per “la solita solfa” di un partito ormai al limite della paranoia?

Semplice, perché in questi 23 anni nulla è cambiato in questo senso. Né lo scenario, né le subdole manovre pro-UE della Berna federale.

Ci sono state delle votazioni popolari con le quali il sovrano ha chiaramente detto che un’adesione all’UE è fuori questione, il che è servito ai partiti che nel 1992 erano i primi fautori del “campo d’allenamento per l’adesione all’UE” (frase purtroppo pronunciata sciaguratamente dall’allora rappresentante UDC in Consiglio federale, Adolf Ogi) per ipocritamente affermare che nessuno considera ormai più l’adesione un tema d’attualità. Si tratterebbe di una minestra riscaldata dall’UDC in mancanza di temi più attuali. Ebbene, ci sono alcune valide ragioni per non lasciar raffreddare la minestra del pericolo di un’adesione all’UE.

Innanzitutto, è sbagliato dire che “nessuno” in Svizzera vuole più l’adesione all’UE: il partito socialista – che, per il Consiglio nazionale, nel 2011 ha pur sempre racimolato il 18,7% di voti (anche se rompe le palle in misura ben maggiore) – l’ha addirittura ancora quale obiettivo nel suo programma di partito. Ma – ed è qui che si situa il pericolo maggiore, in quanto furbescamente camuffato – occultamente rimane l’obiettivo strategico di ampie fasce dei partiti ormai solo pseudo-borghesi, in quanto ormai prede di una sempre più irrefrenabile deriva sinistroide. La verità è una sola: se la Svizzera è riuscita finora a evitare l’adesione all’UE, lo deve unicamente al perenne stato d’allerta mantenuto nell’ultimo ventennio dall’UDC su questo tema. L’UDC che è stata il solo partito ad assicurare alla popolazione una comunicazione chiara e inequivocabile sulle subdole manovre della Berna federale, assicurandosi così l’appoggio del popolo in questa battaglia di vitale importanza.

Ma l’ipocrisia che aleggia a Palazzo federale non è per questo stata debellata. Lo scorso 6 maggio, il Consiglio nazionale ha approvato,con 112 voti contro 78, una mozione UDC volta a comunicare a Bruxelles che “la Svizzera è uno Stato indipendente e che non intende aderire all’UE né direttamente né per via indiretta”. Mozione addirittura appoggiata dal Consiglio federale. Ma, nel contempo, alla richiesta di ritirare ufficialmente la domanda d’adesione depositata a Bruxelles nel 1992, non si è mai voluto dar seguito. Si è preferito affermare che la domanda è ormai chiaramente “priva di oggetto”, che non “influisce assolutamente” sui negoziati con l’UE, eccetera. Ma un ritiro ufficiale no, sarebbe un inutile sgarbo nei confronti di Bruxelles.

Nel frattempo, però, si lavora sornionamente a un accordo-quadro fra Svizzera e UE, con il quale la prima si troverebbe in una condizione di sudditanza tale nei confronti della seconda, da rendere preferibile la completa adesione. Con la scusa della “conservazione della via bilaterale”, si fa di tutto per rendere di fatto nefasta quest’ultima, annullando tutti i valori e le caratteristiche che hanno reso la Svizzera uno dei paesi più floridi del mondo, addirittura il più florido fintanto che la classe politica di Berna è stata all’altezza della situazione. Di fatto, per conservare la via bilaterale si rinuncia a tutte le norme che dovrebbero caratterizzarla: interessi reciproci, co-decisione, mantenimento della propria indipendenza e autodeterminazione, eccetera. Per tutelare la via bilaterale, vi si rinuncia “tout court”. Ripresa automatica del diritto UE e della sua futura evoluzione, competenza inappellabile alla Corte di giustizia dell’UE (quindi a un organo della controparte) in caso di divergenze d’interpretazione di un accordo bilaterale – per la prima volta nella storia, la Svizzera accetterebbe dei giudici stranieri -, organo di sorveglianza dell’applicazione delle norme UE su suolo svizzero. Quale “campo d’allenamento per l’adesione all’UE” tale accordo-quadro sarebbe ancora peggio dello SEE rifiutato nel 1992.

L’adesione all’UE – sia ufficiale come da domanda del 1992, sia strisciante come la si presenta adesso con l’accordo-quadro – è quindi sempre di scottante attualità. E, per fortuna, c’è l’UDC a denunciarne gli aspetti più occulti che gli altri partiti si guardano bene dell’esplicitare anzi, se proprio obbligati a parlarne, li banalizzano e li minimizzano, spesso mentendo spudoratamente.

 

Difesa a oltranza della nostra indipendenza e neutralità

Un altro punto sul quale l’UDC è l’unico partito a battersi strenuamente, è la difesa innanzitutto della nostra indipendenza, ma anche della nostra neutralità.

La prima è rimessa quotidianamente in questione dall’atteggiamento supinamente arrendevole della Berna federale di fronte alle pressioni estere e di organismi internazionali ai quali abbiamo purtroppo aderito. Questo colpevole atteggiamento di sudditanza, fa sì che i diritti popolari, una volta sacri e intoccabili, come la democrazia diretta, siano vieppiù ignorati, disprezzati e criticati da chi sarebbe invece chiamato più di qualsiasi altro a difenderli: Consiglio federale, Parlamento e, oggi più che mai, il Tribunale federale.

Ci troviamo quindi a non essere più padroni di decidere in casa nostra, di attuare una politica d’immigrazione autonoma e, soprattutto, ragionevole, a doverci tenere in casa dei pericolosi criminali stranieri perché i nostri tribunali – e in particolare quello federale – amministrano la “giustizia” tenendo in maggior conto gli interessi dei delinquenti di quelli delle vittime.

Così, delle iniziativa approvate da popolo e cantoni – espulsione degli stranieri criminali, immigrazione di massa, eccetera – non vengono attuate perché sarebbero in contrasto con il diritto internazionale (peraltro non quello imperativo) o perché comportano una reazione ricattatoria da parte dell’UE.

Tutto ciò, è soprattutto da attribuire all’ineluttabilità, peraltro presunta e smentita dalla nostra stessa storia, di una resa obbligatoria e incondizionata al più forte. Otto milioni di abitanti contro 500: non la spunteremo mai! Senza pensare che, se i nostri antenati “Waldstätter” l’avessero pensata così, la Confederazione non esisterebbe e il Grütli sarebbe verosimilmente sede di qualche orto biologico a disposizione dei cittadini di Seelisberg.

E ricordiamoci che a quei tempi gli Asburgo ammazzavano sul serio, non si limitavano a qualche sanzione economica o a qualche nota di biasimo per via diplomatica.

Il fatto è che al tavolo di “Poker” dei negoziati, i nostri rappresentanti hanno solo vaghe nozioni di “Jass”. Già il mazzo ha qualche carta in meno, ma i nostri negoziatori aggiungono l’incapacità di nascondere le proprie emozioni, e il “bluff” è loro totalmente sconosciuto. E quindi, non solo non ne possono far uso, ma cadono sistematicamente in quello degli avversari.

“Nessun ulteriore trattato bilaterale se prima la Svizzera non accetta l’accordo-quadro d’integrazione nelle strutture dell’UE”, ci dicono arrogantemente da Bruxelles. E allora tutti a ripetere che è inevitabile, bisogna rivotare sulla libera circolazione. A nessuno è venuto in mente di rispondere: “Se non accettate il nostro voto popolare del 9 febbraio 2014, rescindiamo l’accordo sui trasporti o quello sulla lotta alla frode fiscale (o qualche altro scelto fra i più vantaggiosi per l’UE)”. No, cedere, cedere e ancora cedere.

 

Un carico fiscale sempre più oppressivo

Il terzo punto sostenuto da sempre dall’UDC è l’alleggerimento del carico fiscale: per i cittadini e per le imprese. I primi devono disporre di qualche soldo in più da spendere per sé e per la propria famiglia, le seconde di più capitale da reinvestire e, di conseguenza, per ingrandirsi e offrire più posti di lavoro.

Ma per far quello, occorre ridurre le voci e i volumi della spesa pubblica. Non si può continuare a estendere uno Stato ormai da tempo non più sociale, bensì assistenziale, occorre porre un freno alla smania sinistroide di spendere i soldi degli altri. E, nel contempo, bisogna smetterla di sperperare il denaro dei cittadini svizzeri a favore di popolazioni estere che – trovata la gallina dalle uova d’oro – nulla fanno per contribuire loro stesse a uscire dalla miseria o anche solo dalla mediocrità sociale.

Questo è un tema dalle innumerevoli sfaccettature, ma anche lui di indiscutibile attualità.

Ma siamo all’inizio della campagna elettorale, e avremo tempo di approfondire tutti gli obiettivi dell’UDC. Intanto, valga un principio su tutti: l’unico partito che presenta proposte concrete per affrontare questi problemi è l’UDC (vedi programma elettorale da chiedere al segretariato cantonale). Se i nostri temi si ripetono da due decenni è perché, in un sistema proporzionale, non basta un terzo dei seggi. Ciò nonostante, l’UDC è riuscita finora a mettere parecchie pezze al malandazzo imperante a Berna, ma occorre rafforzarla di più. Ricordiamocene il 18 ottobre prossimo.

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