Danza e musica di considerevole valore al LAC

Ott 22 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 278 Visite • Commenti disabilitati su Danza e musica di considerevole valore al LAC

Spazio musicale

 

Non sono molti i coreografi che possono vantare l’entrata di loro creazioni nel repertorio dei teatri. La belga Anne Teresa De Keersmaeker è tra quelli. Recentemente “Drumming Live”, che risale al 1998, ha fatto il suo ingresso all’Opéra di Parigi. Quanto a “Rosas danst Rosas”, un lavoro composto nel 1983, quando la De Keersmaeker era ventitreenne, il suo successo continua a pieno regime; domenica 1. ottobre è approdato anche al LAC, suscitando ampi consensi da parte di un pubblico relativamente numeroso e con notevole partecipazione di giovani.

Eppure, contrariamente a una opinione molto diffusa, esiterei a qualificare “Rosas danst Rosas” come un capolavoro. Impegna quattro ballerine che sono in scena ininterrottamente dall’inizio alla fine. Nella prima parte dello spettacolo, ispirata alla notte, le danzatrici sono sdraiate, sedute oppure erette sulle ginocchia e si rotolano, stendono le braccia in molte direzioni oppure agitano il capo. Ma ci sono lungaggini. Esistono numerose pause, alcune assai estese, in cui la danza si ferma e la musica tace, insomma non succede nulla, mettendo a prova la pazienza e la resistenza al sonno degli spettatori. Nella seconda parte le ballerine, sedute su sedie, effettuano movimenti asciutti e angolosi, seguendo il ritmo incalzante della musica. Infine nella terza e nella quarta parte, con le interpreti finalmente in piedi, domina di nuovo il ritmo e la danza assume aspetti quasi parossistici. Sicuramente la De Keersmaeker ha svolto il suo discorso coreografico con grande coerenza e prodotto un numero considerevole di idee apprezzabili, tuttavia le ripetizioni incessanti delle medesime figurazioni, condizionate anche dalla musica minimalista ed esasperante di Thierry De Mey e Peter Vermeersch, diventano ossessive e alla fine noiose. Meglio sarebbe stato concentrare quelle idee in un terzo della durata del balletto: sarebbe nato un lavoro conciso, stringato e molto più convincente.

Grande ammirazione hanno destato per precisione, rapidità e sincronizzazione dei movimenti le quattro ballerine; credo che gli applausi del pubblico intendessero premiare soprattutto le loro impeccabili prestazioni.

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Il 5 ottobre l’Orchestra della Svizzera italiana ha iniziato la sua stagione al LAC con un concerto diretto da Kristina Poska; vi hanno partecipato le pianiste Katia e Marielle Labèque.

Dopo il concerto per due pianoforti e orchestra KV 365 di Mozart, che le due pianiste hanno eseguito in modo deliziosamente agile, sciolto e scorrevole, è stata la volta del concerto per due pianoforti e orchestra di Philip Glass nella versione di M. Riesman per piccola orchestra in prima esecuzione mondiale (si è trattato di una commissione di RSI/OSI e della Camerata Salzburg). La composizione prende avvio in modo tumultuoso, senza lesinare energie. L’orchestra e i pianoforti si lanciano in un viluppo sonoro dalle tinte assai marcate. Verso la fine però il discorso si placa e la musica si scioglie a poco a poco perdendosi quasi impercettibilmente nel silenzio. Il secondo tempo invece comincia in modo meditativo e solo in una fase avanzata si anima, senza però raggiungere i toni roventi di quello precedente al suo esordio. Qui l’insistenza nella ripetizione di un frammento fa apparire chiaramente il suo carattere minimalista. A sorpresa l’ultimo tempo è lento. La musica crea una suggestiva atmosfera notturna, nella quale si inseriscono strane e misteriose voci. Complessivamente si può dire che il lavoro del Glass ha sostanza e valore. Le sorelle Labèque, alle quali è dedicato, lo avevano tenuto a battesimo, nella stesura originale, con la Los Angeles Philharmonic due anni fa. Ora, alle prese con la versione per piccola orchestra (ma non poi tanto piccola), hanno di nuovo grandeggiato. Inoltre hanno dimostrato la loro capacità di eccellere in composizioni di carattere estremamente diverso passando senza problemi dal linguaggio terso di Mozart a modi di far musica complessi, a volte rudi, a volte inquieti, a volte inclini a suscitare mondi tenebrosi percorsi da segreti richiami. Sono state applauditissime, come meritavano, dal pubblico che gremiva la sala. Ma sia menzionata anche l’ottima prestazione dell’orchestra.

In apertura della serata la Poska e l’orchestra hanno offerto una esecuzione un tantino scialba dell’ouverture “Der Schauspieldirektor” di Mozart.

 

Prima assoluta a Como

Il 28 settembre il Teatro Sociale di Como ha presentato in prima assoluta l’opera “Ettore Majorana, Cronaca di infinite scomparse”, libretto di Stefano Simone Pintor e musica di Roberto Vetrano, che ha vinto il Concorso internazionale Opera oggi promosso da Opera Lombardia. Il lavoro rievoca la figura del fisico italiano Ettore Majorana, scomparso misteriosamente nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1938 mentre era in viaggio sul traghetto Palermo-Napoli. Molte ipotesi sono state fatte su questa vicenda ma nessuna ha pienamente convinto. L’opera le prende in considerazione tutte in una successione di “n variabili” (una volta si diceva quadri). La drammaturgia e i testi sono estremamente complessi e irti di concetti scientifici, psicologici, filosofici e religiosi. Mi pongo allora queste domande. Dobbiamo considerare l’opera come una grande esplorazione di aspetti oscuri e imperscrutabili dell’esistenza e cercare i suoi valori in campo intellettualistico oppure, oltre a questo, cercare anche pregi artistici? I discorsi dei personaggi sono accessibili a una vasta cerchia di spettatori? Si può pensare che oggi le persone in grado di capire la terminologia delle nuove conquiste scientifiche e le visioni filosofiche da esse generate siano poche ma che in futuro, grazie a una maggior diffusione delle conoscenze e delle idee moderne, diventino più numerose? Si può dunque pensare che un’opera come questa possa contare, almeno fra anni, su un pubblico esteso e quindi continui a vivere? Naturalmente non sono in grado di rispondere a queste domande (tanto più che il Teatro non ha dato seguito alla mia richiesta di avere il libretto in anticipo affinchè potessi adeguatamente meditarlo). Senza dubbio “Ettore Majorana” contiene una notevole ricchezza di pensiero, che rispetto. Non posso però nascondere che alla fine è nato in me il fastidio della monotonia.

Sull’esecuzione va detto ogni bene. Tutto è stato messo a punto con la massima accuratezza. Una prestazione ammirevole hanno dato il direttore musicale Jacopo Rivani e l’Orchestra I Pomeriggi Musicali, alle prese con una partitura assai speciale e, anch’essa, non certo semplice. Impeccabili tutti i cantanti-attori. Lo stesso dicasi del Coro Opera Lombardia, istruito da Diego Maccagnola. Da elogiare anche i responsabili della parte visiva: Stefano Simone Pintor (regia), Gregorio Zurla (scene e costumi), Fiammetta Baldiserri (luci) e Studio Antimateria (!) (video).

 

Carlo Rezzonico

        

 

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