Da politici a funzionari dell’UE

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Riportiamo dal CdT del 20 febbraio 2017 un articolo estremamente interessante del presidente onorario di UDC Ticino

Dr. Alessandro von Wyttenbach

Il presidente della Commissione Europea Juncker ammette che l’UE é in profonda crisi. Ne sono sintomi il Brexit e il crescente consenso nelle urne dei partiti anti-UE in Olanda, Germania e Francia. Secondo le ultime inchieste demoscopiche, in Francia, si fa realistica la possibilità di Le Pen alla presidenza: sarebbe il de profundis per l’UE e l’Euro. Quale causa per questa evoluzione viene citato il deficit democratico delle sue istituzioni. Basta una loro analisi critica per spiegare questo sentimento. L’UE viene retta dalla Commissione Europea (CE) con il suo presidente, proposti dai presidenti dei Governi degli Stati (Consiglio Europeo) al Parlamento Europeo (PE) per ratifica, PE che non ha però la facoltà di fare proposte alternative. La CE con il suo diritto esclusivo di iniziativa e con un esercito di burocrati di Bruxelles lautamente pagati – sottoposti alla forte pressione delle potenti lobby delle Banche e aziende multinazionali e a rischio di corruzione – elabora le proposte di legge e direttive da sottoporre per approvazione al Consiglio Europeo e al PE. Infine il tutto viene sottoposto ai Paesi membri per approvazione, di regola, secondo il principio del prendere o lasciare. In questo processo, sulle decisioni prese a Bruxelles non è riservato alcuno spazio per un vero dibattito politico all’interno delle società civili dei Paesi membri dell’ Unione. Lo stesso presidente della Corte Costituzionale ha costatato, che l’80% delle leggi votate dal Parlamento tedesco sono leggi dell’ UE. Di fatto, in tutti i settori di competenza dell’UE previsti nei vari trattati, la funzione della classe politica degli Stati membri viene degradata a quella di semplici funzionari che eseguono quanto deciso a Bruxelles. È illusorio credere che la Babele dei 751 deputati del PE – privi della competenza di iniziative parlamentari – nei suoi dibattiti possa sostituire un dibattito politico nelle nazioni. Nell’Eurozona si aggiunge poi la camicia di forza politico-economica della moneta unica. Il crescente consenso per i movimenti e partiti anti-UE e il voto britannico per il Brexit non sono altro che la ribellione dei popoli europei di fronte alla loro esautorazione politica da parte dell’Unione.

Pur non essendo membri dell’UE, nella discussione sull’iniziativa contro l’immigrazione di massa, il nostro CF e il Parlamento con i mass media hanno ricalcato purtroppo questo schema di antidemocratica sottomissione a Bruxelles. Invece di rispettare la volontà popolare e cercare un accordo con l’UE o disdire lo scellerato accordo di libera circolazione, nel timore di una disdetta dei trattati bilaterali, il dibattito si è limitato a fare di tutto per aggirarla. Il CF, invece di fare la spola tra Berna e Bruxelles nel tentativo a priori inutile di salvare capra e cavoli – essendo chiaro, che col referendum sul Brexit era impossibile attendersi un compromesso con l’UE – l’unico vero ragionamento politico da fare sarebbe stato quello di valutare il reale potere contrattuale della Svizzera nei confronti dell’Unione e chiedersi quali fossero i rischi per i trattati bilaterali dell’eventuale disdetta della libera circolazione. Una seria valutazione avrebbe portato alla conclusione che, per vari validi motivi, questo rischio sarebbe minimo. Innanzitutto l’economia Svizzera si situa al settimo o ottavo posto fra le nazioni europee – il che non è trascurabile – con una bilancia commerciale con l’EU a lei nettamente favorevole; senza contare gli otto miliardi che i cittadini svizzeri spendono ogni anno per acquisti oltre frontiera. Oltre 300mila frontalieri dell’UE guadagnano in franchi e spendono in euro. La Svizzera detiene inoltre il controllo di una parte importante del transito delle merci attraverso le Alpi. Che CF e Parlamento non si rendano conto della forza contrattuale della Svizzera nei rapporti con l’UE, è segno non solo di mancanza di orgoglio nazionale, ma anche di scarso acume politico. Se da un lato l’UE in profonda crisi e confrontata col problema del Brexit non è disposta a trovare un compromesso con la Svizzera, dall’altro non può nemmeno permettersi di aprire con la disdetta dei trattati bilaterali (che, non lo si dimentichi, richiederebbe l’ unanimità dei membri), un altro importante fronte di contesa. La Svizzera potrebbe permettersi tranquillamente di applicare unilateralmente il controllo dell’immigrazione votato dal popolo, correndo due soli reali rischi di ritorsioni. La prima ritorsione sarebbe l’introduzione – peraltro entro i limiti concessi dal trattato dell’OMC – di ostacoli burocratici alle importazioni dei prodotti svizzeri. La seconda ritorsione è l’esclusione della Svizzera dal progetto europeo di ricerca “Horizon 20”, un progetto che, senza il contributo delle prestigiose università britanniche, ha ormai perso molto del suo valore e fascino.

Un prezzo tutto sommato sopportabile da pagare per la difesa dei nostri interessi e della nostra sovranità e libertà,

 

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