Il divieto dei minareti deciso nell’urna e la crescente richiesta di un divieto del burqa documenta chiaramente la posizione della Svizzera: i musulmani che vogliono vivere permanentemente in Svizzera devono adeguarsi al vigente e democraticamente deciso diritto svizzero. Contro ciò scende ora in campo il Consiglio d’Europa, in origine un organo destinato al consolidamento della libertà e della democrazia. Contro la democrazia Che la popolazione svizzera pretenda dagli immigranti il rispetto del diritto svizzero, porta gli stessi deputati svizzeri al Consiglio d’Europa (che hanno creduto, assieme ai rappresentanti di altri Stati, di dover condannare il divieto dei minareti democraticamente deciso dal popolo) a schierarsi contro il loro paese. Eppure, la pretesa d’integrazione – legittima sotto tutti gli aspetti – della popolazione svizzera all’indirizzo degli immigranti è originata soltanto dalla estremamente veloce immigrazione islamica che le autorità hanno permesso: se nel 1970 si contavano in Svizzera solo 16‘000 musulmani, il loro numero è stimato oggi fra i 400’000 e i 500‘000 (il censimento del 2010 ci darà la cifra esatta), una crescita sicuramente oltre il 2’500% in soli quarant’anni. Di fronte a simili cifre, scuse come quella secondo cui di donne che indossano il burqa da noi se ne vedono “ancora poche” suonano ridicole. E anche che di minareti ce ne sono “solo quattro”. Provocazioni Sono soprattutto le organizzazioni musulmane locali a creare la provocazione: il principio dell’ancoraggio nella Costituzione del divieto dei minareti – deciso peraltro democraticamente – è contestato all’estero. Scopo di questo intervento: gli Svizzeri non devono più avere voce in capitolo in Svizzera. E il Consiglio d’Europa, addirittura con la partecipazione svizzera, si rende complice di questa mirata interferenza. Per settembre gli Islamici stanno preparando una grande dimostrazione di portatrici del burqa, quindi una dimostrazione della repressione femminile. Già non si capisce perché la manifestazione non dovrebbe essere proibita appellandosi al divieto di prendere parte mascherati a dimostrazioni, dato che nessuno è in grado di sapere chi e cosa si possa nascondere sotto i burqa delle dimostranti. Né i minareti né i burqa hanno alcunché a che vedere con la religione. Ambedue sono meri simboli di potere politico. La dimostrazione è chiaramente a favore del rifiuto d’integrarsi. Inoltre, i musulmani pretendono che si conceda loro una trasmissione „Wort zum Freitag“ (la parola del venerdì) della televisione svizzero-tedesca. Il venerdì, perché è noto che la preghiera del venerdì serve anche a diffondere l’agitazione politica. In Iraq e in Iran è visibile in tutto il mondo. E pretendono anche dei cimiteri musulmani, dai quali bisognerebbe togliere dapprima i morti cristiani considerati “impuri”. Il Consiglio centrale islamico si presenta provocatoriamente come organizzazione al fronte. E altre organizzazioni presunte moderate avanzano. Prevenire è meglio che guarire Tuttavia non è opportuno rispondere con reazioni esagerate a queste provocazioni. Ma nemmeno ci si può permettere d’ignorare la strategia del rifiuto dell’integrazione che sta dietro ad esse. Laddove gli immigranti si chiudono all’integrazione, è l’inizio della conquista. La conquista dall’interno. Prevenire è meglio che guarire.
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