Concerti sinfonici a Lugano e danza a Chiasso

Mar 20 • Prima Pagina, Sport e Cultura • 824 Views • Commenti disabilitati su Concerti sinfonici a Lugano e danza a Chiasso

La “Kammermusik” n. 1 per dodici strumenti op. 24 di Hindemith, che ha aperto il concerto dell’Auditorio del 6 marzo, è un lavoro assai fantasioso, dove il compositore, più che scrivere musica, sembra giocherellare con una moltitudine di strumenti diversi, alcuni dei quali raramente presenti in campo sinfonico. I risultati sono alquanto disuguali secondo i tempi. Piace il “sehr schnell und wild”, che è coloritissimo e sferzante. Annoia invece, poco più avanti, l’insipido girovagare di flauto, clarinetto e fagotto, che probabilmente vorrebbe essere una espressione elegiaca ma che in realtà porta solo desolazione (viene in mente l’inizio del terzo atto del “Tristano e Isotta”, ma in quella sede esiste una giustificazione teatrale e i risultati artistici non sono paragonabili). Pablo Gonzalez dal podio e l’Orchestra della Svizzera italiana hanno suonato, o piuttosto giocato, con impareggiabile bravura.

 

Di Manuel De Falla sono state eseguite “Siete canciones populares espanolas” per voce e orchestra, nell’orchestrazione di Berio (in origine erano per pianoforte e voce). Come sempre nelle rielaborazioni avvengono acquisizioni e perdite di valori. Il carattere intimo di alcuni numeri sarebbe emerso meglio nella versione con il pianoforte; d’altra parte i timbri orchestrali hanno permesso di creare attorno alla voce raffinate atmosfere. Si è presentata la soprano Luisa Castellani, che con mezzi relativamente poco voluminosi e senza lo smalto che probabilmente ebbero in altri tempi, ha saputo, con straordinaria intelligenza e sensibilità, produrre una varietà di accenti, sfumature e colori affascinante.

 

Da ultimo il programma, con una brusca virata, ha portato gli ardori romantici della terza sinfonia di Mendelssohn. Siano caldamente elogiati tanto il direttore Gonzalez quanto l’orchestra, che sono stati autori di una lettura bella, vigorosa e appassionata. Farei solo due piccole osservazioni. Il motivo principale dell’introduzione del primo tempo, affidato agli oboi, avrei preferito sentirlo in modo più netto (pur nel rispetto del “p” prescritto) e meno coperto dal contrappunto che gli tessono attorno altri strumenti, affinchè apparisse più intensamente l’infinita tristezza di cui è pervaso. Analogamente all’inizio dell’”adagio” avrei gradito maggiormente in evidenza gli spunti dei primi violini, che sembrano sospiri di dolore inframezzati dai rintocchi da marcia funebre dei corni. Per il resto tutti gli aspetti fondamentali della sinfonia – il travaglio del primo tempo, la magia e la vivacità del secondo, il triste procedere del terzo e il tono spavaldo del quarto – hanno avuto l’attenzione che meritavano.

 

Molti applausi al Gonzalez, alla Castellani e all’Orchestra della Svizzera italiana.

 

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Al concerto dell’Auditorio del 13 marzo si è cominciato con l’”Adagetto” della quinta sinfonia di Mahler (ho scritto “adagetto” e non, come si fa di solito, “adagietto”: se sulla partitura è stato scritto per errore “adagietto”, ciò non dovrebbe indurre a trascinare per sempre la sgrammaticatura). Heinz Holliger, dal podio, ne ha dato una versione accuratissima, seguito con ammirevole diligenza dall’Orchestra della Svizzera italiana. Tuttavia ho notato una ricerca così puntigliosa delle sottigliezze da sconfinare nella ricercatezza. È vero che il compositore ha disseminato sulla partitura una moltitudine di indicazioni per gli esecutori. Resta in ogni caso che la grandezza interpretativa si consegue con la semplicità.

 

Congedati gli archi, si è passati al “Kammerkonzert” per violino, pianoforte e tredici strumenti a fiato op. 8 di Berg. Questo lavoro mi ha suggerito alcune considerazioni particolari. Le costrizioni imposte a un compositore oppure da lui stesso deliberatamente adottate costituiscono una limitazione che nuoce all’attività creativa oppure rappresentano uno stimolo alla fantasia, producendo risultati artistici considerevoli? Probabilmente esistono entrambe le possibilità. Nel caso del “Kammerkonzert” in questione le limitazioni scelte da Berg medesimo sono tante e stringenti (ad esempio il numero tre ed i suoi multipli per caratterizzare molti aspetti della composizione, i temi escogitati in modo da suggerire i nomi di tre amici: Schönberg, Webern e lo stesso Berg). Ho avuto l’impressione che così tanti obblighi abbiano ridotto la musica a un esercizio tecnico. Il concerto è arido e frantumato. Non mi ha dato soddisfazione nonostante la bravura indiscutibile della violinista Hanna Weinmeister, del pianista Gilles Vonsattel, del direttore e dell’orchestra.

 

Riconvocata tutta l’orchestra, è venuto il momento della sinfonia numero 39 KV 543 di Mozart. È un lavoro che può prestarsi a interpretazioni diverse per non dire opposte. Nell’introduzione lenta del primo tempo, che si apre con incedere ampio, solenne ed è percorso da numerose scale ascendenti e discendenti, Mozart ha voluto instaurare un clima festoso oppure manifestare una austerità incrinata da irrequietezza, soprattutto nell’andirivieni delle scale, e perfino da qualche momento di strazio? I due temi sono entrambi dolci, affettuosi e quindi senza conflitti tra di loro. Ai contrasti provvedono gli episodi a piena orchestra che li collegano, nei quali dominano il ritmo e l’energia: espressioni di esuberante contentezza oppure drammaticità opposta alla tenerezza dei temi? L’”andante con moto” si basa su un motivo tranquillo come il discorso di una persona che ragiona pacatamente. A volte però intervengono episodi veementi e concitati, come se un secondo interlocutore volesse contestare decisamente gli argomenti del primo, il quale peraltro rimane indifferenze e non si lascia scomporre. C’è poco da dire sul minuetto e sul finale, non perché siano di scarso valore, ma perché il loro carattere è evidente: solido il primo, ma non senza qualche finezza nel trio, incandescente, sprizzante energia e tutto di corsa il secondo.

 

L’esecuzione ascoltata il 13 marzo a Lugano ha messo in chiaro risalto i contrasti del primo tempo (farei una piccola riserva per l’esecuzione un tantino manierata e talvolta tendente alla filigranatura dei due temi). Impeccabili l’”andante con moto”, il minuetto e l’”allegro”. Musica che ha allargato il respiro, meno male.

 

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Il 7 marzo il Cinema Teatro di Chiasso ha ospitato un gruppo di ballerine e ballerini appartenenti al New York City Ballet. La fama della compagnia e il ricordo della superba prestazione effettuata un paio di anni orsono nella Città di confine da alcuni “principals” hanno richiamato un pubblico numerosissimo, esaurendo la sala. Lo spettacolo ha preso avvio con “Other Dances”, di Jerome Robbins, su musica di Chopin, eseguita al pianoforte da Enrica Ruggiero. Ashley Bouder e Joaquin De Luz si sono disimpegnati in modo corretto ma senza convincere pienamente. La medesima impressione hanno fatto nell’”Infiorata a Genzano”, di Bournonville, Spartak Hozha e Alexa Maxwell. Poi è venuto il passo a due del secondo atto del “Lago dei cigni” (senza variazione di Odette e senza coda), in cui Emilie Gerrity e Andrew Veyette non hanno lesinato buona volontà, tuttavia conseguendo risultati non eccezionali. Con “Five Variations on a Theme”, scritto da David Fernandez appositamente per Joaquin De Luz, che l’ha interpretato a Chiasso, lo spettacolo ha cominciato a prendere quota: il brano è molto virtuosistico (non si contano i “tours en l’air”, anche in serie) e il ballerino ha messo in luce le sue notevoli capacità. È piaciuta molto Indiana Woodward nel “Cajkovskij Pas de Deux” (assieme a Joseph Gordon), con il quale ha fatto la sua comparsa nel programma Balanchine. E a Balanchine, con “Who Cares?”, era dedicata tutta la seconda parte della serata. Qui si è ritrovata una danza di buon livello. Evidentemente ballerine e ballerini erano a loro agio nelle coreografia dell’illustre creatore che fu all’origine del New York City Ballet. Sulla musica di Gershwin, orchestrata da Hershy Kay, tutti hanno danzato con bravura, riscuotendo ampi consensi dal pubblico, specialmente nel numero finale, che ha richiamato in palcoscenico tutti i nove elementi presenti. In complesso un buon spettacolo, ma non all’altezza di quello portato precedentemente dal New York City Ballet a Chiasso. Applausi molto intensi.

 

Carlo Rezzonico

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