E se rifiutassimo le stelle Michelin?

Lug 12 • L'opinione, Prima Pagina • 265 Views • Commenti disabilitati su E se rifiutassimo le stelle Michelin?

Eros N. Mellini

L’ennesima sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo emessa lo scorso 9 aprile contro la Svizzera, che aveva espulso un Kosovaro condannato per stupro, rende di nuovo attuale questo articolo che avevo pubblicato nel 2010.

Avevo un amico ristoratore di grande capacità a Lugano – una volta, ora è tornato nel Locarnese – il quale, contestando l’idoneità dei preposti all’esame e alla concessione dei riconoscimenti della pur prestigiosa guida gastronomica, aveva volontariamente rinunciato alla menzione nella stessa con una stella del suo ristorante. Non ricordo più bene le motivazioni addotte, che peraltro figuravano nella copia della lettera di rinuncia da lui incorniciata e appesa in bella vista su una parete del locale, ma il succo del discorso era condensabile in poche parole: “il mio ristorante è ottimo, indipendentemente dai riconoscimenti ufficiali – personalmente lo considero superiore a buona parte di quelli menzionati nella vostra guida – e quindi non vi dò il diritto di giudicarlo pubblicamente“. A me non risulta che, fintanto che il mio amico continuò la sua attività a Lugano, il suo locale avesse perso dei clienti o fosse stato in qualche modo penalizzato. La qualità era tale che registrava quasi ogni sera il “tutto esaurito”. Ciò nondimeno, un gesto del genere non era da tutti anzi, la maggior parte dei ristoratori – ancora oggi – difficilmente troverebbe il coraggio di emularlo.

Trasferiamo ora il discorso sul piano della politica. È una cosa su cui la Berna federale dovrebbe riflettere e trarre insegnamento. In politica, le varie guide “gastronomiche” sono costituite dalle convenzioni internazionali di diverso tipo che anche il nostro paese ha (purtroppo) sottoscritto o organizzazioni cui ha (sempre purtroppo) aderito.

Prendiamo ad esempio la Convenzione sui diritti dell’uomo. Per rispettare quanto di buono sta scritto in detta convenzione, mica c’è bisogno di sottoscriverla. Specialmente se, aderendovi, si riconosce automaticamente un diritto superiore, rispettivamente una corte straniera (nella fattispecie Strasburgo) legittimata a decidere quale istanza di ricorso su questioni assolutamente interne. Anche perché una iper-fantasiosa interpretazione ha esteso il ventaglio, da quello originale – e ragionevole – voluto dal legislatore (diritto alla vita, alla libertà, divieto della tortura, della schiavitù, ecc.) a tutta una gamma violazioni assurde quanto presunte, volte solo ed esclusivamente a salvaguardare i delinquenti che per primi hanno calpestato detti diritti nei confronti delle loro vittime. Dato che i diritti dell’uomo sono apparentemente gli unici ai quali non si contrappongono dei doveri, ci si trova di fronte all’assurdità del criminale che – dopo aver violato tutti i sacrosanti diritti delle vittime, ma anche della comunità – si appella ai suoi “diritti umani”. Che non sono quelli succitati di non essere torturato o messo in schiavitù o quant’altro, bensì di essere alloggiato comodamente, nutrito come Dio (il suo) comanda, e di godere in tutto e per tutto degli aiuti sociali di cui godono i cittadini onesti (ma chi glielo fa fare poi a quest’ultimi di rimanere tali?).

E ci arriva un buffone come Doudou Diène – incaricato speciale senegalese dell’ONU per le questioni di razzismo – a dirci che violiamo i diritti dell’uomo perché le carceri pretoriali di Bellinzona sono “disumane”. O Amnesty International che nel suo rapporto 2009 critica la Svizzera perché “Norme di legge restrittive hanno continuato a violare i diritti economici, sociali e culturali di richiedenti l’asilo e migranti irregolari, molti dei quali si sono trovati in condizioni di estrema povertà”.

Già, perché al loro paese – nel quale potevano anche restare – erano dei ricconi!

Per tornare al discorso iniziale, la Svizzera fa già tutto quanto è ragionevole – e purtroppo anche ben oltre – in materia di diritti dell’uomo. Praticamente tutto quanto sta nelle convenzioni, che quindi da parte nostra diventa superfluo sottoscrivere. Anzi, non solo superfluo bensì controproducente, perché così facendo si legittimano degli organismi estranei a mettere il becco nei nostri affari interni. Un po’ come se la guida gastronomica imponesse al nostro ristoratore la ricetta per la Béchamel o per la farcitura del tacchino. Se accettiamo la sua valutazione ha in qualche misura il diritto di farlo, ma se tagliamo i ponti e rinunciamo alla sua stella – come fece il mio amico ristoratore – le sue critiche potremo anche dirle dove mettersele.

Sarebbe perciò auspicabile – ma quando mai la nostra classe politica avrà il coraggio di farlo – che la Svizzera si togliesse da tutte quelle convenzioni e organizzazioni internazionali che, di fatto, non cambiano una situazione umanitaria esemplare e consolidata, ma che permettono agli Stati stranieri di trattarci a pesci in faccia, quando non addirittura di ricattarci. La Svizzera tornerebbe ad essere quel ristorante in cui il cliente va e torna per la qualità della cucina e del servizio, non perché qualche guida più o meno prestigiosa gli ha attribuito una stella o una forchetta.

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