Difendiamo (anche) gli antisvizzeri

Lug 26 • L'editoriale • 2314 Visite • Commenti disabilitati su Difendiamo (anche) gli antisvizzeri

Eros N. Mellini

Eros N. Mellini

Il prossimo 22 settembre andremo a votare su, fra gli altri temi, l’iniziativa del Gruppo per una Svizzera senza esercito “Sì all’abolizione del servizio militare obbligatorio”. È l’ennesima iniziativa di questo gruppo di antisvizzeri, nemici giurati delle tradizioni e dei valori che fino a pochi decenni fa avevano portato il nostro paese a essere il modello invidiato e difficilmente emulabile in tutto il resto del mondo.  Fino a pochi decenni fa, ossia prima della pericolosa deriva a sinistra imboccata dalla Berna federale non tanto per merito dei socialisti, quanto per demerito dei partiti borghesi che non hanno saputo resistervi o, peggio, hanno appoggiato detta deriva con colpevole consapevolezza.

Nel 1986 l’iniziativa “Per una Svizzera senza esercito e per una politica globale di pace”, bocciata dal popolo nel 1989 con il 64,4% dei voti. Nel 1992, quella “Per una Svizzera senza nuovi aviogetti da combattimento” che, essendo mirata solo all’acquisto degli aerei da combattimento e non contro il principio dell’esercito di milizia, ebbe un successo migliore, ma che ciò nondimeno venne bocciata nel 1993 dal 57,1% del popolo votante. Nel 1999 fu la volta dell’iniziativa “Per una politica di sicurezza credibile e una Svizzera senza esercito”, bocciata nel 2001 con il 78,1% dei voti, e “Per un servizio civile volontario per la pace”, altrettanto bocciata nel 2001 dal 76,8% dei votanti.

Nel 2009, il GSsE provò poi, con l’iniziativa “Per la protezione dalla violenza perpetrata con le armi”, a far togliere la custodia dell’arma d’ordinanza al cittadino-soldato, rimediando anche qui una sonora sconfitta con il 56,3% di NO.

Una serie allucinante di fiaschi che avrebbe demoralizzato chiunque fosse dotato di un minimo di dignità e di amor proprio ma che, apparentemente, non ha scalfito minimamente l’arroganza di questo gruppuscolo insofferente ai doveri – ma peraltro molto propenso a rivendicare i “diritti” di non sottostare ai doveri – che la Costituzione ci impone.

Visto che – tutto sommato, anche loro alla decima fetta si sono accorti che si tratta di polenta – in tutti questi anni il popolo svizzero ha dimostrato a più riprese di voler mantenere l’esercito di milizia, le iniziative del GSsE si sono fatte più mirate: non più il salame intero, notoriamente indigesto, ma una fetta alla volta, tattica peraltro purtroppo spesso adottata anche dalle nostre autorità federali. Una volta no agli aviogetti, l’altra sì a un servizio civile in sostituzione di quello militare, un’altra ancora via le armi dalle mani del cittadino-soldato parificato per l’occasione a un potenziale delinquente, e adesso basta con l’obbligatorietà del servizio militare. L’obiettivo finale però rimane il salame intero, ossia l’abolizione dell’esercito!

Purtroppo, questo continuare a battere il chiodo ha già ottenuto l’effetto di far cedere la Berna federale a maggioranza sinistroide su diversi fronti: budget del Dipartimento militare in perenne diminuzione, riduzione degli effettivi, libera scelta di sostituire il servizio militare con quello civile, irrisoria facilità per il milite di farsi scartare dall’esercito, eccetera. Il tutto, nell’illusoria convinzione che oggi la guerra si faccia in altri modi ai quali il nostro esercito sarebbe ormai alieno ma, soprattutto, facendo leva sul fatto che alla popolazione faccia sempre meno piacere essere coinvolta personalmente nelle faccende militari.

Tutto questo ignora totalmente – e forse volutamente – alcuni fattori che rendono il nostro esercito e la sua formazione continua un elemento essenziale della nostra libertà, oltre che della nostra coesione nazionale.

Primo, una guerra può essere sì portata avanti con mezzi elettronici, droni e altri mezzi d’aggressione non necessitanti di militi sul posto a rischiare la pelle, la “intelligence” (come oggi amiamo esoticamente chiamare i servizi segreti d’informazione) è senz’altro decisiva nell’andamento dei conflitti, ma a tutto questo deve far seguito una fase d’occupazione, altrimenti a quale scopo si scatenerebbe una guerra (evitatemi, per favore, i patetici motivi altamente morali di democratizzazione o liberazione di popoli oppressi, addotti generalmente dagli Americani per giustificare la ben più prosaica tutela dei propri interessi)? E combattere questa occupazione può e sempre potrà farlo unicamente un esercito tradizionale o comunque una milizia che organizzi in loco delle azioni di guerriglia.

In secondo luogo, l’esperienza insegna (vedi Corea o Vietnam) che laddove il cittadino sia motivato a combattere per la propria libertà e i propri diritti fondamentali, non c’è grande potenza che tenga, è destinato a vincere. A meno che si ricorra a mezzi estremi quali la bomba atomica, che però lascia comunque anche al vincitore un territorio inutilizzabile per anni e anni, togliendogli quindi lo scopo dell’intera operazione.

Terzo fattore, ma non ultimo, la coesione nazionale. Il servizio militare è fonte di legami molto forti fra i singoli cittadini, al di là delle barriere culturali e linguistiche. Un Ticinese, un Romando e uno Svizzero tedesco che s’incontrano, immancabilmente si trovano entro breve tempo a parlare di servizio militare -magari per dirne peste e corna, perché non tutti l’hanno fatto volentieri – perché è un fattore che li accomuna. E, a prescindere dall’utilità o dalla ragionevolezza di certe esercitazioni, è in loro radicata la convinzione di contribuire – seppure con la speranza che non divenga mai necessario – alla difesa della propria casa, della propria famiglia, del proprio paese. E, purtroppo, anche di quel GSsE che personalmente non giudico così meritevole di tutela. Ma, ripensandoci, forse sbaglio: loro non meritano certamente di essere difesi, ma il principio democratico che dà loro (anche a loro, purtroppo) il diritto di esprimersi sì, quello va salvaguardato contro tutto e contro tutti. Innanzitutto votando NO il 22 settembre alla loro sciagurata iniziativa.

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