Dove si collocano i limiti della tolleranza religiosa?

Apr 16 • L'opinione, Prima Pagina • 857 Views • Commenti disabilitati su Dove si collocano i limiti della tolleranza religiosa?

Rolando Burkhard

Rolando Burkhard

Papa Francesco bacia i piedi di immigranti islamici (mentre che in molti Stati islamici i cristiani sono perseguitati). Un prete cattolico permette di tenere delle lezioni coraniche in una chiesa cattolica (mentre che l’Islam caldeggia, sulla base del Corano,  la persecuzione – addirittura l’eliminazione – di chi professa una religione diversa). La direzione di una scuola accetta che degli allievi islamici, per ragioni religiose, rifiutino di stringere la mano alla loro insegnante (mentre che in certi paesi islamici alle ragazze non è nemmeno permesso frequentare la scuola).

 

Questi avvenimenti a Roma (Papa), Basilea (chiesa cattolica di San Giuseppe) e Therwil/BL (caso della stretta di mano nella scuola locale), suscitano domande. Domande sulle nostre attuali insulse chiacchiere riguardo alla multiculturalità e all’integrazione,  sull’imposizione dei nostri usi e costumi nel proprio paese.

 

Quando mi reco in un paese islamico, io rispetto gli usi e costumi locali e mi adeguo. Prima di entrare nella Hagia Sofia a Istanbul mi tolgo le scarpe, e se sono in Arabia Saudita non bevo alcool. Per educazione nei confronti del paese che mi ospita dove vigono altre regole, per rispetto verso le altre culture, e per timore che la non osservanza delle locali regole religiose mi causi delle gravi conseguenze.

 

Qui è tutt’altra cosa. Invece d’imporre rigorosamente le nostre regole, ci adeguiamo in sordina, passo dopo passo, agli usi e costumi cultural-religiosi di coloro che godono della nostra ospitalità. Togliamo i crocefissi dagli edifici pubblici. Accettiamo addirittura che il padre dei due allievi del caso “stretta di mano” di Therwil/BL continui a predicare in una moschea svizzera (e poi cosa, ancora?). Euforia integrativa e “multi culti” di stile svizzero.

 

Naturalmente, per noi il comportamento renitente alla stretta di mano per motivi religiosi di due allievi islamici, non costituisce un’emergenza nazionale. E nemmeno lo è il rifiuto da parte di scolare islamiche di partecipare a eventi scolastici (lezioni di nuoto, campi di vacanza, ecc.). O tutte le questioni inerenti al velo islamico, alla dissimulazione del volto, ai crocifissi, al burqa o ai minareti.

 

Inoltre, per la tranquillità nazionale (con riferimento al caso “stretta di mano”) perfino la consigliera federale Sommaruga trova la cosa sorprendente, “non è così che intende l’integrazione”. “Ben ruggito, leonessa!”, verrebbe da dirle. In realtà però, il suo “ruggito”  è piuttosto il forzato e sommesso “squittio” di un criceto. Perché di concreto non fa assolutamente niente: si rimane alla cultura del benvenuto e alle assurde chiacchiere sull’integrazione – portate avanti in modo lacrimevole ed euro-compatibile.

 

Il vero pericolo sta nel fatto che non si sa fino a che punto ci condurranno tutte queste piccole ma continue “tolleranti concessioni” fatte alle spalle del popolo. Fino al punto di farci rinunciare, passo dopo passo, alla nostra identità? “Integrazione” significa forse che noi Svizzeri dobbiamo piegarci alle regole cultural-religiose imposteci – con il pretesto di un presunto diritto all’asilo – da schiere  sempre più folte di immigranti islamici?

 

Intendiamoci, la mia critica è rivolta a noi stessi, alla nostra compiacente passività, alle nostre autorità, alle nostre chiese, e non all’Islam. Perché i suoi rappresentanti radicali, gli islamisti, fanno solo i loro interessi, conducono una guerra astuta, perseguendo un’inarrestabile avanzata dichiaratamente imperialista verso l’Europa. Mediante un’intimidazione (leggi terrorismo) mirata e pungente da una parte ma, dall’altra, soprattutto grazie alle ingenue illusioni di tolleranza multiculturale e alla rinuncia a qualsiasi difesa dei nostri valori occidentali cristiani da parte delle nostre autorità.

 

Quando ci sveglieremo, una buona volta ?

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