Danzatori dell’Opéra di Parigi a Chiasso

Gen 30 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 296 Views • Commenti disabilitati su Danzatori dell’Opéra di Parigi a Chiasso

Nella storia della danza gli italiani si sono sempre fatti molto onore all’estero. A giudicare dal numero e dalla qualità delle ballerine e dei ballerini provenienti dalla Penisola e attivi nella compagnia dell’Opéra di Parigi si direbbe che la tradizione continui. Questi danzatori hanno costituito un gruppo e allestito uno spettacolo che portano in diversi teatri. Il 13 gennaio hanno fatto tappa a Chiasso.

La serata ha avuto inizio con un numero intitolato “Ouverture” sul primo tempo della quarta sinfonia di Mendelssohn e con la coreografia di Simone Valestro; il succintissimo programma di sala (due paginette più una fotografia) parla di “prima assoluta”. È un lavoro non più che gradevole e grazioso, di stampo accademico. Assai interessante invece “Prelude”, di Ben Stevenson: una ballerina e un ballerino si incontrano per gli esercizi alla sbarra, si innamorano, prima timidamente e poi con crescente intensità, alla fine sciolgono il loro sentimento in un clima spirituale. La coreografia, che trae vantaggio dalla presenza della sbarra, è originale e convincente. Ottima l’interpretazione di Bianca Scudamore e Alessio Carbone. Bene hanno danzato Ambre Chiarcosso e Andrea Sarri in “Delibes Suite”. Ma il momento più alto della prima parte dello spettacolo è stato “In The Middle Somewhat Elevated”, uno dei balletti più famosi ed eseguiti di Forsythe, dove il genio del coreografo si è imposto con una danza ridondante di vigore; inappuntabili gli interpreti Sofia Rosolini e Antonio Conforti. Ha fatto seguito il passo a due dal “Don Chisciotte” nella coreografia di Petipa, una delle pagine più conosciute e ammirate da chi ama la danza accademica. Bianca Scudamore e Francesco Mura si sono esibiti con prestazioni non sempre ben calibrate, notevoli tuttavia nella coda, dove la prima ha eseguito una serie di giri assai pregevoli e il secondo si è distinto con salti apprezzabili per elevazione e stile.

Dopo la pausa è venuto “Mad Rush”, con la coreografia di Simone Valastro su musica di Philip Glass, che ha tenuto il pubblico con il fiato sospeso per l’incandescente drammaticità e le espressioni disperate, sfociate però alla fine in una rappacificazione e una ritrovata serenità. Tutto il gruppo ha partecipato a questo numero, dando una ragguardevole dimostrazione di efficienza tecnica e interpretativa. Giorgio Foures ha poi convinto in “Les Bourgeois”, coreografia di Ben van Cauwenbergh e musica di Jacques Breil, una danza deliziosamente punteggiata di annotazioni umoristiche e ironiche. Nel passo a due da “Le Parc”, un balletto tra i più riusciti di Angelin Preljocaj, su musica di Mozart, Valentine Colasante e Alessio Carbone si sono calati a fondo nell’intensa sensualità della coreografia. Lunghetto e piuttosto insipido è risultato “Aunis”, di Jacques Garnier su musica di Maurice Pacher, mentre nel “Gran Finale” tutte le ballerine e i ballerini si sono presentati per un breve ma concentratissimo sfoggio di virtuosismo.

Uno spettacolo bello e vario, fatte le somme, che il pubblico, abbastanza numeroso, ha mostrato di gradire con vivi applausi.

 

Vale la pena di aggiungere che per alcuni numeri si è avuta musica dal vivo (fatto abbastanza eccezionale in questo genere di spettacoli) grazie alla presenza di un pianista (Andrea Turra: ammirevole, specialmente nell’esecuzione della musica di Philip Glass in “Mad Rush”) e di due fisarmonicisti (Gerard Baraton e Christian Pacher).

 

Leo Nucci: cinquant’anni di carriera

 

Dei cantanti giovani si dice che hanno voce ma non sanno cantare; di quelli in età avanzata che sanno cantare ma non hanno voce. Tuttavia nel teatro d’opera non sono mancati e non mancano neppure oggi interpreti che fin dagli inizi si sono distinti con prestazioni di primo ordine e che poi, grazie a un uso intelligente dei loro mezzi, hanno conservato a lungo la piena forma vocale. La regola ha dunque numerose eccezioni. Una di queste è senza dubbio Leo Nucci, il quale festeggia attualmente i cinquant’anni di carriera e continua a sostenere parti di grande impegno come Rigoletto (a Parma in gennaio) e Simon Boccanegra (alla Scala in febbraio e marzo).

Il suo debutto professionale avvenne nel 1967 a Spoleto come Figaro nel “Barbiere di Siviglia” rossiniano ma la sua fama internazionale si impose nel 1978 a Londra con la “Luisa Miller”. Spesso le fortune di un cantante prendono avvio dalla sostituzione di un collega che rinuncia. Nel caso nostro il teatro d’opera principale della capitale inglese, il Covent Garden, aveva in programma il lavoro di Verdi con Katia Ricciarelli, Luciano Pavarotti e Ingvar Wixell, sotto la direzione di Lorin Maazel. Il Nucci avrebbe dovuto partecipare solo alla prova generale, tuttavia egli chiese di cantare almeno a una replica; il Teatro gliene concesse due. All’ultimo momento Wixell rinunciò o dovette rinunciare al suo impegno, mettendo in forte imbarazzo il Covent Garden, che evidentemente aspirava a mandare in scena l’opera con una grande compagnia internazionale. Però alla prova generale il Nucci fu apprezzato a tal punto che i responsabili dello spettacolo si precipitarono in camerino e gli offrirono lì per lì di cantare alla “prima”. Di colpo Nucci fu famoso e le proposte di esibirsi nelle maggiori sale del mondo piovvero, cominciando dal Metropolitan, che lo volle nel “Ballo in maschera”, sempre insieme alla Ricciarelli e al Pavarotti ma questa volta con la direzione di Giuseppe Patanè.

Naturalmente per un baritono giudicato verdiano Rigoletto si trova in cima alle sue ambizioni. Nucci ha interpretato la parte del Buffone più di cinquecento volte. E quando un artista si cimenta con un personaggio per un numero così alto di rappresentazioni e su un arco di tempo lunghissimo, sorge la curiosità di conoscere i risultati di quella singolare esperienza. Qui conviene dare la parola a lui medesimo: “A Genova, prima della recita di debutto, ho chiesto al regista, il grande Rolando Panerai, 94 anni, di poter avere una certa libertà interpretativa pur mantenendo la linea registica che mi aveva chiesto. Mi ha risposto di fare tranquillamente ciò che sentivo. Ecco, quello che ho avvertito dentro alla prima è diverso da quello che avevo sentito alla generale, e così alla successiva e poi ancora, sarà ogni volta differente. Se all’inizio mettevo solo la voce ora mi rendo conto che è aver vissuto e assorbito la parola scenica a fare la differenza. È la

parola scenica a dare la vita e dà la possibilità di reinventarti sulla base dell’esperienza che si è fatta. Tra l’altro Rigoletto è un personaggio talmente profondo che dà la possibilità ogni volta di rinnovarlo, semplicemente mettendo tutto te stesso senza sovrapporre intellettualismi: a quel punto sì che l’esperienza accumulata viene fuori tutta.”

 

Carlo Rezzonico

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