Corea del Nord, Parigi: “Missili di Kim Jong-un potrebbero raggiungere l’Europa

Set 22 • L'opinione, Prima Pagina • 264 Visite • Commenti disabilitati su Corea del Nord, Parigi: “Missili di Kim Jong-un potrebbero raggiungere l’Europa

Dr. Francesco Mendolia

I missili nordcoreani potrebbero essere in grado di raggiungere l’Europa “prima del previsto”. Mentre Pyongyang sposta i missili sulla costa occidentale, la ministra francese della difesa, Florence Parly, lancia l’allarme sulla capacità del regime di colpire il continente: “Lo scenario di un’escalation verso un grande conflitto non può essere scartato”, ha affermato, aggiungendo: “L’Europa rischia di essere alla portata dei missili di Kim Jong-un prima del previsto. La proliferazione nucleare e missilistica è un pericolo sempre più tangibile”.

A due giorni dal sesto e più potente test nucleare finora mai fatto e rivendicato dal regime come il “perfetto successo” della detonazione di una bomba all’idrogeno, lo scontro a distanza tra Washington e Pyongyang non si placa. Gli Stati uniti “riceveranno altri pacchi regalo dal mio Paese fino a quando faranno affidamento su imprudenti provocazioni e futili tentativi per mettere pressione sulla Corea del Nord”, è il monito lanciato da Han Tae-song, ambasciatore nordcoreano presso la sede ONU di Ginevra, alla Conferenza sul disarmo promossa dalle Nazioni unite. Per Han, i “pacchi regalo” sono test nucleari e altre provocazioni. “Le recenti misure di autodifesa fatte dal mio Paese sono un pacco regalo indirizzato a nessun altro se non agli Stati uniti”, ha affermato il diplomatico, nel resoconto dell’agenzia sudcoreana Yonhap.

Poco prima, un tweet di Donald Trump aveva annunciato l’OK degli USA al rafforzamento bellico di Tokyo e Seul: “Sto autorizzando Giappone e Corea del Sud ad acquistare dagli USA un quantitativo sostanzialmente maggiore di equipaggiamento militare altamente sofisticato”, il messaggio del capo della Casa Bianca.

(il fatto quotidiano di F.Q. 5/9/17

Vladimir Putin: “Con la Corea del Nord sono certo che non si arriverà a un conflitto”

“Le parti in conflitto – ha affermato il presidente russo – avranno abbastanza buon senso e consapevolezza delle loro responsabilità verso i popoli delle regioni, e saremo in grado di risolvere la questione con i mezzi diplomatici”.

“Notiamo – ha detto ancora Putin – la volontà dell’attuale amministrazione americana di alleviare la tensione”. Il presidente russo ha aggiunto che “si aspetta che il buon senso” prevalga a Washington e che la crisi venga risolta “attraverso i negoziati, come nel 2005”. Il leader del Cremlino ha inoltre esortato i partner asiatici a “continuare con gli investimenti nella regione” altrimenti la situazione “non può che peggiorare”.

Secondo Putin, nessuno vuole che la situazione peggiori ulteriormente. “Ci può essere solo una soluzione diplomatica per la questione – ha sottolineato – è un modo disagevole e lento per risolvere il problema, ma è l’unico possibile”.

Intanto la Cina ha presentato una “seria protesta formale” contro la Corea del Sud per l’installazione di 4 nuove batterie antimissile americane Thaad nel sito di Seongju, a 300 km a sud di Seul: lo ha detto il portavoce del ministero degli esteri Geng Shuang, secondo cui la posizione di Pechino è “ferma, chiara e consistente”. Geng ha invitato USA e Corea del Sud a tenere nel conto “i timori sulla sicurezza regionale e gli interessi di Cina e altri Paesi nell’area” provvedendo al blocco immediato delle operazioni”.

(da Huffpot, 07/9/17)

Corea del Nord, cosa c’è dietro le provocazioni di Kim

(RAI News)

Gli analisti della scena nord-coreana cercano, in queste ore, di intuire le prossime mosse del regime di Kim Jong-un, sempre più imprevedibile e di difficile lettura.

Omissis. Se speculazioni sullo stato di salute mentale di Kim si susseguono da tempo, la paura di un assassinio si è manifestata ufficialmente a maggio scorso, quando l’agenzia di stampa ufficiale del regime, la Korean Central News Agency, ha lanciato la notizia di un complotto della CIA e dell’intelligence sud-coreana per uccidere il giovane leader con l’utilizzo di armi biochimiche.

Il complotto per assassinarlo avrebbe anche un nome: “Operation Plan 2015”. Il piano è emerso alla fine del 2015, e prevederebbe, secondo il Brookings Institute citato da Fox News, “una guerra limitata con enfasi sugli attacchi preventivi a obiettivi strategici in Corea del Nord e “raid di decapitazione” per sterminare i leader nord-coreani”. Uno scenario hollywoodiano, e che si avvantaggerebbe della collaborazione di un’unità speciale sud-coreana creata ad hoc. Il piano sarebbe, però, difficilmente praticabile, per gli esperti, soprattutto per la difficoltà di fare breccia nella cerchia ristretta dei funzionari più vicini a Kim, e potrebbe comunque scatenare una reazione imprevista da parte del regime, senza la certezza che il sostituto al vertice del Paese possa essere meglio del leader attuale. Il tasso di paranoia di Kim Jong-un, intanto, proprio negli ultimi giorni, sarebbe in decisa crescita. Secondo fonti che hanno parlato il mese scorso al quotidiano giapponese Asahi Shimbun, Kim avrebbe alzato ulteriormente il livello della propria sicurezza personale: la squadra di persone che si occupa della sua sicurezza si comporrebbe, oggi, anche di dieci ex agenti del KGB, che avrebbero come compito prioritario quello di evitare tentativi di assassinio del leader nord-coreano.

A portare la Corea del Nord e, soprattutto lo stesso Kim Jong-un, a perseguire lo sviluppo missilistico e nucleare sarebbe soprattutto il timore del verificarsi di due scenari tra i più temuti: quello libico e quello iracheno. Di questa testi, che circola da tempo tra gli esperti internazionali, è convinta anche la leadership cinese. Nel saggio “The Korean Issue: past, present and future – A Chinese perspective”, pubblicato sulle pagine on line della Brookings Institution alla fine di aprile, Fu Ying, portavoce dell’Assemblea nazionale del popolo, il parlamento cinese, spiega i timori di Pyongyang. Omissis. La tesi è legata alle paure del regime di Pyongyang per la piega presa da alcuni eventi internazionali, e in particolare da uno: la caduta del regime di Muammar Gheddafi in Libia, che nel 2003 aveva rinunciato allo sviluppo delle armi di distruzione di massa. Omissis Un altro editoriale pubblicato dall’agenzia di stampa del regime di Kim Jong-Un, la Korean Central News Agency, subito dopo il quarto test nucleare del 6 gennaio 2016, spiegava ancora più chiaramente questo concetto e faceva riferimento a un altro leader del recente passato che oggi non c’è più: Saddam Hussein. “La storia prova che il potere deterrente del nucleare serve come fortissima spada per impedire l’aggressione esterna. Il regime di Saddam Hussein in Iraq e il regime di Muammar Gheddafi in Libia non potevano sfuggire al loro destino di distruzione dopo essere stati privati delle loro fondamenta per lo sviluppo nucleare e avere rinunciato per loro scelta ai propri programmi nucleari”.

Con l’ultimo test nucleare del 3 settembre scorso, Kim Jong-un sembra promettere di non volere fare la stessa fine.

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