Concerto, opera e balletto a Chiasso

Feb 23 • Sport e Cultura • 1336 Views • Commenti disabilitati su Concerto, opera e balletto a Chiasso

 

Spazio musicale

 

 

 

Il 31 gennaio il Cinema Teatro di Chiasso ha ospitato un concerto assai speciale. Katia e Marielle Labèque, che costituiscono una coppia di pianiste famose in tutto il mondo, sia per la bravura come esecutrici, sia per l’esuberanza del temperamento, si sono presentate con il complesso di percussionisti e cantanti Kalakan. La prima parte è stata dedicata a musiche per due pianoforti. Si è cominciato con “3 Preludes” di Gershwin, che insieme formano una specie di sonata in tre tempi: scatenati nel ritmo i due pezzi estremi (“allegro ben ritmato e preciso” sta scritto sul programma), morbido, cullante, dolcemente malinconico quello di mezzo. Sono poi venuti “4 Mouvements” di Glass, a loro volta dominati dal ritmo, con insistente e quasi ossessiva ripetizione di frammenti musicali. Nella seconda parte hanno fatto il loro ingresso i percussionisti e cantanti per l’esecuzione di musiche popolari basche. Sono stati convincenti, anche perchè nella loro esibizione non sono mancati brani delicati e perfino poetici. Da ultimo pianiste e percussionisti si sono messi insieme per presentare una versione particolare del Bolero di Ravel. Naturalmente gli ascoltatori hanno dovuto dimenticare la partitura per orchestra ma tutto sommato anche questa trascrizione per un organico insolito ha dato soddisfazione. Sia menzionato soprattutto il modo in cui le sorelle Labèque hanno saputo articolare il tema base della composizione: con grande raffinatezza, i giusti accenti e la giusta espressione. Pubblico abbastanza numeroso e molti applausi.

 

 

 

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Un vivo successo ha colto “Il barbiere di Siviglia” rappresentato nel pomeriggio del 9 febbraio. A parte i risultati artistici, è piaciuto il rapporto si simpatia che si è instaurato tra gli interpreti, tutti in giovane età, e il pubblico, a sua volta in larga misura giovane. Non sono mancati applausi, ovazioni ed entusiasmo.

 

 

 

Per sgomberare subito il campo dagli aspetti discutibili dirò che l’apparato scenico era ridotto ad una accozzaglia di cianfrusaglie, con un complesso e periglioso sistema di scale, scalette e scalini; ne hanno fatto le spese due cantanti, fortunatamente senza conseguenze.

 

 

 

Parole assai positive vanno dette invece per la parte musicale dello spettacolo. Antonio Greco, apprezzato come maestro del coro al Teatro Sociale di Como, a Chiasso è salito sul podio. Precisione, finezza, vivacità, ricchezza di colori e felice scelta dei tempi hanno caratterizzato la sua prestazione alla testa dell’Orchestra 1813, che l’ha seguito con bravura. Ha conseguito i buoni risultati – fatto degno di rilievo – con un organico molto piccolo: certamente alcuni violini in più avrebbero giovato. Peccato che nella “calunnia” i numerosi e fragorosi “colpi di cannone” abbiano costituito più un disturbo che un arricchimento.

 

 

 

In palcoscenico Francesco Paolo Vultaggio (che avevo sentito a Como nell’”Elisir d’amore” come Dulcamara) ha dato vita a un Figaro più che convincente: possiede voce bella e forte (con un certo calo di qualità sugli acuti, ma è un difetto che potrebbe scomparire con il tempo), è sicuro e sciolto nei movimenti, sa accattivarsi i favori degli spettatori. Voce di basso estesa e di ottimo timbro è quella di Costantino Finucci, un Don Basilio pressoché perfetto. Anche Giovanni Romeo come Bartolo ha messo in mostra buoni mezzi. Un tenore leggero dalla voce gradevole, ma tesa sugli acuti e bisognosa di ulteriori perfezionamenti, si è rivelato Marco Mustaro nei panni del Conte. Sul versante femminile Marianna Vinci come Rosina ha sfoggiato senza risparmiarsi mezzi voluminosi e di buona qualità, ma trarrebbe vantaggio se affinasse il fraseggio ed evitasse certe “esplosioni” vocali sulle note alte; penso che potrebbe figurar bene in parti verdiane. Merita un cenno, infine, Nancy Lombardo come Berta: ha cantato deliziosamente la sua aria.

 

 

 

La regia di Danilo Rubeca si è destreggiata abbastanza abilmente nel complicato apparato scenico mantenendosi quasi sempre su un livello decoroso; qualche eccesso è stato notato solo in relazione con il personaggio di Don Bartolo.

 

 

 

Teatro esaurito, del successo si è detto.

 

 

 

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Un titolo altisonante portava lo spettacolo di balletto visto al Cinema Teatro il 13 febbraio: “Gran Gala del Balletto Imperiale – I grandi virtuosismi dei più celebri e spettacolari pas de deux”. E parolone si leggevano anche sul programma di sala. I fatti vi hanno corrisposto solo parzialmente ma tutto sommato lo spettacolo, specialmente nella seconda parte, è risultato godibile. I passi a due tolti da balletti tradizionali erano nientemeno sette: quindi si sono visti a profusione introduzioni, adagio, variazioni e code di stile accademico. Solo due numeri hanno fatto eccezione alla regola. Il primo è stato un duetto che, su musica di Caikovskij, porta in scena Romeo e Giulietta in una coreografia assai originale e tutta animata da amor giovanile, ben danzata da Giulia Paris (una ballerina italiana da tener d’occhio) e Federico Mella. Una graziosa “Arlecchinade” su musica di Drigo ha costituito il secondo numero particolare della serata: Arianne Lafita Gonzalvez e Vittorio Galloro sono stati deliziosi nelle punteggiature umoristiche della coreografia. Non indugerò a parlare di ognuno dei passi a due tradizionali. Dirò solo che la chiusura è spettata a quello dell’ultimo atto del “Don Chisciotte”, nel quale la Gonzalvez si è disimpegnata molto lodevolmente come Kitri e Vittorio Galloro, un gradino sotto, come Basilio. Pubblico non molto numeroso ma, a giudicare dagli applausi, soddisfatto.

 

 

 

Concerti dell’Auditorio

 

 

 

Non c’era uno strumento insolito al concerto dell’Auditorio del 24 gennaio, ma la serata si è svolta ugualmente all’insegna dell’eccentricità. Ha suonato infatti Fazil Say, pianista che notoriamente si concede molte licenze e stranezze. Oltre al concerto KV 414 di Mozart era in programma un Concerto per pianoforte e orchestra d’archi “Silk Road” del Say medesimo. Mi domando se, nelle composizioni proprie, il pianista si attenga alla lettera oppure introduca di volta in volta particolarità interpretative, secondo il genio, o il capriccio, del momento. Il concerto in questione inizia con evanescenze e trilli, poi passa a episodi fortemente e rudemente ritmati. In un passaggio sembra imitare e stilizzare rumori industriali. Il pianoforte viene usato spesso come strumento  di percussione. Un pedale di contrabbasso, con l’esecutore collocato tra il pubblico, fa da sfondo all’intero concerto e alla fine diventa quasi un incubo. C’è in questo lavoro un forte impegno nella ricerca di sonorità ed effetti speciali. Possiede anche valori artistici? o almeno servirà a schiudere orizzonti sonori nuovi e fecondi? o è destinato a finire nel cumulo delle bizzarrie e verrà presto dimenticato? Non mi sento di dare una risposta. Dico semplicemente che a Lugano il suo ascolto mi ha procurato poca soddisfazione.

 

 

 

Nella seconda parte della serata il Say ha eseguito nella duplice veste di solista e direttore il concerto KV 414 di Mozart. Ai tempi estremi ha conferito un che di lieve, vispo, affabile, ammiccante, quasi volesse stabilire un netto contrasto con la durezza e le asperità di prima. Vago e sfumato come un sogno è stato l’”andante”. In tutta la composizione non sono mancati tempi rubati, chiaroscuri e altre licenze che sembravano inventate lì per lì, per il piacere di giocare liberamente con lo strumento. Senza dubbio ci sono stati momenti affascinanti, ma a prezzo di intaccare la linearità e l’equilibrio del discorso mozartiano.

 

 

 

In generale direi che il Say è dotato di capacità tecniche formidabili. Dello strumento (intendendo non solo la tastiera ma anche la meccanica, nella quale di quando in quando mette le mani) trae senza sforzo apparente tutto quanto vuole. Ma come spesso accade una grande virtù genera il difetto dell’abuso. Il pianista si compiace nel sorprendere l’ascoltatore con le cose più impensate e nel suscitare meraviglia, in un concetto estetico che potremmo definire mariniano. Ora le acrobazie, i fronzoli e gli improvvisi cambiamenti di umore alla lunga stancano. Piacerebbe che le risorse innegabilmente eccezionali del Say vengano poste al servizio di miglior causa.

 

 

 

L’Orchestra della Svizzera italiana, oltre ad accompagnare il pianista, assecondandone con bravura le intenzioni, si è esibita in apertura della serata, senza direttore ma semplicemente con la guida del violino di spalla, in una spedita esecuzione della sinfonia del “Turco in Italia”.

 

 

 

Come di solito il pubblico ha gremito la sala; i consensi sono stati intensi ma non travolgenti, tranne dopo il secondo brano fuori programma, quando applausi e ovazioni sono diventati così incandescenti che, come si diceva una volta, pareva venisse giù il soffitto.

 

 

 

Carlo Rezzonico

 

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