E se finalmente cominciassimo a pensare a noi?

Dic 1 • L'editoriale, Prima Pagina • 157 Visite • Commenti disabilitati su E se finalmente cominciassimo a pensare a noi?

Eros N. Mellini

Il miliardo e trecentodue milioni che il Consiglio federale (spero vivamente non all’unanimità) ha deciso di promettere – per bocca di Doris Leuthard, fra baci, abbracci e, conoscendo l’individuo, verosimilmente anche qualche abbondante cicchetto di qualcuno dei nostri “schnaps” più alcoolici – al presidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker è non solo a dir poco scandaloso, ma sottolinea una volta di più il servilismo di una certa Berna federale (purtroppo la maggioranza) nei confronti dell’UE e di tutto quanto abbia un vago sapore di internazionale. Un servilismo e una pusillanimità nei confronti dell’UE da una parte, ma anche un’estrema arroganza verso il sovrano, il cui volere espresso più volte in votazione popolare è peraltro chiaro e non suscettibile di interpretazioni che lo mettano in dubbio. La maggioranza del popolo svizzero non vuole legarsi più dello strettissimo necessario all’UE e ancor meno è disposta a rinunciare ai valori nazionali di cui va a giusta ragione fiera: libertà, indipendenza, neutralità e autodeterminazione.

A tutto ciò si aggiunge anche, è innegabile, l’incapacità di governare e legiferare delle nostre attuali autorità, in un regime di democrazia diretta come il nostro. Non fosse che per la volontà – purtroppo ampiamente dimostrata negli ultimi decenni – di voler procedere testardamente sulla strada dell’internazionalismo a oltranza, nonostante le frequenti bocciature popolari subite a più riprese da questa linea politica. Una volontà sull’altare della quale non si esita a sacrificare la correttezza e la lealtà verso il paese che si è stati chiamati a servire, prima che a guidare.

Rifiuto di applicare delle iniziative popolari che, con l’approvazione di popolo e cantoni, sono diventate mandato costituzionale; tentativi di asservire la Svizzera ai diktat di un’Unione europea nella quale la Berna federale si avvia a essere ormai l’unica rimasta a credere (Brexit, crescente successo dei movimenti nazionali anti-UE negli Stati membri, stanno facendo traballare le fondamenta stesse dell’UE, ma noi si continua a darle un’importanza per certi versi ingiustificata).

E ora un ulteriore miliardo e (parecchi) rotti per la coesione. Ma, ancora peggio, la via dell’accordo-quadro – un trattato coloniale che ci renderebbe sudditi dell’UE – è sempre attuale. In effetti, voci a livello portineria, ma non per questo del tutto inaffidabili (anche le portinaie qualche volta ci azzeccano), dicono che il miliardo e trecentodue milioni siano il “piano B” del Consiglio federale, non avendo ancora pronto per la firma l’accordo-quadro. Facciamo un passo indietro: pare che Doris Leuthard avesse l’intenzione di coronare il suo anno presidenziale con la firma dello scellerato accordo (l’obiettivo era infatti la firma entro la fine del 2017). A questo proposito, Berna aveva invitato Jean-Claude Juncker a una cerimonia ufficiale per siglarlo in pompa magna. Sennonché, la paura della prevedibile bocciatura popolare del progetto, se non adeguatamente presentato con subdoli abbellimenti, ne ha ritardato l’iter parlamentare, con conseguente impossibilità di mantenere la scaletta concordata con Bruxelles. Poiché Juncker aveva fatto sapere che sarebbe venuto in Svizzera solo a condizione di non tornare a Bruxelles a mani vuote, ecco escogitato il “piano B”: tornerai a Bruxelles senza l’accordo, ma con un premio (e che premio!) di consolazione, un ulteriore versamento di coesione per il modico importo di 1,302 miliardi. Una decisione che, nel malaugurato caso ottenesse l’avallo del parlamento, si spera sarà quantomeno referendabile (dato l’importante ammontare e il referendum a suo tempo lanciato contro il primo miliardo nel 2006, sarebbe ancora più logico sottoporla al consenso popolare senza la necessità di raccogliere le firme, ma non bisogna sperare troppo dagli ottusi eurofili che ci ritroviamo nella capitale). Può anche darsi, ma sono molto scettico al riguardo, che i cittadini elvetici si lascino ancora una volta abbindolare dalla subdola propaganda governativa, ma avranno perlomeno deciso loro stessi di che male morire. Considerando poi l’attuale situazione economica e, in particolare, di quella delle istituzioni sociali le cui casse piangono per miliardi di franchi (un esempio fra tutti, l’AVS con la prospettiva di aumento dei prelievi salariali e dell’età di pensionamento), associata alla sempre più invisa tendenza allo sperpero di denaro pubblico a favore dell’estero, è molto probabile che il buonsenso popolare avrebbe fortunatamente la meglio sulla brama di prestigio internazionale dei pochi irresponsabili che attualmente ci governano. Sarebbe proprio ora di pensare esclusivamente a noi, almeno fintanto che sul tavolo ci sono i NOSTRI problemi, la cui soluzione necessita di ogni singolo franco messo a disposizione, non da Juncker e dalla sua combriccola di squinternati, bensì dai contribuenti svizzeri.

Oh, dimenticavo, qualcuno se la sta prendendo con Ignazio Cassis perché non preme, come promesso, il tasto “reset”. Ma il suo torto non sta nel non premere un tasto, bensì nell’aver promesso di farlo quando è chiaro che il parere di un singolo consigliere federale – quand’anche gli si conceda una, peraltro ingenua e tutta da dimostrare, buona fede – conta come il due di picche di fronte alla maggioranza di sinistra (PS, PLR e PPD) che conduce il gioco nell’Esecutivo nazionale. Semmai, il torto maggiore è di coloro che gli hanno creduto.

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