E i diritti dei nudisti, dove li mettiamo?

Nov 5 • L'editoriale, Prima Pagina • 420 Visite • Commenti disabilitati su E i diritti dei nudisti, dove li mettiamo?

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

In Ticino, stando a dichiarazioni delle autorità diffuse dalla stampa, il divieto di coprirsi il volto negli spazi pubblici sembra non aver creato problemi, salvo semmai quello di aver dato un’ingiustificata quanto esagerata eco all’azione e, di conseguenza, alle esternazioni di una singola provocatrice e dal suo “sponsor” finanziatore di multe. Un “quarto d’ora di gloria” che il buonsenso avrebbe consigliato di evitare di accordare, ma al quale diversi media hanno dato ampio, a mio avviso troppo, spazio. Per il resto, sembra che l’approccio giustamente “soft” adottato dalle nostre polizie – a Lugano un documento esplicativo redatto anche in arabo presentato a chi pescato in infrazione della legge – ha fatto sì che le nostre regole fossero accettate di relativo buon grado.

Anche gli albergatori – categoria che più paventava conseguenze finanziarie catastrofiche dovute a un presunto crollo della clientela musulmana  – non sembrano aver subito pesanti ripercussioni.

La cosa è rallegrante e fa ben sperare per l’accettazione dell’analoga iniziativa lanciata a livello federale.

Nel frattempo, però, negli altri cantoni ci si muove in una zona grigia, data l’assenza di una base legale ben definita, soprattutto con provvedimenti limitati a singoli settori.

È il caso del Canton San Gallo, nel quale il Gran Consiglio aveva deciso il divieto del velo islamico nelle scuole, incaricando il Consiglio di Stato di elaborare una base legale – dopo che il Tribunale federale, sempre felice di mettere i bastoni fra le ruote alle autorità politiche, quando si tratta di compiacere le rivendicazioni di stranieri o del diritto internazionale, aveva accettato il ricorso di un’alunna bosniaca di fede musulmana di St. Margrethen.

Il Consiglio di Stato ha così messo in consultazione una modifica di legge con la quale, di fatto, si revoca il mandato del Gran Consiglio. Non un divieto del velo nelle scuole, ma solo un obbligo fatto ad allieve e allievi “a vestirsi correttamente”, rinunciando a un abbigliamento che potrebbe intralciare l’insegnamento o mettere in pericolo la “pace scolastica”. Che cosa significa “vestirsi correttamente”? Il termine è libero a ogni interpretazione. Mentre per un Ebreo ortodosso può significare un completo nero, camicia bianca chiusa fino al’ultimo bottone e cappello nero, semmai sostituibile con la “kippah” (copricapo tradizionale a forma di papalina) nei mesi più caldi, per un alunno di ascendenze amazzoniche sarà sufficiente un perizoma di misura adeguata alle parti intime ancora in costante sviluppo (taglia da 1 a 3 = asilo, da 4 a 8 = elementari, da 9 a 15 = scuole medie, e così via)? E fra i due esempi citati, una miriade di abiti tradizionali, dal camicione bianco con merletti di San Gallo in uso in Africa occidentale al kimono giapponese? Se si pensa che in alcune scuole europee e non, vige l’uniforme scolastica e che fino ad alcuni decenni fa (non è preistoria) gli allievi dell’asilo e delle elementari dovevano indossare il grembiulino, la decisione del Consiglio di Stato sangallese non può non suscitare qualche perplessità.

Già nel 2010 – riporta il CdT – il Consiglio scolastico sangallese, presieduto dal capo del Dipartimento dell’educazione cantonale Stefan Kölliker (UDC), aveva raccomandato alle scuole di vietare nelle aule veli islamici e altri copricapi.

L’applicazione i questa raccomandazione era stata effettuata da una scuola di St. Margrethen nei confronti di un’alunna bosniaca di fede musulmana alla quale era stato vietato d’indossare a scuola l’hijab (velo che lascia scoperto il volto). Il Tribunale amministrativo cantonale sangallese aveva però contestato questa decisione, abolendo il divieto imposto dalla scuola. Le autorità scolastiche avevano ricorso al Tribunale federale contro questa sentenza, ma la massima corte ha pensato bene (e ti pareva?) di confermare l’apertura al velo islamico nelle scuole per “non violare la libertà di credo e di coscienza”.

Per il governo sangallese, la via proposta mira a favorire l’integrazione (quanta voglia d’integrarsi abbia poi una persona che vuole imporre le sue usanze nel territorio che la ospita, qualcuno dovrebbe spiegarmelo!). “Un divieto generale di coprirsi il viso potrebbe indurre talune donne a non più muoversi negli spazi pubblici”, scrive il Consiglio di Stato. Avrei due risposte:

 

  1. E chi se ne frega se alcune donne SCELGONO (perché è una loro scelta) di non più muoversi negli spazi pubblici?
  2. Se degli ospiti stranieri praticanti il nudismo integrale minacciassero di non più apparire negli spazi pubblici, prendereste altrettanto a cuore la loro integrazione?

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