Da Kiev una “Bella addormentata” come deve essere

Apr 3 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 731 Views • Commenti disabilitati su Da Kiev una “Bella addormentata” come deve essere

Spazio musicale

È ancora vivo il ricordo del “Lago dei cigni” dato a Zurigo con rigorosa fedeltà alla versione di San Pietroburgo del 1895 che un altro spettacolo di balletto si presta a interessanti considerazioni storiche. Mi riferisco alla “Bella addormentata” che la compagnia dell’Opera di Kiev ha portato recentemente in Italia (l’ho vista a Parma il 18 marzo). Qui non ci troviamo in presenza di una vera e propria edizione critica, come è stato il caso del “Lago” zurighese, poiché varie aggiunte di Fedor Lopukhof e Jurij Grigorovic alla coreografia di Marius Petipa sono state mantenute. Tuttavia si può parlare di allestimento avente un valore storico in quanto continua una grande tradizione andata persa o almeno fortemente offuscata in Occidente. Lo spettacolo si avvale di scene dipinte grandiose e sovraccariche, talvolta di gusto non irreprensibile, e di costumi ricchissimi. Molti episodi tagliati frequentemente da noi sono stati conservati, per cui la lunghezza del balletto  ha superato largamente le tre ore (compresi due intervalli brevi). Così si è vista, ad esempio, anche la scena delle donne che cuciono, violando il divieto reale di utilizzare aghi e spilli, nel timore che la principessa Aurora possa pungersi e cadere nelle malignità di Carabosse. Si tratta di un episodio non del tutto marginale in quanto rivela l’atmosfera di paura e sospetto che domina a corte. E ora veniamo al discorso essenziale, quello riguardante la danza. Ne definirei le caratteristiche dicendo che è stata flessuosa, morbida e aggraziata (non si intenda l’ultimo termine in senso spregiativo: una cosa è la grazia, un’altra la leziosità, che non c’era). La mimica è stata oggetto di una attenzione non inferiore rispetto alla danza. Così nella già citata scena delle cucitrici i gesti e le espressioni dei personaggi – il funzionario che scopre il misfatto, il re che si adira, la regina che intercede per le donne e la gratitudine di queste – hanno regalato al pubblico momenti deliziosi. L’accuratezza è stata scrupolosissima fin nei particolari minuti, per esempio nel lavoro di braccia, delle mani e perfino delle dita, dalle quali i ballerini e le ballerine hanno saputo sprigionare fluidi di magia. È facile immaginare che certi critici considereranno vecchio, superato, datato e estraneo alla sensibilità moderna uno spettacolo siffatto. Per conto mio sono d’altro parere, poiché vi ho visto, come ho già accennato sopra, il proseguimento di uno stile glorioso e tuttora apprezzabilissimo. Anzi, l’edizione della “Bella addormentata” venuta da Kiev, tralasciando le elucubrazioni psicologiche che oggigiorno infestano e deformano tanti balletti tradizionali (e non parliamo delle opere liriche), restituisce a questo capolavoro in musica e danza il carattere che dovrebbe sempre avere e ne costituisce la natura autentica: la rappresentazione di vicende e l’espressione di sentimenti profondamente umani proiettati con raffinata sensibilità artistica nel mondo fatato della favola.

Una tradizione può sopravvivere solo se si trovano interpreti che si accostano ad essa, non come a un pezzo di museo, ma sentendola e vivendola intensamente. È stato il caso della compagnia giunta da Kiev. Julija Moskalenko ha danzato la parte della protagonista in modo irreprensibile. Nell’adagio della rosa ha raggiunto la perfezione, anche nei temutissimi equilibri finali, e chi scrive non ricorda di aver visto questo passaggio eseguito altrettanto bene. Stanislav Ol’Sanskij si è distinto immediatamente nella variazione di sortita per sicurezza, purezza di linie ed elevazione. Entrambi sono stati assai bravi nel passo a due del terzo atto, però (peccato) senza i famosi tuffi della ballerina. Molti elogi si potrebbero distribuire ai solisti. Mi limito a menzionare l’uccello blu di Mikita Suhorukov, che alla seconda rappresentazione avrebbe assunto il ruolo del principe: nella coda è stato autore di alcune “cabrioles devant” vertiginose. Di altissima qualità, per disciplina e per coerenza con lo stile di cui si è detto, sono state le prestazioni del corpo di ballo.

 

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Segnalo fin d’ora che quest’anno il Festival Verdi di Parma presenta un cartellone assai ricco. Ci saranno due opere di grande impegno al Teatro Regio (“Don Carlo” il 1., 5, 8 e 11 ottobre, e “Il trovatore” il 21, 23, 27 e 30 ottobre). Una terza verrà data al Teatro Farnese (“Giovanna d’Arco il 2, 9, 15 e 20 ottobre). In più il Teatro Verdi di Busseto offrirà una lunga serie di rappresentazioni dei “Masnadieri” (il 7, 10, 14, 16, 21, 23, 28 e 29 ottobre). Come sempre ci sarà un contorno di numerose altre manifestazioni. Il programma completo si trova su festivalverdi.it.

 

Musica nel Mendrisiotto

 

Il 20 marzo l’Associazione Musica nel Mendrisiotto, continuando la felice consuetudine di organizzare concerti per la domenica mattina alle 10.30, ha presentato un programma intitolato “Bach e Vivaldi, sovrani del barocco”. Tra i pezzi eseguiti ha costituito una particolarità la Sonata in sol minore 6 per flauto e basso continuo da “Il pastor fido” di Nicolas Chédeville, un compositore, strumentista e didatta nato nel 1705 e morto a Parigi nel 1782, attivo soprattutto nel trascrivere composizioni di musicisti contemporanei oppure nel creare lavori propri utilizzando singole parti di opere altrui. In ciò seppe immergersi abbastanza bene nel carattere degli originali, come è dimostrato dalla sonata sentita a Mendrisio, tanto è vero che essa venne attribuita a Vivaldi e solo nel 1990, grazie alla scoperta di un documento del 1749, fu inclusa nella produzione dello Chèdeville.

 

Come sempre Musica nel Mendrisiotto ha fatto capo a interpreti di ottimo livello. Erano Stefano Bagliano, flauto diritto, e Angelica Selmo, clavicembalo (in sostituzione di un altro musicista, annunciato precedentemente). Sicurezza tecnica, agilità ed espressione hanno caratterizzato le prestazioni del Bagliano. Ma anche la Selmo si è distinta con un accompagnamento perfettamente calibrato. Da sola ha poi suonato la Fantasia cromatica e fuga in sol maggiore BWV 903 di Bach, deliziando gli ascoltatori con una esecuzione esemplarmente nitida. Il pubblico, assai folto, ha mostrato il suo apprezzamento con vivi applausi.

 

Va rilevato anche che il concerto si è svolto in una sala del Museo d’arte e gli ascoltatori, per accedervi, hanno attraversato i locali in cui è stata allestita la bellissima mostra di  trasparenti antichi utilizzati in passato a Mendrisio per le festività pasquali. Ne è nato un connubio assai suggestivo tra arte visiva e musica.

 

Carlo Rezzonico

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