“Da Zurigo a Roma per fare ricerca. Qui non manca la cultura del lavoro, ma le aziende. E avete tanti cervelli”

Lug 27 • L'opinione, Prima Pagina • 234 Views • Commenti disabilitati su “Da Zurigo a Roma per fare ricerca. Qui non manca la cultura del lavoro, ma le aziende. E avete tanti cervelli”

(Ho terminato di raccogliere queste notizie il 15 luglio 2018. Il 15 luglio del 1815 Napoleone si arrende agli inglesi cui si consegna sul vascello Bellofonte)

Dr. Francesco Mendolia

Sincerità e calore umano, ma anche sfrontatezza, spesso possono fare la differenza in un ambiente di lavoro. La pensa così Dominik Schlegel, 26 anni, nato a Glarona – alle porte di Zurigo – ma innamorato di Roma, dove progetta software per la mobilità. “In Italia non manca la cultura del lavoro o l’immaginazione per crearlo, mancano le aziende e il contesto in cui praticarlo: e questo è un peccato”. Lavorando ogni giorno allo sviluppo sistemi di localizzazione e mappatura per veicoli all’università Sapienza in team internazionali, tra una conferenza e l’altra, riesce a misurare la distanza che separa il nostro paese da molti cugini europei.

“Vedo molti colleghi italiani che finito il periodo di ricerca vanno in Francia, Germania, Stati Uniti. E questo è deleterio per un paese che ha investito risorse per la formazione di queste persone”. Dopo la laurea nel 2015 in Engineering Computer Science presso l’Eidgenössische Technische Hochschule Zürich (ETH), il politecnico federale di Zurigo, ha scelto di scrivere la sua tesi proprio a Roma. “Non ho fatto l’Erasmus però – precisa – ho chiesto una tesi all’estero, specificando la mia preferenza per l’Italia: non avevo una borsa di studio”. Terminati gli studi e rientrato in patria lavora per circa un anno in un’azienda high tech che sviluppa software per pagamenti elettronici. “Prendevo l’equivalente di seimila euro netti al mese”, e tra i 700 di affitto e i 2000 per vivere, ne restavano abbastanza per pensare al futuro.

Allora perché tornare in Italia per fare il ricercatore, pur sapendo che lo stipendio sarebbe stato di molto inferiore – circa 1500 euro lordi – senza i benefit che aveva prima, come ad esempio un appartamento? “Ottima domanda: la verità è che mi piace come si lavora alla Sapienza. Inoltre l’ambiente di ricerca italiano è meno gerarchizzato rispetto a quello svizzero, dove infrangere le barriere interpersonali, anche tra colleghi, diventa spesso un problema. Qui c’è molta più sincerità e schiettezza: se faccio una cosa sbagliata me lo dicono subito senza troppi giri di parole. Ed è fondamentale in questo tipo di lavoro”. Il team in cui lavora sviluppa sistemi di localizzazione e mappatura per veicoli. “In Italia la ricerca è competitiva benché sia davvero poco sovvenzionata e sommersa dalla burocrazia. Un esempio? “In Svizzera hai un budget fisso, ti basta mostrare gli scontrini di quello che hai acquistato per lavorare e vieni rimborsato – afferma -. Qui invece bisogna passare per l’approvazione dell’amministrazione che cerca sempre le attrezzature più economiche possibili: questo rallenta i tempi di una ricerca”.

Il futuro prossimo di Dominik non sarà l’Italia, e non è una questione di soldi ma di opportunità: “Tornerò a Zurigo terminato il periodo di ricerca. Ricevo moltissime offerte di lavoro ma non qui dove mancano le aziende che sviluppano queste tecnologie”. Una scommessa che il nostro paese, almeno per il presente, ha già perso. A pochi chilometri oltre il confine alpino c’è proprio Zurigo, che è diventato un hub di aziende internazionali in campo high tech. “È un peccato che in Italia non ci sia questa opportunità perché ci sono molti ingegneri davvero capaci”. Quello di Dominik, però, non è necessariamente un addio. “Tornerei volentieri a Roma: amo questa città – conclude. Se si riuscisse ad attrarre o creare più aziende ad alta specializzazione tecnologica molte cose cambierebbero. E voi italiani non dovreste neanche importare cervelli dall’Europa perché ne avete moltissimi: hanno solo bisogno di un’opportunità”.

(di Marco Vesperino 30 giugno 2018)

 

Legittima difesa e cittadini stufi degli inganni

Ogni volta che in Italia si parla di una riforma della legittima difesa si alzano voci preoccupate: «Se diamo ai cittadini più ampie possibilità di usare le armi – viene detto – c’è il rischio di un Far west».(Omissis)

Viene ridicolizzata, sostanzialmente, con tre obiezioni. La prima: la legittima difesa è già contemplata dal Codice penale. La seconda: è lo Stato che deve assicurare la difesa dei suoi membri, delle loro vite e dei loro beni, non ci si fa giustizia da soli. La terza: si agita un problema gonfiato da una «propaganda della paura», perché i dati dimostrano al contrario che i reati, furti in casa compresi, sono in diminuzione.

Tutto vero. Ma solo in teoria. Perché la realtà ci dice cose diverse.

Cominciamo dal punto uno. Ovvio che la legittima difesa sia già nei Codici. Ma più dei Codici contano tante sentenze, ed è un fatto che da molti anni i giudici interpretano in senso molto restrittivo il diritto a difendersi. (omissis)

Secondo. Certo che è lo Stato che deve difendere i cittadini. Ma come mai tanti italiani non si sentono protetti dallo Stato, al punto che uno su quattro si dice favorevole all’uso delle armi? (Omissis)

Una magistratura che, quando si trova di fronte un ladro appena arrestato, il più delle volte è costretta a rilasciarlo, e impossibilitata a espellerlo se ha di fronte uno straniero irregolare.

E veniamo alla terza obiezione: «Il problema non esiste perché i reati sono in calo». C’è da chiedersi dove vivano, costoro. In calo non sono i reati, ma le denunce, perché la gente ha smesso di farle, avendone constatato l’inutilità. (Omissis)

Questi sono i risultati di un negazionismo, di un «tutto va bene» che è spaziato dalla sicurezza all’immigrazione all’economia; un negazionismo che per troppo tempo ha imbrogliato gli italiani. I quali ora, però, non ci cascano più.

(Michele Brambilla 1/07/2018 08:20 Il giornale.it)

Brexit, Trump: “La May con il suo piano soft ucciderà l’accordo con gli Stati Uniti. L’immigrazione in UE? Una vergogna”

Il presidente USA, in visita ufficiale a Londra, attacca la premier in un’intervista al Sun. E critica anche le politiche migratorie dell’UE: “Permettere l’immigrazione in Europa è una vergogna. Sta cambiando il tessuto dell’Europa e se non agiremo presto non sarà più come prima, voglio dire non in maniera positiva” Omissis. In un’intervista al Sun l’inquilino della Casa Bianca accusa la May di non aver seguito i suoi consigli e di aver “indebolito la Brexit”. “Le avevo detto come fare, ma lei ha scelto una strada diversa”, afferma. Il suo piano soft “avrà conseguenze negative per l’accordo commerciale con gli Stati Uniti” e “se questa sarà la Brexit, ci troveremo a trattare con l’Unione europea invece che con il Regno unito. Quindi questo ucciderà probabilmente l’accordo”, conclude Trump.

(di F. Q. luglio 2018)

Cosa pensa Mario Draghi del nuovo governo

«Prima di giudicare bisogna aspettare. Il vero test saranno i fatti. Per ora ci sono state solo parole, che peraltro sono cambiate. Prima di parlare dobbiamo aspettare i fatti.»

(il Post 9 luglio 2018)

Vertice Nato, Juncker non si regge in piedi: barcolla, perde l’equilibrio e viene sorretto da due persone

Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, era presente al vertice NATO insieme ai leader dei paesi dell’Alleanza atlantica. Poco prima della cena, però, ci sono stati momenti di preoccupazione: Juncker non si reggeva in piedi, tanto che i presidenti di Finlandia e Ucraina e il primo ministro olandese lo hanno sorretto per diversi minuti. Il video sta facendo il giro dei social e il sospetto – non nuovo – è che l’avvocato lussemburghese fosse ubriaco.Omissis.

(di F. Q. | 13 luglio 2018)

 

L’Europa sarà africana. Lo vuole l’élite

Ne stanno arrivando 100 milioni
Nel 2050 l’Africa avrà 2,5 miliardi di abitanti, oltre 1 miliardo in più di oggi. L’Europa 450 milioni, 50 milioni in meno di oggi. E già ora, mentre parliamo, oltre il 40% degli africani ha meno di 15 anni. Siamo di fronte alla “più impressionante crescita demografica della storia umana”.
Lo spiega Stephen Smith conoscitore profondo dell’Africa in una recente intervista: “nel giro di due generazioni saranno almeno 100 milioni i giovani africani pronti a venire in Europa”.

Smith spiega che è essenziale capire che non sono i poveri a migrare, ma le classi più benestanti che possono permetterselo, coloro che ormai sono “emersi dalla sussistenza”e possono pagare per intraprendere un viaggio oltre il continente; coloro che godono di“reti di supporto”, cioè comunità di africani già residenti in Europa che facilitano la migrazione.

Sono 100 milioni i giovani Africani pronti a venire in Europa nel giro di due generazioni.

I media occidentali “trasmettono cliché miserevoli” di “disperati in fuga dall’inferno – che sarebbe l’Africa – ma la maggior parte dei migranti oggi proviene da paesi in crescita come Senegal, Ghana, Costa D’Avorio o Nigeria”. Omissis.

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