Diritti sì, ma i doveri?

Dic 15 • L'editoriale, Prima Pagina • 379 Views • Commenti disabilitati su Diritti sì, ma i doveri?

Eros N. Mellini

A mio avviso, i diritti dell’uomo – già presenti in qualche modo nell’antichità e ripresi in varia misura dalla dichiarazione d’indipendenza degli Stati uniti d’America, dalla rivoluzione francese, e infine dall’ONU nel 1948 – non avrebbero bisogno di dichiarazioni roboanti sottoscritte in pompa magna da nazioni che si ritengono civili e moderne. In ogni caso non i diritti fondamentali, quali quello di non essere perseguitati, torturati o emarginati a causa delle proprie idee politiche o credo religioso, il diritto alla vita e alla libertà, eccetera, peraltro già iscritti, per ciò che ci riguarda, nella Costituzione federale.

Il diritti che la nostra Costituzione definisce fondamentali sono indiscutibili, e non sono quelli a darmi fastidio. È invece estremamente discutibile l’assurda quanto esagerata estensione concessa negli anni a questi diritti umani, al punto che, in loro nome, sempre più si esigono prestazioni che non hanno più tanto a che vedere con la salvaguardia della vita, rispettivamente della dignità umana, quanto piuttosto con la garanzia a chi immigra nel nostro paese, al motto “tutto e subito”, di un comfort che gli autoctoni hanno creato e ottenuto in secoli di sforzi delle passate generazioni. Un benessere meritato non solo per l’impegno e il lavoro di una vita, bensì anche e soprattutto per aver sempre contrapposto ai propri diritti altrettanti doveri (rispetto delle leggi e dell’altrui proprietà, pagamento delle imposte, servizio militare, tanto per dirne qualcuno).

La differenza fra la Costituzione – che il sovrano, nel nostro caso popolo e cantoni, subordinatamente il Parlamento liberamente eletto decide – e le dichiarazioni pomposamente elaborate da organizzazioni internazionali che la nostra neutralità dovrebbe peraltro renderci aliene (ONU in primis), sta nel fatto che la prima ha giurisdizione unicamente sul nostro territorio e può essere da noi applicata tranquillamente in quanto rispecchia (di solito) il volere popolare, mentre le seconde, perlopiù miranti a far adottare certe regole a paesi nei quali i diritti sono piuttosto latitanti, ci impongono l’adozione di misure che, sebbene auspicabili in detti paesi, da noi risultano nocive e controproducenti. Un esempio: un trattamento carcerario che, fintanto che applicato alla popolazione indigena, nessuno si sogna di contestare, viene tacciato di “disumano” da parte di esponenti di dette organizzazioni quando applicato a criminali stranieri. Esponenti provenienti da paesi nei quali gli stessi parametri vigenti da noi non sarebbero adottati per valutare delle carceri, bensì per giustificare la candidatura a qualche stella Michelin. Per secoli, le celle di rigore delle nostre caserme (formato 4x2m) hanno ospitato per tre, cinque o dieci giorni le nostre reclute più recalcitranti. Letture a disposizione: Bibbia e Libro del soldato; bisognini sotto l’occhio vigile di una guardia munita di fucile (scarico) e per cibo l’usuale sbobba. E nessuno aveva da ridire, hai fatto lo scemo e la paghi.

Oggi, per contro, il criminale (quello vero, non quello che aveva rifiutato un ordine, magari anche stupido, di un superiore) ha “diritto” al cibo kosher, all’attività sessuale settimanale, all’accesso a Internet, ai contatti con l’esterno. Diritti, diritti, diritti… A quando una dichiarazione dei DOVERI dell’uomo?

Il dovere di prolificare con giudizio, per esempio: è assurdo che si mettano al mondo dei figli che già si sa che non si potranno mantenere e che quindi andranno a carico dello Stato con, naturalmente, tutti i loro diritti dell’uomo. La Confederazione mette in guardia anzi, spaventa i buoni cittadini svizzeri: guarda che un figlio Ti costerà, dalla nascita sino al termine degli studi superiori, fra gli 800’000 e il milione di franchi. E la buona famiglia svizzera, preoccupata, mette al mondo uno, al massimo due figli. Poi ti arriva l’immigrante (illegale, per di più) di turno, secondo la cui cultura ogni figlio è un “bastone per la vecchiaia” e, al motto “sette figli in sette anni”, ti scodella abbastanza prole da mantenere – senza lavorare e a suon di sussidi federali, cantonali e comunali – confortevolmente tutta la famiglia. Già, ma lui ha “diritto”…

E gli pseudo-benpensanti buonisti – ve ne lascio indovinare l’appartenenza politica – vengono a dirci che gli immigranti sono i salvatori delle nostre istituzioni sociali, perché gli Svizzeri prolificano troppo poco e non assicurano il ricambio generazionale.

In fondo però, a pensarci bene, tutti questi diritti sono frutto dell’inosservanza di un unico dovere: quello di non rompere le scatole al prossimo. Ma che venga osservato da chi si crogiola in una situazione in cui tutto gli è dovuto… è troppo sperare!

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