“Don Giovanni” di Vick (non di Mozart)

Ott 17 • Sport e Cultura • 758 Visite • Commenti disabilitati su “Don Giovanni” di Vick (non di Mozart)

Spazio musicale

 

Sul “Don Giovanni” che ha inaugurato la stagione lirica 2014/2015 del Teatro Sociale di Como ho già riferito il 3 ottobre esprimendo, per quanto concerne la regia di Graham Vick, una opinione molto negativa. Quello spettacolo, sovrapponendo alla musica di Mozart una concezione teatrale che la urta in modo violento, ha conseguito inevitabilmente risultati artistici scadenti. Tuttavia non ci siamo trovati di fronte soltanto a un comportamento del regista che ignora la musica e la degrada a semplice e trascurabile accompagnamento per le sue idee (un inconveniente purtroppo normale nei nostri tempi), in altre parole non ci siamo trovati di fronte soltanto a una di quelle storture che un lettore della rivista inglese “Opera” ha chiamato “insulto all’intelligenza dello spettatore”. Il lavoro del Vick pone anche – per questo torno sull’argomento – un problema morale ed educativo.

Infatti nel “Don Giovanni” in questione la perversione sessuale è stata portata, su quasi tutto l’arco dello spettacolo, a un punto estremo. Pareva che in palcoscenico agissero, non uomini, ma bestie in preda agli istinti. Nei personaggi il senso del decoro era completamente assente. È facile immaginare l’effetto fortemente diseducativo di esibizioni simili sulle nuove generazioni. In una anteprima sembra che questi abbiano espresso il loro compiacimento: un fatto non rallegrante, come si è tentato di far credere, bensì a dir poco preoccupante. C’è da domandarsi se registi come il Vick si propongano fini artistici oppure mirino a distruggere la società civile e i suoi valori.

Non è difficile prevedere una serie di obbiezioni. Si dirà che questo tipo di teatro riflette la società moderna. Se non piace la colpa sarebbe, non dell’artista, ma della società. Ora è vero che nei nostri tempi si manifestano evoluzioni tali da impensierire fortemente, ma le perversioni messe in scena dal Vick vanno molto oltre il punto al quale si è giunti nella vita corrente. Esse non riflettono la società, ma ne moltiplicano ed esasperano le tendenze negative, contribuendo a renderle ancora più rapide e devastanti (mentre si sarebbe in diritto di aspettare, semmai, un contributo a correggerle).

Si dirà anche che il teatro d’opera ha bisogno di essere rinnovato e che occorre togliere la polvere lasciata dai secoli. Ma i capolavori artistici non hanno bisogno di rinnovamento (a nessuno viene in mente di sostituire certi versi della “Divina Commedia” o di modificare l’abbigliamento di un personaggio di Raffaello allo scopo di renderli più attraenti per la gente d’oggi). Le opere d’arte di grande valore posseggono una forza che convince coloro i quali vi si accostano anche se presentano ambienti o costumi non più in uso. Anzi, una parte notevole degli spettatori non vuole vedere in palcoscenico ciò che vede quotidianamente. Una serata in un teatro viene concepita piuttosto come una porzione ideale della vita, staccata dalle cose e dai problemi di tutti i giorni. Il pubblico ottocentesco non gradiva “La traviata” collocata in un ambiente contemporaneo, anche se la vicenda lo era. Secondo chi scrive il teatro d’opera va promosso creando melodrammi validi su libretti nuovi e con musiche nuove, non stravolgendo quelli ereditati dal passato. Se per mantenerlo in vita sono necessarie regie come quella del Vick a Como, allora è preferibile che muoia.

Il problema è che molti compositori del nostro tempo, orgogliosamente impegnati in intellettualismi ed elucubrazioni filosofiche, creano opere che il pubblico non gradisce. Di conseguenza i registi, ai quali non piace presentare il loro lavoro a sale semivuote, preferiscono attaccarsi a melodrammi d’altre epoche. In sostanza, in questo campo, il passato viene utilizzato per trascinare certi aspetti del presente. Si può dire che il mondo contemporaneo assume un comportamento parassitario.

Da ultimo verrà sollevata la questione della libertà degli artisti. Ora gli artisti non devono essere presuntuosi. Le regole morali e della decenza valgono per loro come per tutti. Che   la libertà assoluta porti alla creazione di un maggior numero di capolavori è tesi tutta da dimostrare. In ogni caso in passato, nell’ambito del melodramma, nacquero numerose opere di alto valore a dispetto di mille costrizioni: pigrizia dei librettisti, esigenze degli impresari o degli editori, censura, capricci dei cantanti, rivalità tra compositori, pregiudizi e faziosità di parte del pubblico.

Grandi spettacoli di balletto in arrivo

Tanto nel campo dell’opera quanto in quello del balletto un modo efficace per stimolare l’interesse del pubblico senza dover effettuare continuamente nuovi allestimenti (che costano) consiste nel cambiare gli interpreti. Spesso la presenza di nuovi cantanti rispettivamente ballerini porta aria fresca in uno spettacolo, anche se regia, coreografia, scene e costumi rimangono i medesimi. La Scala, almeno per quanto concerne la danza, applica intelligentemente il principio. Così, per le dodici rappresentazioni di “Romeo e Giulietta” di MacMillan nel mese corrente allinea una schiera numerosa di interpreti. Nella parte di Giulietta danzano le scaligere Marta Romagna, Nicoletta Manni e Vittoria Valerio, alle quali si aggiungono tre tra le ballerine più celebrate del momento sul piano internazionale: Alina Somova, Marianela Nuñez e Natalia Osipova. Tutti “locali” sono invece i ballerini: Roberto Bolle, Massimo Murru, Claudio Coviello, Gabriele Corrado, Marco Agostino e Angelo Greco. Verrebbe voglia di vederle tutte, queste dodici rappresentazioni ma, evidentemente, occorre scegliere. Sul podio c’è Zhang Xian. Scrive l’Ufficio stampa del teatro:
“La presenza di Zhang Xian prosegue l’intento di dare il giusto risalto, con bacchette di pregio, al tessuto musicale delle produzioni di balletto, strategia che nel corso della nuova stagione vedrà la collaborazione con altri musicisti affermati in diversi titoli di balletto in programma.” Un impegno di cui prendo atto con molta soddisfazione.

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Notizie importanti giungono anche da Zurigo, dove va in scena (con repliche in novembre, dicembre e gennaio) “Anna Karenina” con la coreografia di Christian Spuck, direttore del Ballett Zürich, su musiche di Witold Lutoslawski, Sergej Rachmaninow e altri. Il trasferimento nella danza, effettuato da uno dei coreografi più apprezzati del momento, il quale ha già al suo attivo parecchi validi balletti a serata intera, di un grande capolavoro della letteratura russa costituisce un avvenimento rilevante, che non mancherà di richiamare l’attenzione della critica e del pubblico, sia quello zurighese (nella città della Limmat la danza conta tantissimi amici, come dimostra la frequenza molto alta a ogni rappresentazione), sia quello nazionale e internazionale. Cito, traducendolo dal tedesco, un passaggio del programma della stagione dell’Opernhaus: “Nel suo nuovo balletto Christian Spuck affronta le grandi esigenze poste dalla struttura del romanzo. In ciò il direttore della compagnia zurighese si interessa non soltanto del destino della protagonista, ma anche della modernità nella caratterizzazione dei personaggi da parte di Tolstoi.”

 

Carlo Rezzonico

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