Denève e Vogt ai Concerti d’autunno

Nov 28 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 790 Visite • Commenti disabilitati su Denève e Vogt ai Concerti d’autunno

Spazio musicale

Dopo un inizio dedicato all’ouverture “Der Beherrscher der Geister” di Weber, eseguita con tutti i fremiti segreti e gli ardori romantici di cui è ricca, il concerto d’autunno del 13 novembre al Palazzo dei congressi di Lugano ha offerto la quinta sinfonia di Mendelssohn, detta “La Riforma”. Il direttore Stéphane Denève e l’Orchestra della Svizzera italiana ne hanno dato una interpretazione degna di grande elogio. Importante è il fatto che hanno saputo mantenere uno spirito religioso anche dove Mendelssohn sembra essersene allontanato, ad esempio nei momenti più impetuosi del primo tempo oppure nel passaggio dell’ultimo tempo in cui la musica si amplifica a dismisura e gonfia romanticamente, contraddicendone il senso, il motivo del corale. L’acume del Denève e la bravura dell’orchestra hanno reso attraente ogni episodio della sinfonia. Ne cito due. Il breve “andante” che precede il “Corale” comincia con una melodia dei primi violini carezzevole, un poco manierata, che si presta a sbavature sentimentali, ma l’altra sera a Lugano non ho avvertito alcun cedimento del genere, anzi il profilo melodico è stato delineato con così tanta cura e così tanta finezza da farne una ammirevole espressione di pace interiore e fede. Nel finale della sinfonia – questo è il secondo episodio di cui dicevo – la fusione degli strumenti, la qualità dell’impasto sonoro che è risultato e soprattutto l’intenso respiro musicale ne hanno fatto uno splendido suggello a una interpretazione di gran classe.

Il secondo concerto per pianoforte e orchestra di Brahms, con Lars Vogt come solista, ha sostituito il concerto di Schumann in quanto Piotr Anderszewski, che avrebbe dovuto eseguirlo, è stato vittima di un infortunio. Questa composizione pone non pochi problemi agli interpreti. Ad esempio il primo tempo, incostante nello stile e nei valori, manifesta subito un punto debole: prende avvio con un motivo del corno che ispira tranquillità agreste e al quale risponde una deliziosa figurazione ascendente del pianoforte, ma subito dopo lo strumento solista cambia decisamente registro con una cadenza impetuosa e drammatica, finita la quale tutta l’orchestra riprende il motivo iniziale, non più però per esprimere un pacato senso della natura, ma per una grande perorazione trionfale. Coerenza, unità e continuità mancano. Il Vogt ha affrontato l’impervia partitura con una tecnica ferrea, grande energia ed esclusione di ogni abbandono sentimentale. La sua è stata una lettura asciutta, ossuta ed essenziale. Una scelta interpretativa degna di rispetto, che il pubblico ha apprezzato.

“La forza del destino” a Parma

Il libretto della “Forza del destino” include episodi di carattere opposto. Viene pertanto giudicato da taluni incoerente e di cattiva qualità. Poiché però l’opera costituisce innegabilmente un capolavoro si mette in avanti la solita spiegazione: il testo è scadente però Verdi, con la potenza del suo genio, ha creato una musica che riscatta tutto.

Le cose stanno davvero così? Nell’umanità esistono persone miranti a grandi ideali e persone semplici e inclini al buonumore, persone coinvolte in avvenimenti drammatici e persone alle quali arride una sorte favorevole, nobili di alto lignaggio e umili popolani. Non vedo per quale motivo uno spettacolo non possa abbracciare in tutta la sua ampiezza questa gamma di persone, situazioni e vicende. Non mancano precedenti alla “Forza del destino”, primo fra tutti il “Don Giovanni” di Mozart, unanimemente riconosciuto come un grande capolavoro, sia per il libretto sia per la musica. L’accostamento di personaggi ed episodi contrastanti è ancora più audace in quanto l’opera passa disinvoltamente dal buffo al tragico. Inoltre, mentre nel melodramma verdiano dramma e comicità sono solitamente separati con un taglio netto e ogni personaggio appartiene all’uno o all’altro campo, in quello di Mozart avviene una compenetrazione: ad esempio la scena del catalogo è al tempo stesso comica (pensando a Leporello) e drammatica (pensando ad Elvira) mentre quella del cimitero è terribile (in quanto fa presagire avvenimenti soprannaturali sconvolgenti) ed esilarante (per la tremarella di Leporello). Insomma, tanto in una contrapposizione a blocchi come in Verdi quanto in una fusione di più elementi come in Mozart ci troviamo di fronte a lavori teatrali che, rispondendo alla molteplicità dei tipi umani e ai diversi aspetti della vita, hanno una piena giustificazione e non possono essere tacciati di incoerenza.

Dunque grande varietà di materia nella “Forza del destino”, che assume pertanto il carattere di un’opera estremamente ricca di aspetti e colori. E allora che cosa ha fatto Stefano Poda, autore della regia, delle scene, dei costumi e delle luci per l’edizione rappresentata al Teatro Regio di Parma nell’ambito del Festival Verdi 2014? Ha portato sul palcoscenico elementi architettonici enormi, geometrici, massicci e invariabilmente cinerei, tenuto gran parte dell’opera al buio o quasi, creato costumi neri (unica eccezione, bontà sua, un po’ di rosso per Preziosilla), irrigidito i personaggi in una regia molto statica (perfino Fra Melitone è stato un predicatore compassato), sortendone uno spettacolo tutto scuro, opprimente, sepolcrale, monotono e noioso. Il che ha in parte contagiato l’orchestra, diretta da Jader Bignamini, che ha svolto un lavoro accurato, però troppo discreto e a volte grigio.

In palcoscenico Virginia Tola (Leonora) ha cantato con impegno e buoni risultati, nonostante una certa scarsità di volume (e il regista, tenendo generalmente il personaggio piuttosto lontano dal proscenio, non ha fatto che rendere più evidente il difetto). Chiara Amarù è stata una Preziosilla abbastanza credibile. Sul versante maschile bravi Simon Lim (marchese), Michele Pertusi (padre guardiano) e Andrea Giovannini (Trabuco), bravissimi Roberto de Candia (Melitone), Luca Salsi (Don Carlo) e Roberto Aronica (Alvaro). Grazie alle eccellenti prestazioni degli ultimi due i duetti tenore/baritono, così importanti in quest’opera, sono risultati (musicalmente) di grande rilievo.

Musica nel Mendrisiotto

I programmi dell’Associazione Musica nel Mendrisiotto si distinguono, non soltanto per le composizioni presentate, spesso particolari e raramente eseguite, ma anche, molte volte, per l’orario (la domenica mattina alle 10.30) e l’abbinamento a degustazioni di vini prodotti da aziende della regione, a turno, permettendo così al pubblico di scambiare opinioni, anche con gli artisti, in merito al concerto appena ascoltato. È una formula felice, che incontra successo. Segnalo volentieri l’ultima manifestazione del 2014, che si svolgerà il 7 dicembre nella Sala Musica nel Mendrisiotto (presso Museo d’arte) a Mendrisio. Sarà dedicata a lavori per pianoforte a quattro mani: la Fantasia in fa minore op.103 D.940 di Schubert (“è considerata da alcuni commentatori come l’opera più riuscita mai concepita per pianoforte a quattro mani”, si legge sul programma) e Otto danze ungheresi (dal Primo e Secondo libro) di Brahms. Suoneranno Sergio Marchegiani e Marco Schiavo. A chi ci andrà “buon ascolto” e “salute!”.

Carlo Rezzonico

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