Il programma dei Concerti dell’Auditorio (nuova designazione per quelli che fino all’anno scorso si chiamavano Concerti pubblici) contiene un interessante e vivace saggio di Marcello Sorce Keller sulla musica americana, alla quale la stagione attualmente in corso è dedicata. L’autore ne sottolinea senza esitazione l’importanza: “Esse (le Americhe) furono il luogo d’origine e di irradiazione di una serie di sincretismi culturali, una vera reazione a catena che, raggiunta una massa critica e non più contenibile geograficamente, produsse una deflagrazione le cui onde d’urto letteralmente cambiarono – e a questo punto sembra di potere dire anche ‘definitivamente’ – il profilo sonoro del nostro pianeta.” C’è forse un po’ di esagerazione in queste parole, tuttavia non si può negare che il contributo della musica d’oltre Oceano alla produzione europea sia stato nel ventesimo secolo più consistente di quanto si pensi normalmente. Pertanto il testo del Sorce Keller, che ristabilisce opportunamente un certo equilibrio in questo campo, con un linguaggio fluido e facilmente comprensibile, meritava una segnalazione.
Il primo concerto al quale ho assistito è stato quello del 15 gennaio. L’Orchestra della Svizzera italiana, diretta da Alain Lombard, e Johann Sebastian Paetsch, prima parte dell’orchestra stessa, però per l’occasione in veste di solista, hanno eseguito il Concerto per violoncello e orchestra di Schumann. Il Paetsch si è distinto per un discorso musicale delicato e sensibile, riscuotendo vivi applausi da parte del pubblico. Dopo la pausa è stata la volta della prima sinfonia di Schumann, una composizione eseguita piuttosto raramente, alla quale dedico pertanto qualche riga. Nel primo tempo c’è parecchia enfasi. Nuoce anche una eccessiva insistenza sulla medesima formula ritmica. Ma gli slanci sinceri e la pulsazione incalzante della musica finiscono per trascinare l’ascoltatore. Una tranquilla ma intensa vita interiore si stende nel “larghetto”, dove il dolce patrimonio melodico viene continuamente integrato da accompagnamenti straordinariamente ricchi. Non altrettanto convincente è lo scherzo, in cui scarseggiano agilità e mordente, anche se non manca una certa primaverile freschezza. Primaverile freschezza che si ritrova, in maggior copia e con esiti artistici assai migliori, nel tempo finale, che è un delizioso pullulare di sussurri e fremiti gioiosi. L’esecuzione del Lombard e dell’orchestra è stata complessivamente lodevole.
Il concerto del 22 gennaio si è aperto con un curioso lavoro per pianoforte e orchestra dell’americano Michael Daugherty avente vari riferimenti alla ferrovia e intitolato “Deus Ex Machina”. A una parte iniziale in cui furoreggiano ritmi indiavolati e strane combinazioni timbriche, però in modo dispersivo e non senza una certa ingenuità descrittiva, fa seguito una sezione centrale pacata, con volute e spunti melodici di un certo pregio, in una toccante espressione di amarezza e sconforto. Nel terzo episodio tornano in primo piano i ritmi, qui però con un piglio compatto e stringato. In generale si può dire che la composizione, fatta eccezione per l’esordio, ha convinto e il pubblico non ha mancato di manifestare il suo apprezzamento con applausi intensi. Applausi destinati peraltro anche agli interpreti: il direttore Slobodeniouk, l’Orchestra della Svizzera italiana e soprattutto il pianista Emanuele Arciuli che, alle prese con una musica evidentemente congeniale, ne ha dato una lettura ammirevole sotto tutti i punti di vista (le figurazioni rapide e incisive della partitura sono uscite dalle sue mani con contorni di insuperabile nettezza).
Dopo il Concerto in re minore per orchestra d’archi “Basle” di Stravinskij, eseguito in modo terso e preciso dalla sezione archi del complesso ticinese, è stata la volta della Sinfonia n. 35 (“Haffner”) di Mozart. Lo Slobodeniouk ne ha dato una interpretazione accuratissima, nella quale tuttavia la ricerca della perfezione ha generato una certa secchezza nonché un certo compiacimento nelle figurazioni sferzanti e nella dinamica fortemente rilevata. È risultata in ogni caso una prova di efficienza straordinaria da parte degli strumentisti, particolarmente degli archi, impegnati in una vera e propria esibizione di virtuosismo orchestrale. Uno scrigno di affascinanti preziosità è stato tutto l’”andante”.
Una grande “Elektra” a Zurigo
Per Daniele Gatti l’”Elektra” di Richard Strauss andata in scena tra fine gennaio e inizio febbraio all’Opernhaus di Zurigo ha costituito un doppio debutto: come interprete dell’opera e come direttore principale (“Chefdirigent”) del teatro. L’esito è stato felicissimo. In un colloquio pubblicato sulla rivista dell’Opernhaus il Gatti ha dichiarato di non voler seguire pedissequamente la tradizione tedesca ma di portare nel lavoro di Strauss un soffio nuovo, derivante dalla sua origine latina. Di questa intenzione sono apparsi subito segni importanti con l’eslcusione di sonorità secche e taglienti, di “fortissimo” gridati e di fragori strumentali per far posto a impasti corposi e ricchi di sostanza timbrica, al punto che l’ascoltatore, a fronte di tale interpretazione, difficilmente potrebbe capire l’accusa, spesso rivolta a questa partitura, di essere ridondante, sferzante e infine ostica. Un’altra peculiarità è consistita nella cura posta nel mettere in valore l’espressione melodica. La bellissima frase che emerge dai corni, dai violini e dai violoncelli dopo le parole di Elettra “zeig dich deinem Kind” è stata plasmata in un modo che ha rivelato senza ombra di dubbio una sensibilità italiana, gettando idealmente un ponte tra l’opera di Strauss e la produzione operistica della Penisola. Qui l’estensore di questa nota sente la tentazione di moltiplicare gli esempi per il piacere di rivivere, scrivendone, momenti sublimi. Mi sia concesso di citare un solo episodio: quello in cui la protagonista dopo l’esclamazione: “Herold des Unglücks!” rievoca con immensa tristezza le virtù di Oreste, presunto morto, e il Gatti, con una esecuzione magistrale dei ritmi puntati e una cura straordinaria posta nella qualità del suono, ha saputo, è proprio il caso di dirlo, far “piangere” l’orchestra. Così Elettra, nonostante la sete di vendetta e le allucinazioni al limite della follia, si è rivelata anche, e soprattutto, una donna di intenso sentire, facendo sorgere in noi, più che fremiti e sconvolgimenti dell’animo, una grande pietà.
L’interpretazione della protagonista è stata affidata a Eva Johansson, una soprano dalle risorse apparentemente inesauribili, tanta è stata la bravura con cui ha superato gli scogli di un canto estremamente accidentato, che punta spesso agli acuti con intervalli larghi e inconsueti. Il timbro è assolutamente limpido e l’intonazione impeccabile. Nel personaggio la cantante ha infuso tutto il trasporto che occorreva, con impressionanti bagliori vocali, tuttavia mantenendo sempre il pieno controllo dei mezzi e una costante musicalità; ha evitato insomma le emissioni stravolte, biascicate o urlate. Molta ammirazione ha destato Emily Magee come Crisotemi. Dal canto suo Agnes Baltsa ha cantato con voce stretta e tremolante, non saprei dire se perchè tale sia lo stato presente dei suoi mezzi oppure perchè abbia voluto di proposito presentare più efficacemente un personaggio logorato dagli incubi. In ogni caso ha convinto come Clitennestra. Detta una buona parola per Rudolf Schasching (Egisto) e Martin Gantner (Oreste) va aggiunto che, in questa fortunata edizione zurighese dell’opera, perfino i comprimari erano di lusso: basti pensare che per la quinta serva l’Opernhaus ha mandato in scena una cantante come Sen Guo.
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