E una nuova vita fiorisce sulle rovine

Lug 9 • L'opinione, Prima Pagina • 586 Visite • Commenti disabilitati su E una nuova vita fiorisce sulle rovine

Dalla Weltwoche del 30 giugno 2016 l’editoriale di Roger Köppel

Il Brexit è l’avvenimento più rallegrante dall’accettazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa, ma più importante. L’uscita dall’UE dei Britannici mette in moto un sacco di cose. Lo shock è salutare. Il Brexit rafforza la Svizzera. E l’Europa. 

Ero a letto con un brutto raffreddore quando l’SMS di un amico sul mio portatile mi ha annunciato la notizia del Brexit. Ancora incapace di riconoscere la portata storica di questa notizia, un sentimento di crescente euforia s’è impadronito ben presto di me. Anch’io avevo fatto parte di quegli scoraggiati che non avevano creduto i Britannici capaci di questa decisione popolare fenomenale, benefica ed epocale. Come molti altri, pensavo che gli scenari catastrofici e i tentativi d’intimidazione degli avversari del Brexit avrebbero impressionato, che un’uscita, un divorzio sarebbero stati troppo dolorosi per gli inglesi assordati da una propaganda inesauribile. Che errore! 

Una decisione ben calcolata

Io mi inchino, pieno d’ammirazione, di fronte a questa decisione. I Britannici hanno optato liberamente e in maniera ben calcolata per il ritorno alla loro autodeterminazione, alla loro libertà e alla loro democrazia, nonostante gli scossoni economici del momento. In fondo vogliono la stessa cosa degli Svizzeri: delle buone e forti relazioni con tutti i paesi del mondo, compresi gli Stati membri dell’UE. Essi aspirano alla maggiore libertà di commercio possibile. Sono aperti. L’obiettivo è anche una libera circolazione controllata, adattata su misura alle loro necessità. Gli Inglesi vogliono cooperare con altri paesi e fare del commercio, senza peraltro dover abdicare la loro identità né legarsi sul piano politico. 

Volere ciò non è un «regresso» o l’espressione di un «populismo in collera». È semplicemente tornare a sé stessi e alle migliori pratiche di cooperazione fra Stati. L’UE s’è trasformata nel corso degli ultimi vent’anni, a dispetto di tutte le buone intenzioni iniziali, in una creatura ibrida pericolosa, mezzo Stato federale e mezza federazione di Stati. Il problema specifico che ciò pone risiede nel fatto che l’UE ha sostituito delle istituzioni di Stato-Nazione che funzionavano, con delle istituzioni sovrannazionali che non funzionano. Il risultato è una decomposizione crescente dei processi democratici dello Stato di diritto nel bagno acido del sovranazionalismo. Le conseguenze della crisi sono note e visibili: situazione deplorevole dell’Euro, débâcle dell’asilo, crollo delle frontiere esterne. Tutto ciò preceduto da violazioni del diritto e abrogazioni di regole europee.

Nell’impasse

Per uscire dai problemi da essa stessa creati, l’UE dovrebbe consolidarsi istituzionalmente in uno Stato. Essa potrebbe allora adempiere di n uovo le sue funzioni regali, assicurare le sue frontiere esterne, controllare i suoi budget nazionali, sostenere l’Euro, costringere con sanzioni i suoi membri, altrimenti detti i suoi cantoni, a rispettare i loro impegni. Tuttavia, questa possibilità diventa inattuabile con il Brexit. Gli Europei, come probabilmente anche i loro governi, non sono più sedotti dall’idea di un Superstato diretto da Bruxelles. Al contrario, si sta diffondendo l’impressione che l’UE concentri su di sè già troppo potere e influenza. «Smantellamento invece di ampliamento», questa è il motto. Il presidente della Commissione Juncker non ha tuttavia l’aria di essere pronto a confrontarsi con la realtà.

Una nuova vita fiorisce sulle rovine. Il Brexit è un’esplosione nel più profondo dell’UE, una rottura grave di una diga, una colossale valanga. Non si può ancora misurare tutto ciò che trascinerà nella sua scia. Delle visioni del mondo stanno crollando, delle carriere si stanno sbriciolando. Delle menzogne di tutta una vita stanno andando a pezzi. È come in un vecchio rifugio antiaereo nel quale si facesse saltare un muro per far entrare dell’ossigeno vitale attraverso il buco. È rinvigorente e liberatorio, ma ciò porta anche disperazione e richiede molti sforzi. Gli eurocrati sono obbligati ad abbandonare la loro orbita, il che è salutare. Adesso dedicano agli Inglesi dei commenti velenosi. I prigionieri si lamentano dei loro ex-compagni di prigione che sono riusciti a evadere, tentando nel contempo di convincere quelli che non vi sono riusciti delle virtù del loro carcere. È un po’ crudele, ma non sbagliato. I Britannici del Brexit hanno ragione. L’UE di oggi ha fallito, è un modello superato. Per due volte gli Inglesi hanno salvato l’Europa dalla Germania. Dopo le due guerre mondiali, l’UE è sorta quale grande progetto di pace. Che i Britannici vogliano oggi uscirne di loro iniziativa dimostra chiaramente che qualcosa di fondamentale non va con l’UE.   

Merkel o la moderazione

Per i Tedeschi, questa rottura è particolarmente dolorosa. L’UE è per loro un surrogato di patria, per così dire il grande programma di riabilitazione e di risocializzazione dopo due guerre mondiali, che ha permesso a coloro che erano svergognati di rinascere sul piano internazionale, vestendosi degli abiti europei. 

Il Brexit scatena naturalmente in Germania dei turbamenti dell’identità politica e delle reazioni emozionali esagerate. Lo scorso week-end, un commento isterico nei media ha paragonato i sostenitori del Brexit innamorati della libertà ai nazisti che hanno distrutto la Repubblica di Weimar prima della presa del potere da parte di Hitler. Non bisogna sopravvalutare questo genere di derive, tuttavia esse dimostrano come l’incertezza si trasformi in paura e la paura in arroganza intellettuale. Ma è anche vero che la cancelliera tedesca, Angela Merkel, è quella che ha reagito finora con più moderazione. Essa sa che l’UE non può permettersi di avviare una guerra dei nervi con Londra, non più dello stretto necessario. Questa fisica intelligente, che ha aiutato il fronte del Brexit con la sua politica dei rifugiati, resta in un’Europa spaventata, nonostante tutti i suoi errori, la voce più ragionevole di moderazione che abbiamo.

Gianni il fortunato

Il più scandaloso, venerdì scorso, è stato il Consiglio federale. Il governo non era preparato, nonostante un anno di rodaggio. Non si aveva riflettuto sulla possibilità, ritenuta poco probabile, che gli Inglesi osassero uscire. Le dichiarazioni hanno avuto l’aria di tragedie, esprimendo abbattimento. Il presidente della Confederazione ha letto con voce sconvolta la sua dichiarazione. Il suo collega segretario di Stato agli affari esteri non ha mancato di ripetere che il Brexit renderà tutto più complicato per la Svizzera. Invece è vero il contrario: il Brexit rafforza la Svizzera. L’Europa nevrotica, usa alle camicie di forza, ai rapporti politicizzati e burocratizzati all’estremo, ha preso un grave colpo. Con i Britannici è il trionfo del desiderio di altre forme libere, diciamolo tranquillamente, bilaterali e quindi ugualitarie, di cooperazione fra Stati, di commercio e di scambio, senza l’obbligo del matrimonio politico. Quella è la posizione dei partigiani del Brexit.  È l’attuale ricetta della Svizzera, che ha dato dei buoni risultati per secoli.   

La Svizzera non dovrebbe rintanarsi ora. E nemmeno deve fare il gradasso. Ma può, dalla sua posizione rafforzata, presentare il suo punto di vista con sicurezza. Siamo indipendenti. Vogliamo eccellenti rapporti con l’UE come con tutti gli altri paesi del mondo. Abbiamo una delle migliori economie nazionali e delle più aperte. Solo l’anno scorso, la Svizzera ha raggiunto, nonostante lo shock del franco e l’iniziativa sull’immigrazione di massa, il sesto rango in classifica in termini d’investimenti stranieri, progredendo di 32 posti! Dopo il Brexit, la possibilità di giungere a un accordo con l’UE sulla libera circolazione delle persone aumenta. Bruxelles non vuole adesso rischiare delle rotture ulteriori su un dossier emblematico. Se l’UE continua tuttavia a intestardirsi, dobbiamo essere pronti a un’applicazione unilaterale dell’articolo sull’immigrazione. L’immigrazione di massa galoppante nella scia della libera circolazione delle persone ha contribuito alla decisione in favore del Brexit. È difficile reprimere il desiderio dei cittadini di riprendere in mano la gestione delle migrazioni nei loro paesi, non soltanto in Svizzera, ma in tutta l’Europa.

Il Consiglio federale potrebbe anche seguire l’esempio dei Britannici. Loro osano addirittura levare le tende. Loro affossano centinaia di accordi e contratti. Gli Inglesi dovranno rinegoziare tutti i loro vecchi trattati di libero scambio, perché erano legati al mondo dalla loro adesione all’UE, principalmente per il tramite di Bruxelles.

Loro osano, in nome della loro libertà, compiere il passo, mentre che il Consiglio federale si dispera di fronte all’eventualità di mettere a rischio sei accordi bilaterali su oltre 200, la maggior parte nell’interesse dell’UE, a seguito di una decisione popolare. Il governo può ora dormire fra due guanciali, perlomeno per ciò che concerne l’accordo di ricerca «Horizon 2020». Questo accordo, tanto sbandierato, perde enormemente di valore con l’uscita delle università britanniche a seguito del Brexit. La Svizzera e l’Inghilterra hanno le migliori università in Europa.  Nessuno crede seriamente che l’UE possa permettersi il lusso di bandire queste università. Anche qui, la cosa si presenta bene. A condizione di volerlo.

Un mattino magnifico

Il consigliere federale Didier Burkhalter, una specie di Gianni il fortunato (La fortuna di Gianni, fiaba dei fratelli Grimm, N.d.T.) della politica estera, dà ora l’impressione di essere in preda a una gaiezza irresistibile. Noi interpretiamo questo come un buon segno. Il Neocastellano dovrebbe approfittare di questa occasione propizia e fermare immediatamente i negoziati sull’accordo-quadro con l’UE. Da otto anni, Bruxelles ci perseguita con la sua volontà di legare la Svizzera alle istituzioni dell’UE. Dovremmo riprendere il diritto comunitario futuro, accettare in caso di litigio dei giudici europei, incorrere in sanzioni in caso di non rispetto, versare ogni anno un tributo all’UE e accettare una commissione di sorveglianza dell’UE nel nostro paese. La Svizzera perderebbe ciò che la rende forte: la sua indipendenza. Queste brame possono essere respinte senza esitazione dopo il Brexit. Dopotutto, mica si sale a bordo di una nave che sta affondando.  Il pimpante capo della diplomazia di Burkhalter, de Watteville, potrà formularlo più elegantemente in quel di Bruxelles. La Svizzera o è indipendente o non lo è.

Che mattino magnifico dopo il Brexit.

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