Doppia cittadinanza: un’inutile ambiguità

Set 22 • L'editoriale, Prima Pagina • 171 Visite • Commenti disabilitati su Doppia cittadinanza: un’inutile ambiguità

Eros N. Mellini

La decisione di Ignazio Cassis di rinunciare al passaporto italiano in vista della sua candidatura per l’elezione in Consiglio federale (se per Enrico IV Parigi valeva bene una messa, per un candidato al governo del paese la rinuncia al secondo passaporto non deve essere sembrata eccessiva al deputato ticinese), ha riacceso il dibattito sull’opportunità di avere più cittadinanze. Per un politico, per l’uomo (o donna) della strada, per l’atleta di punta, eccetera. Ma in quest’epoca di ipocrita buonismo e di politicamente corretto a oltranza, la questione “è opportuno o no che sia ammesso avere due o più passaporti?” viene subito travisata, o peggio, strumentalizzata per additare i contrari al pubblico ludibrio quali xenofobi, razzisti e chi più ne ha più ne metta.

Una questione di principio

Fino al 1992 – quando una decisione del solo Parlamento (il popolo non fu chiamato a votare) decise di ammettere la doppia o pluri-nazionalità – chi otteneva la cittadinanza svizzera doveva formalmente e ufficialmente rinunciare a quella precedente, e la cosa non aveva mai creato fastidi. Semmai, dava la sicurezza che, salvo qualche eccezione, il naturalizzando era motivato nella sua decisione da un genuino senso di amore e riconoscenza verso il paese che l’aveva ospitato e che lo ospitava. C’erano peraltro anche molti stranieri che, seppure domiciliati in Svizzera da diversi anni, privilegiavano la loro nazionalità e non chiedevano la cittadinanza elvetica. Posti di fronte a una chiara scelta, gli stranieri optavano per l’una o per l’altra alternativa e non per questo acquisivano o perdevano il giusto rispetto dovuto a chiunque risieda da noi comportandosi civilmente e onestamente. Perlomeno da parte degli altrettanto civili e onesti Svizzeri, purtroppo qualche becero xenofobo esisteva anche allora. Checché se ne dica, questo rispetto l’aveva anche la maggior parte di chi votò le varie iniziative Schwarzenbach, spinto a farlo (come me) non dalla xenofobia, bensì dalla preoccupazione di un eccessivo inforestieramento che si stava delineando. E a giusta ragione, se si pensa che ai tempi di Schwarzenbach la percentuale di stranieri in Svizzera era fra il 12 e il 14%, mentre oggi raggiunge quasi il 25%. Ma, per tornare al succo della questione, quella della pluri-nazionalità è una questione di principio: a servire due padroni era il goldoniano Arlecchino, personaggio della commedia dell’arte che non può certamente essere preso come referenza per giustificare le assurdità della vita reale.

Il valore del passaporto

Ciò che fa drizzare i capelli alla gente che, come quella della mia generazione, è cresciuta con un (giusto) sentimento di orgoglio nazionale, è che sempre più emerge nel dibattito – a livello d’osteria, ma pur sempre un dibattito – nei social media, la banalizzazione del passaporto che, dopotutto, non sarebbe altro che un “pezzo di carta”, ben altri sarebbero i valori importanti. L’uso del “benaltrismo” per sviare l’attenzione e sfuggire al bisogno di trovare argomenti – peraltro nella fattispecie inesistenti – con cui contrastare le posizioni dell’avversario, è purtroppo prassi comune a qualsiasi livello politico. E così, a furia di “ben altri” problemi da risolvere, ci troviamo oggi di fronte a un innegabile degrado del nostro livello di vita, a un calo di benessere e di sicurezza, in un’assurda quanto inspiegabile smania di livellarsi verso il basso, fino a (finalmente!) stare male anche noi come gli altri. Ma il passaporto non è un semplice pezzo di carta, bensì è la certificazione di appartenenza a un paese che dagli altri si distingue, pur condividendone parte di usi e costumi.

Non solo i politici…

Il bubbone, seppure covasse già fin dal 1992 con qualche reazione di tanto in tanto, è scoppiato con fragore alla notizia che Ignazio Cassis, e dopo di lui, Pierre Maudet, ambedue candidati al Consiglio federale, avevano la doppia cittadinanza. Orrore e vilipendio! Un consigliere federale non può avere due passaporti, è chiamato a rappresentare la Svizzera di fronte a paesi esteri fra i quali, un giorno o l’altro, può esserci anche il suo Stato d’origine… e allora, di chi difenderà gli interessi? Obiezioni più che giustificate, intendiamoci, ma perché limitarle ai membri del governo nazionale? Non sono forse nella stessa situazione i politici di tutti i livelli istituzionali (federale, cantonale, comunale), ma anche i funzionari del potere giudiziario, della polizia, dell’esercito, eccetera, eccetera? Giù, giù, fino all’uomo (o donna) qualunque. Un amico mi faceva recentemente notare che il doppio o multi-passaporto è una forma di discriminazione nei confronti di chi ne ha uno solo. E come dargli torto? Se l’opportunismo ha fatto scegliere questa alternativa, non è certo per tirarsi addosso gli eventuali svantaggi di una cittadinanza, bensì per approfittare di una legge assurda per trarre i massimi benefici da ambedue.

… e non solo conflitto armato …

Una perplessità – ma per i fautori della multi-nazionalità, comunque poco rilevante – è data dalla peraltro remota possibilità di trovarsi in un conflitto armato fra la Svizzera e il paese d’origine del ministro in questione. Da che parte starà? Ma è una visione riduttiva. Senza arrivare a spararsi addosso, quotidianamente i politici sono chiamati a difendere delle posizioni in contrasto con quelle di altri paesi: applicazione di misure nell’ambito della libera circolazione delle persone, accordi fiscali, scambio d’informazioni, eccetera. Tutti dossier di non minore importanza, sui quali non è ammissibile alcuna ambiguità. Anche se oggi, l’atteggiamento della Berna federale nei confronti dell’UE fa sospettare il contrario… ma chissà che ciò non sia da attribuire proprio alla malefica influenza dei doppi passaporti che imperversano ormai anche nella nostra “classe politique”?

Tornare indietro, purtroppo, è difficile

Purtroppo, è difficile tornare indietro, dato che in un’ipotetica votazione popolare, contro i pluri-cittadini direttamente interessati sommati ai disertori dell’urna, sarebbe difficile costituire una maggioranza. Ma perlomeno impedire che chi ricopre cariche istituzionali tenga il classico “piede in due scarpe” ha maggiori chance, quindi ben vengano delle iniziative, parlamentari o popolari che siano, andanti in questo senso. E non ci si lasci intimorire dallo scalpitare degli avversari: pretendere una sola nazionalità non significa xenofobia o ostilità verso chi detiene un altro passaporto, significa unicamente togliere il velo d’ambiguità dietro il quale si dissimula il più smaccato opportunismo.

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