Economia d’esportazione viziata

Lug 9 • L'opinione, Prima Pagina • 356 Visite • Commenti disabilitati su Economia d’esportazione viziata

Rolando Burkhard

Rolando Burkhard

La Svizzera è una nazione d’esportazione. Una parte considerevole del nostro PNL la realizziamo infatti con le esportazioni. OK. La nostra economia d’esportazione lo sa benissimo. Si pone quindi in modo arrogante e pretenzioso nei confronti della politica, rivendicando in continuazione sostegni per miliardi, sostegni che purtroppo le vengono anche puntualmente accordati. Sarebbe felice di farci credere che 4 franchi su 3 del nostro PNL sono guadagnati all’estero e che noi, senza di essi, saremmo destinati al totale sfacelo. Di quanti franchi si tratti realmente, è decisamente una questione d’interpretazione: forse, e nel migliore dei casi, 1 su 3? Ciò significa che le aziende (per la maggior parte piccole) che producono nel paese per il mercato interno realizzerebbero 2 franchi su 3 del PNL a favore del nostro benessere. Per contro, però, di tale generoso sostegno assistenziale possono solo sognare. Ma allora, il nostro internazionalismo economico e politico è davvero così positivo da doverlo continuare a qualsiasi prezzo?

 

La nostra economia d’esportazione è sostenuta, ma proprio viziata con importi miliardari, dalla nostra politica, senza che ci si pongano molte domande. Per esempio, con un importo che attualmente raggiunge le tre cifre in miliardi, sosteniamo la crisi monetaria dell’Euro solo affinché i prezzi all’esportazione in franchi svizzeri rimangano “concorrenziali”. Motivazione principale: la nostra crescita economica garantisce il mantenimento dei nostri posti di lavoro e del gettito fiscale. Può anche essere così, la nostra economia d’esportazione ci rende molto. Ma osserviamo un po’ più da vicino la situazione.   

 

La crescita economica: dal punto di vista puramente quantitativo, l’economia d’esportazione vi contribuisce in misura considerevole. Il nostro PNL cresce. Emerge tuttavia sempre più chiaramente che questa crescita è solo sulla carta e non porta a un aumento del reddito disponibile delle cittadine e dei cittadini svizzeri, perché il nostro benessere non è aumentato e non aumenta quasi per nulla. Comunque non in ugual misura. Ad approfittare della crescita economica è la stessa economia d’esportazione, con i suoi elevati salari e bonus per i propri “top manager” e grazie a massicci risparmi sui salari tramite personale straniero.   

 

Posti di lavoro: sì, la nostra economia d’esportazione crea posti di lavoro. Ma per chi, in realtà? Per quanto mi è dato di sapere, soprattutto per manodopera straniera, motivo per il quale il suo libero accesso alla Svizzera (libera circolazione delle persone, frontalierato) è con tale insistenza richiesto (e concesso). Già, e quando le cose vanno un po’ meno bene, si chiude semplicemente l’azienda dall’oggi al domani, e tutt’al più si trasferisce la produzione in Corea del sud o in qualche altro luogo dove costa meno, lasciando le persone impiegate, in precedenza importate, a carico della nostra assicurazione-disoccupazione o dell’assistenza sociale. Tutto ciò a spese del contribuente. E dobbiamo poi anche pagare tutti i costi delle infrastrutture supplementari create per la manodopera importata e poi impietosamente licenziata (trasporto, strade, formazione, scuole, cure mediche, ospedali, eccetera).   

 

Gettito fiscale: può anche essere che l’economia d’esportazione e le aziende di servizi attive internazionalmente generino in alcuni cantoni un gettito fiscale supplementare. Per un giudizio definitivo occorre però aspettare che termini la discussione infinita sulla riforma dell’imposizione delle imprese. Ma anche qui valgono le obiezioni sollevate al capitolo dei posti di lavoro: cui bono, ossia chi ne trae beneficio alla fine?   

 

Riepiloghiamo:

 

1. Per il sostegno della nostra totalmente viziata economia d’esportazione, noi contribuenti paghiamo, tramite la Banca nazionale, enormi importi miliardari per la difesa contro la crisi monetaria dell’Euro, ossia buon denaro svizzero sopra gran parte del quale, considerate le oscure previsioni per questa moneta e per l’Unione europea, dovremo presto o tardi mettere la classica croce.  

 

2. Le merci d’esportazione svizzere sono tradizionalmente dei prodotti di nicchia d’alta qualità, non prodotti di massa, e tali rimarranno. Chi produce buona qualità svizzera può oggi, e potrà sempre anche domani, continuare senza problemi a esportare a prezzi temporaneamente più elevati.

 

3. A causa dell’economia d’esportazione stiamo concludendo con l’organizzazione in crisi UE i compromessi per noi più funesti, accettando con servile rassegnazione le sue direttive imperative – per esempio la libera circolazione delle persone e un frontalierato straripante – senza negoziare seriamente e a nostro vantaggio dei rapporti che siano realmente bilaterali.  

 

4. Quando le imprese dell’economia d’esportazione non guadagnano più così tanto (per sé stesse), chiudono semplicemente bottega e se ne vanno all’estero, lasciando impietosamente la manodopera da loro importata in disoccupazione e in assistenza sociale. Il tutto a spese del contribuente. Le piccole aziende indigene non hanno questo spazio di manovra. 

 

Di tutti questi vantaggi, le nostre piccole aziende indigene possono solo sognare

 

Di questi vantaggi attribuiti all’economia d’esportazione, le molte – perlopiù piccole – aziende indigene (artigianali) che lavorano e producono soprattutto per il mercato interno, non beneficiano quasi. Al contrario, ogni volta che alle grandi imprese dell’economia d’esportazione si accordano dei diritti particolari, si creano alle nostre piccole aziende degli ostacoli amministrativi quasi insormontabili (spesso a seguito di normative UE), rendendo difficoltoso il loro progresso economico. Ciò porta a non pochi casi di rassegnata chiusura dell’attività e al licenziamento di gran parte del personale indigeno.

 

In qualche modo, a causa del nostro internazionalismo esagerato e quasi morboso, la geometria economica adottata dalla nostra politica mi sembra essere sempre meno appropriata. Internazionalismo ed economia d’esportazione sono politicamente al di sopra di tutto, costi quello che costa! Trovo ciò sbagliato alla radice. Sosteniamo allora – invece della sola economia d’esportazione – piuttosto le piccole aziende che lavorano nel paese per il mercato interno, ossia che lavorano e producono per noi. E non sempre solo le imprese orientate al mero profitto le quali, con personale straniero, sul nostro limitato territorio producono per il mercato estero, causandoci tutti i guai dell’insostenibile immigrazione di massa, con tutte le sue conseguenze negative e i costi che ne derivano.

 

Troviamo finalmente un po’ di coraggio. Come lo hanno fatto gli Inglesi che, nonostante tutti gli tsunami economici minacciati prima del voto nel caso in cui avessero scelto Brexit, nonostante tutti i problemi economici pronosticati, hanno coraggiosamente votato per l’UE-Out e, a lungo termine, optato anche per il loro progresso economico. Occasioni in questo senso ne avremo presto diverse anche noi: per esempio l’applicazione fedele alla Costituzione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa e la lotta per impedire qualsiasi integrazione istituzionale nelle ormai agonizzanti strutture dell’UE.   

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